Wikileaks inguaia l’Australia, l’Indonesia, la Malaysia e il Vietnam

Posted on 8 agosto 2014

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Con la pubblicazione della «superinjunction» della corte suprema dello stato di Victoria, Wikileaks ha gettato nel panico i governi di almeno tre paesi, coinvolti a vario titolo in un’indagine penale che in Australia si è trasformata nel giudizio su un caso di corruzione che coinvolge la ditta Securency, specializzata nella stampa di carta moneta, e insieme a lei i governi di tre paesi e anche la banca centrale australiana. Securency era infatti posseduta a metà da Innovia Films, un’azienda manifatturiera britannica, e dalla banca centrale australiana (RBA), che nel 2013 si è liberata della scomoda partecipazione, una volta che lo scandalo aveva già fatto capolino.

La super-ingiunzione pubblicata da Wikileaks non è altro che un ordine di censura sul caso, «super» perché vieta ai media e a qualunque soggetto sul suolo australiano di fare persino riferimento alla stessa ingiunzione. non si può nemmeno dire che esiste. Il problema è che si tratta di una causa di ovvio interesse pubblico per gli australiani, che hanno tutto il diritto di sapere se i loro rappresentanti eletti o qualche alto funzionario di stato ha tradito la loro fiducia, e che il motivo addotto dalla corte e obbiettivamente impresentabile. Sostiene infatti la corte che la ragione di questo eccezionale provvedimento, l’ultimo del genere fu preso nel 1995, è l’interesse nazionale a non vedere compromessi i rapporti con altri paesi della regione. Per questo è meglio non far menzione del caso che chiama in causa personalità di altri governi in un caso di corruzione e per questo è stato vietato di fare i nomi di una lunga serie di politici provenienti dai tre paesi. L’accusa sostiene che Securency e Note Printing Australia, una sussidiaria controllata al 100% da RBA, abbiano versato denaro a politici d’Indonesia, Vietnam e altri governi per diventare loro fornitori.

Accuse simili relative al Vietnam avevano già colpito Securency e Innovia in Gran Bretagna, che però ne sono uscite assolte nel 2012, ma ora la pubblicazione di Wikileaks dimostra l’esistenza di un più corposo procedimento giudiziario in Australia, nel quale è coinvolta a vario titolo l’élite dei governi del Sud-Est asiatico e oltre. Tra i primi a reagire alle rivelazioni c’è stato proprio il presidente indonesiano Susilo Bambang Yudhoyono, che ha chiesto pubblicamente chiarimenti al governo australiano, sia sulla censura che sul procedimento, che pare proprio chiamare in causa numerosi politici indonesiani di primissimo livello, presidente compreso. Le autorità australiane hanno risposto dicendo che la ragione della censura era proprio quellla di evitare «allusioni» al coinvolgimento di politici stranieri solo citati nel procedimento, ma è abbastanza chiaro a tutti che l’imbarazzo nelle capitali coinvolte si taglia con il coltello.

Tony Abbott e Susilo Bambang Yudhoyono a giugno in Indonesia

Tony Abbott e Susilo Bambang Yudhoyono a giugno in Indonesia

L’elenco dei nomi dei politici censurati è lungo è prestigioso:per la Malaysia c’è Abdullah Ahmad Badawi, ex Primo Ministro (2003 – 2009) e ministro delle Finanze (2003 – 2008), Mohammad Najib Abdul Razak, suo successore nelle due cariche fino a oggi e Mahathir Mohamed, loro predecessore, premier dal 1981 al 2003 e ministro delle Finanze dal 2001 al 2003. Daim Zainuddin, suo ministro delle finanze, Rafidah Aziz ministro del Commercio dal 1987 al 2008 e Hamid Albar, ministro degli Esteri dal 1999 al 2008.Per l’Indonesia oltre al presidente Susilo Bambang Yudhoyono e a Megawati Sukarnoputri che lo ha preceduto dal 2001 al 2004 e che ora guida l’opposizione, c’è l’ex ministro degli Esteri Laksamana Sukardi. Per il Vietnam l’attuale presidente Truong Tan San, il primo ministro (dal 2006) Nguyen Tan Dung, Le Duc Thuy, ex governatore della banca centrale del Vietnam e Nong Duc Manh, fino al 2011 Segretario Generale del Partito Comunista vietnamita. Ovviamente a beneficiare dell’ordine di censura si ritroveranno anche le loro controparti, australiane o britanniche, coinvolte nello scandalo, anche se è bene precisare che la censura imposta sui nomi di quei politici non ne fa automaticamente delle persone accusate di corruzione, potrebbero infatti essere citate nel processo anche in qualità di testimoni o di persone informate dei fatti, se non di complicità a vario titolo negli episodi di corruzione.

A preoccupare maggiormente gli australiani, dovrebbe essere però la possibilità che un tribunale metta a tacere uno scandalo che investe le istituzioni con il pretesto di proteggere l’interesse nazionale e l’onorabilità di politici stranieri, uno scandalo che Wikileaks ha opportunamente denunciato e che no si sa ora come sarò dibattuto in Australia. Se nel resto del mondo le ultime rivelazioni di Wikileaks non hanno fatto molto notizia, da noi per niente, in Australia hanno provato a parlarne compiendo discrete acrobazie, la «superinjunction» è ancora in vigore, è stato stabilito che duri 5 anni salvo ripensamenti della Corte, e quindi i commentatori hanno qualche difficoltà a discutere della faccenda senza fare riferimento ai nomi censurati e alla stessa sentenza di censura. Problemi che quasi tutti hanno risolto indicando in Wikileaks la fonte alla quale attingere i dettagli mancanti. Una discreta debacle per il governo di Tony Abbot, che come i suoi predecessori non ha alcuna simpatia per Assange e i suoi assodati.