Sarah Harrison racconta

Posted on 25 luglio 2014

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Sarah Harrison oggi vive a Berlino, non ha più rimesso piede nella sua Gran Bretagna da quando a giugno dell’anno scorso ha raggiunto Edward Snowden a Hong Kong, per seguirlo poi a Mosca.

Harrison ha concesso una lunga intervista ad Amy Goodman per Democracy Now, nella quale si è raccontata e ha raccontato l’ultimo anno, che l’ha vista protagonista e spalla di Eward Snowden nel sollevare quello che a oggi è sicuramente lo scandalo del secolo, capace di mobilitare i media in tutto il mondo e di provocare interrogazioni o indagini parlamentari in un numero impressionante di paesi. Harrison è descritta dalle cronache come il braccio destro di Assange o come una delle colonne operative di Wikileaks, attiva sia nel team di difesa legale di Wikileaks presieduto dal giudice spagnolo Baltasar Garzon, che nella redazione delle montagne di file pubblicate dall’organizzazione. Secondo Assange Harrison è «energica, coraggiosa e assolutamente incorruttibile». Referenze simili provengono da Vaughan Smith, che ospitò nella sua tenuta Assange a lungo prima che questi si rifugiasse nell’ambasciata dell’Ecuador, che le ha riconosciuto una dedizione non comune nonostante la «paga modesta e i rischi potenziali». Nell’ultimo anno Harrison ha lasciato la natia Gran Bretagna per un’avventura che l’ha portata prima a Hong Kong, poi a Mosca e infine a prendere casa a Berlino, un esilio auto-imposto per il timore di finire tra le braccia della giustizia britannica, che già si è segnalata per la persecuzione di Assange e le molestie a Glenn Greenwald, al suo compagno e alla redazione del Guardian, che in gran Bretagna pubblica i materiali portati alla luce da Snowden.

Harrison ha spiegato a Goodman che la sua scelta di stabilirsi a Berlino è stata dettata dalle azioni che il governo britannico ha intrapreso contro Wikileaks e chiunque abbia avuto a che fare con le rivelazioni di Snowden, e dall’esistenza di una legge antiterrorismo (Terrorism Act) che permette di fermare ai confini, trattenere e interrogare per ore chiunque, senza la presenza di un avvocato e sotto minaccia di un’imputazione penale se non dice la verità o se tace. Rifiutandosi di rivelare le sue fonti o dettagli su Snowden, quindi, Harrison potrebbe così commettere un reato e finire in prigione. Con tanti saluti ai diritti civili, al giusto processo e alle altre garanzie che il processo penale britannico prevede per testimoni e imputati. Per questi motivi ora vive a Berlino dove dirige la Courage Foundation, che nelle intenzioni dei fondatori serve a finanziare gli Snowden del futuro, perché come s’è visto la vita del whistleblower è durissima e disseminata di pericoli.

Harrison racconta che a Hong Kong è arrivata dopo che Wikileaks ha ricevuto la richiesta di aiutare Snowden e che è andata lei non solo perché ha la fiducia di Assange e dell’organizzazione, ma perché avendo vissuto a Hong Kong conosceva l’ambiente e aveva contatti utili in loco. A Hong Kong è arrivata dopo che Snowden aveva già parlato con Greenwald e Laura Poitras, il primo contatto dell’americano, mentre uscivano le prime rivelazioni sul Datagate ed esplodeva la reazione americana. Il problema che Harrison doveva risolvere era quello di mettere in salvo Snowden dopo che gli Stati Uniti avevano presentato una richiesta d’estradizione alle autorità di Hong Kong, perché presentando una richiesta d’asilo in loco avrebbe avuto probabilmente qualche mese di respiro prima dell’esame della domanda, ma trascorrendo quello stesso tempo in galera pendendo la richiesta d’estradizione. Sfruttando il tempo necessario per la ricezione dell’estradizione, inizialmente rigettata per difetti formali nella documentazione, Harrison e Snowden hanno lasciato la città prima che l’americano potesse diventare oggetto delle conseguenze della stessa e quindi impossibilitato ad andarsene.

