40 anni fa hanno rovinato J. Edgar Hoover, oggi raccontano come

Posted on 23 ottobre 2014

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Avevano scelto di chiamarsi « The Citizens’ Commission to Investigate the FBI», ma compirono una sola clamorosa azione e poi sparirono per decenni. Sono i protagonisti di un’importante pagina della storia americana, che stanno riemergendo solo ora dalle nebbie del passato e raccontano come andò e come riuscirono a sfuggire dell’agenzia, che non risparmiò mezzi per mettere le mani sugli autori dell’affronto. Sono i ragazzi che nel 1971 entrarono negli uffici del FBI e trafugarono più di 1000 documenti top secret, poi dati ai giornali. Storie individuali, su tutte quella della più giovane del gruppo, che raccontano di che pasta fossero fatti quei ragazzi che marcarono l’inizio della fine per gli uomini più potenti degli Stati Uniti, il capo del FBI J. Edgar Hoover e il presidente Richard Nixon.

L’8 marzo del 1971 ignoti entrarono negli uffici del FBI di Media, un sobborgo di Philadelphia, in Pennsylvania, e trafugarono più di 1000 documenti top secret, che nel marzo del 1972 finiranno su tutti i giornali. Il furto fu organizzato lo stesso giorno nel quale Joe Frazier e Muhammad Ali si battevano in quello che fu definito “il combattimento del secolo”, confidando che gli uomini messi a vigilanza sarebbero rimasti incollati a radio e televisioni come il resto del paese.  Dopo aver sottratto i documenti li portarono in una casa di campagna dove rimasero per alcuni giorni ad analizzare il bottino, poi fotocopiarono i documenti e li diffusero inviandoli a numerosi tra giornali e media, molti dei quali rifiutarono di pubblicarli. Il primo a pubblicarli integralmente fu WIN Magazine, una testata associata alla War Resisters League che si batteva contro la guerra in Vietnam. Ma del gruppo non si è più saputo niente fino a poco tempo fa e due di loro ancora preferiscono rimanere nell’ombra. Erano persone normali, una studentessa e uno studente, due professori, due sanitari e due persone che avevano lasciato il college per dedicarsi a tempo pieno a opporsi alla guerra in Vietnam, ma hanno lasciato un segno nella storia dell’America moderna.

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Il furto e lo stillicidio di di articoli che a partire da un paio di settimane dopo l’evento presero spunto dai file sottratti, rivelarono agli americani che il leggendario capo del Fbi J. Edgar Hoover usava l’agenzia per schedare e ricattare politici e celebrità. Un’attività che aveva preso il nome di programma COINTELPRO, scoperto il quale la reputazione e la vita del leggendario direttore dell’agenzia cambieranno di segno, anche se forse non è a causa dello scandalo che Hoover morì d’infarto nel maggio del 1972 all’età di 77 anni. Hoover era stato a capo del Bureau of Investigation fin dal 1924, lo trasformò nel FBI nel 1935 e lo diresse fino alla morte, grazie a quel furto ora si sa come riuscì a farsi confermare la fiducia da maggioranze diverse attraverso quasi mezzo secolo. Non che non ci fossero mai stati sospetti in merito, ma i documenti pubblicati sui giornali tolsero ogni dubbio. Già il presidente Truman, (1945–1953) lo accusò di aver trasformato l’agenzia nella sua polizia privata: «Non vogliamo una Gestapo o una polizia segreta. Il FBI sta andando in quella direzione. Stanno rimestando negli scandali sessuali e nei ricatti. J. Edgar Hoover darebbe un occhio piuttosto che mollare e tutti i congressisti e i senatori hanno paura di lui», ebbe a dire il presidente vent’anni prima.

L’agenzia mise al lavoro sul caso 200 agenti, ma il caso non fu mai risolto e le indagini si chiusero 5 anni dopo, con lo spirare del tempo concesso. Tra le conseguenze dello scandalo c’è che ora il direttore del FBI può rimanere in carica al massimo per 10 anni e che il programma COINTELPRO è stato formalmente abolito, anche se le cronache recenti a proposito dello spionaggio NSA continuano a indicare che le agenzie americane investono ancora molto nello spionaggio degli americani e in particolare di chiunque appaia vagamente «di sinistra» o «attivista», connotazione che all’epoca oltre che «comunista» suonava agli occhi di certe orecchie anche come nemico della guerra in Vietnam e quindi, sostanzialmente, come traditore degli Stati Uniti.

