A proposito di noi e dell’Ebola

Posted on 15 ottobre 2014

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Ai tempi di Cortés un’epidemia di vaiolo uccise il 25% degli aztechi. Stessa sorte capitò ai nativi americani del Nord, in alcune regioni queste malattie annientarono il 90% della popolazione, infinitamente di più di quelli uccisi dai colonizzatori. Malattie importate dall’Europa fecero strage anche in Africa, Asia e Oceania, anche le colonie italiane furono devastate dalle epidemie recate loro insieme a una «civiltà» che si fece largo a forza di feroci, quanto inutili massacri.

Oggi noi, al riparo dei sistemi sanitari più efficienti del pianeta, temiamo una piccola epidemia africana come se fosse la fine del mondo, ma comunque non abbastanza da investire un briciolo delle nostre immense risorse per debellarla in loco. Ci limitiamo a fare la faccia dura e a tenerli lontano, come accadeva ai tempi del colonialismo, quando erano sempre i diversamente colorati che venivano travestiti da minaccia per giustificare qualsiasi orrore e per concludere che eravamo noi quelli buoni e loro quelli sporchi e infetti, che sfregiavano il nitore della nostra sofferta modernità. Sono passati secoli così e molti vestono ancora l’abito mentale dell’uomo bianco che sopporta con fastidio il peso dei popoli inferiori, il mitico fardello dell’uomo bianco, che non è mai stato altro che il sacco del bottino, ricavato facendo strage di quelli diversamente colorati.

L’immagine in copertina viene dal Codice Fiorentino e rappresenta aztechi che muoiono per il vaiolo.

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