Per questo si decise di volare verso l’Ecuador passando da Mosca e da Cuba, l’unico modo di raggiungere il Sudamerica senza toccare gli Stati Uniti o i paesi “troppo” alleati. A complicare le cose si mise però il governo di Hong Kong, che ansioso di liberarsi dalle pressioni americane annunciò la sua partenza subito dopo il decollo del volo per Mosca. La notizia spinse Washington ad annullare il suo passaporto e a gridare al mondo che da quel momento non valeva più, costringendolo di fatto a rimanere a Mosca una volta atterrato. Il passaggio per Mosca non era una precauzione superflua, visto che poi gli Stati Uniti arriveranno a dirottare l’aereo del presidente boliviano Morales sospettando che Snowden potesse essere a bordo. Uno scandalo, quello della violazione dell’immunità di un capo di stato, al quale reagirono con rabbia tutti i paesi sudamericani, che fa capire come a Washington siano disposti a molto, se non a tutto, pur di catturare Snowden. L’Ecuador, che nella sua ambasciata ospita Assange, aveva dato la sua disponibilità a fornire asilo a Snowden, che però, come il leader di Wikileaks, non ci è mai potuto arrivare.

Poi ci sono stati 39 lunghi giorni nei quali è stato chiesto asilo a molti paesi, tra i quali Harrison cita anche la Germania. Tutti hanno ignorato o respinto la richiesta, solo i paesi sudamericani hanno offerto asilo o assistenza, l’Europa no. Vista l’impossibilità di raggiungere fisicamente un altro paese, a Snowden non è rimasto che chiedere asilo temporaneo alla Russia, una richiesta che probabilmente rinnoverà alla sua scadenza, che cade tra qualche settimana.

Le ragioni che hanno spinto Harrison a fare questa scelta sono etiche, ragioni confermate dal trattamento subito dal soldato Manning, che a Wikileaks ha passato i cable e altre informazioni sulla guerra in Iraq e che quando è stato individuato dal governo americano è stato prima detenuto e torturato a lungo senza processo e infine condannato a 35 anni di carcere. Harrison ha spiegato che infatti è impossibile credere ad affermazioni come quelle dell’Attorney General Eric Holder, che ha dichiarato che Snowden non sarebbe stato torturato o condannato a morte e che avrebbe avuto un giusto processo. Non è possibile fidarsi, secondo lei, di un rappresentante di un paese che conserva Guantanamo e che ha sottoposto Manning e altri a processi segreti lontani dalla legalità costituzionale: la promessa, dunque, non è credibile. Tanto più se un tribunale americano ha riconosciuto le torture subite dal militare statunitense. Harrison ha poi ricordato altre iniziative ben poco legali adottate dagli Stati Uniti, come il blocco dei servizi di PayPal e Mastercard che permettevano le donazioni a Wikileaks, che è bene ricordare non ha mai spiato nessuno e nemmeno è mai stata chiamata in causa o condannata dalla giustizia americana o da quella di altri paesi.

Un’organizzazione che da quando è scoppiato il Datagate ha rilasciato Syria Files, i GI Files di Stratfor, la compagnia privata d’intelligence, e le bozze del Trans-Pacific Partnership, l’accordo sul commercio che gli Stati Uniti vorrebbero imporre ai paesi partner. Un’attività che non migliora la posizione d’Assange presso gli americani, che in teoria non lo hanno mai accusato di nulla, ma che secondo molte fonti hanno invece aperto diversi procedimenti giudiziari «segreti» al di fuori dei normali circuiti giudiziari, quelli previsti dalle leggi contro il terrorismo, anche Assange e Wikileaks non hanno evidentemente nulla a che fare con il terrorismo e nemmeno con lo spionaggio dei segreti americani, essendo un’organizzazione giornalistica che non è negli Stati Uniti e che si è limitata a pubblicare documenti ottenuti da diverse fonti, esattamente come dovrebbe fare qualsiasi giornale e giornalista senza per questo dover temere di essere processato per attività di spionaggio o, ancora peggio, collegate al terrorismo.

Pubblicato in Giornalettismo