Il colpo del gruppo di Philadelphia ispirerà direttamente  Daniel Ellsberg, lo Snowden dell’epoca, che approfittò dell’essere un riconosciuto talento dello spionaggio americano per fotocopiare un dossier di 7000 pagine che rivelava le strategie del governo americano in merito alla guerra in Vietnam, coperto da segreto di stato, consegnando poi il materiale al New York Times. Documenti che passeranno alla storia con il nome Pentagon Papers. Poco dopo l’uscita dei documenti distribuiti dai ragazzi della «Citizens’ Commission to Investigate the FBI» successe poi che nella notte del 17 giugno 1972, Frank Wills, una guardia di sicurezza che lavorava nel complesso di uffici del Watergate Hotel, chiamò la polizia di Washington, che arrestò cinque uomini all’interno degli uffici del Comitato nazionale democratico, la principale organizzazione per la campagna e la raccolta fondi del Partito democratico.  La sorte di Nixon fu così segnata dal montare delle accuse contro il suo governo e la principale agenzia federale di sicurezza, si dimetterà il 9 agosto 1974 dopo aver conquistato il secondo mandato battendo comunque nelle elezioni del 7 novembre 1972, George McGovern, candidato progressista. Sarà l’ unico presidente della storia americana a dimettersi volontariamente prima della fine del mandato e lo farà per evitare l’impeachment ormai imminente.

Quasi 40 anni dopo alcuni degli autori di quell’azione hanno deciso di rivelarsi, nel 2014 è uscito il libro di Betty Medsger The Burglary: The Discovery of J. Edgar Hoover’s Secret F.B.I, nel quale parte degli otto componenti del gruppo rivelano la loro identità e raccontano come andò,  e anche la regista Johanna Hamilton ha realizzato il documentario «1971» raccontando la vicenda in video. Medserger è anche l’autrice dell’articolo uscito sul Washington Post il 24 marzo del 1971, un paio di settimane dopo la loro impresa, il primo mai pubblicato con le rivelazioni strappate ad alcuni dei file distribuiti dal gruppo. La pubblicazione all’inizio dell’anno del libro di Medsger, che nel frattempo aveva continuato a indagare sulla storia, ha portato altri tre elementi del gruppo a farsi vivi, con la giornalista. I numerosi articoli dedicati alla vicenda hanno poi raggiunto Judi Feingold, l’unica che mancava, che a sua volta si è fatta avanti con Medsger e ha raccontato la sua storia, ancora più notevole di quella dei compagni.

Daniel Ellsberg, a una manifestazione in favore di Bradley Manning

Daniel Ellsberg, a una manifestazione in favore di Bradley Manning

Judi Feingold all’epoca dei fatti aveva 19 anni, dopo aver portato a termine il colpo gli otto giurarono che non si sarebbero me più rincontrati e che non avrebbero fatto parola a nessuno della loro azione, portandosi il segreto nella tomba. Lei è stata quella che ha tenuto fede più a lungo a quella antica promessa. Rimasta sola Feingold decise che la cosa migliore da fare era quella di sparire, rimanere a Philadelphia le sembrava troppo pericoloso, tutti parlavano del furto e gli agenti del FBI sciamavano visibilissimi per la città passandole accanto. Con solo un sacco a pelo si diresse verso Ovest, telefonò alla propria famiglia dicendo di aver commesso «un’azione diretta non violenta» e che rischiava di essere ricercata dal governo federale. Una spiegazione che ripeterà a quanti la ospiteranno e alle persone con le quali avrà maggiore confidenza. Promise inoltre che avrebbe fatto il possibile per far sapere come stava, ma che non avrebbe detto dove stava e non avrebbe usato il telefono, troppo pericoloso.

Feingold trascorse così quasi dieci anni vivendo sotto falso nome e spostandosi da una comunità all’altra e di fatto sparì. Trascorsero così gli anni delle indagini, inutili, che terminarono con una lista di sospetti nelle mani del FBI, tra i quali uno solo era tra i coinvolti nel colpo, durante i quali trovò rifugio in New Mexico in una delle fattorie che formavano la rete rurale di «women’s land», nel quale il movimento delle lesbiche cercava di costruire un ambiente libero dall’oppressione patriarcale. Un bel salto per una giovane di Manhattan, un viaggio che la porterà poi in California e infine nel remoto Oregon, dove trascorrerà diversi anni in una women’s land locale.

Non rinunciò a tenersi informata e compensò i lunghi periodi trascorsi isolata nella natura leggendo avidamente gli arretrati del New York Times nelle biblioteche dell’Ovest, scoprendo così che la loro azione aveva avuto successo, che la guerra in Vietnam era finita, che il vecchio FBI era stato messo sotto processo e si cercava di evitare che il nuovo FBI corresse il rischio di ripetersi. Nel 1980 Feingold decise di uscire dalla clandestinità e di riprendersi la sua vita e il suo nome. S’iscrisse a un corso per tecnico forestale e sperò che la sua riapparizione non suscitasse la reazione dei federali. Non successe niente e da lì Feingold, diventata ranger del Great Smoky Mountain National Park in Tennessee, lentamente, riprese contatto con i genitori e la sua vecchia vita.

Ma un lavoro per il governo non faceva per lei, diede le dimissioni e si specializzò in «horticultural therapy», che traduce «terapia assistita con le piante» e non sarà l’ultima volta che cambia lavoro. Riunitasi on la famiglia che si era trasferita in Florida, Feingold riallacciò i rapporti e cercò di recuperare il tempo perduto, prendendosi cura di loro nei loro ultimi anni di vita e portandoli con sé in Oregon per poterli assistere meglio. Poi pochi mesi fa, nel 2014, la sua compagna Judith Bouzoun le chiede di accompagnarla perché intende andare a Princeton a trovare sua figlia che vi studia e trascorrere alcuni giorni a Philadelphia.

L’idea inquieta Feingold, ma la spinge anche a digitare per l’ennesima volta la chiave di ricerca «Media, PA» sul computer. Un’operazione fatta altre volte in passato, che le aveva restituito lo stesso risultato per anni, ma questa volta le appare prima di tutto «Burglars Go Public», un titolo che annuncia che quattro dei suoi compagni hanno finalmente raccontato la loro storia al mondo, divennero infatti noti per tutti come i «Media burglars», gli scassinatori di Media, eroi del movimento nonviolento e bestie nere delle agenzie governative. Scossa da quella che le parve la rottura di un giuramento, per il quale non aveva raccontato quanto accaduto neppure alla sua compagna, che come i famigliari sapeva solo che avesse compiuto un reato, Feingold lentamente si è fatta una ragione del fatto che il segreto che ancora custodiva tanto gelosamente fosse già stato raccontato in un libro e in documentario e ha deciso di unirsi a quanti erano venuti allo scoperto.

Prima però ha voluto raccontare la natura del suo segreto a sua sorella e alle cinque donne che l’avevano ospitata nel corso degli anni, oltre che alla sua compagna. Ha contattato poi Bob Williamson e Keith Forsyth, i due membri del gruppo che conosceva meglio e ai quali all’epoca era più vicina, che a loro volta l’hanno messa in contatto con Medsger. È stato in quell’occasione che ha scoperto che nessuno dei suoi compagni aveva adottato una strategia tanto drastica quanto la sua. Tutti hanno mantenuto il segreto per decenni, ma tutti pensarono che la cosa migliore sarebbe stata quella di continuare a fare la vita di sempre e così fecero, senza subire conseguenze o fastidi dal FBI. Ma lei non poteva saperlo e loro non potevano raccontarglielo, anche se avessero voluto rompere la promessa per parlare dei vecchi tempi, nessuno sapeva infatti che fine avesse fatto Feingold. Ora Feingold si è riconciliata con la sua storia e si è riunita con i compagni di un tempo e non è più arrabbiata perché hanno rotto la promessa: «Una volta che mi sono ripreso», ha spiegato a Medsger, «Ho ringraziato di aver potuto rincontrare persone un tempo tanto importanti per me, che stimo e rispetto. Sono felice di sapere che sono vivi e salute e che stanno spiegando i nostri motivi. Non è cosa da poco». E in effetti non è cosa da poco nemmeno la sua storia, che illustra bene il grado di determinazione e di consapevolezza che hanno motivato i «media burglars» e la giovane Judy, ora diventata la sessantatreenne signora Feinfold, a intraprendere scelte tanto difficili senza mai, neppure per un momento, pentirsi di aver fatto quello che ancora oggi ritengono andasse fatto, anche a rischio delle propria libertà.

Pubblicato in Giornalettismo

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