L’ISIS da Gaza a Riyad

Posted on 16 luglio 2014

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Spuntano le prime testimonianze visive della presenza dell’ISIS a Gaza, dove difficilmente si radicherà, ma allo stesso tempo si comincia ad avvertirne la presenza anche in Egitto, Giordania ed Arabia Saudita, che si trova nella scomoda posizione di chi ha creato un mostro di cui ha perso il controllo.

Quando gli uomini dell’ISIS hanno conquistato Mosul qualcuno a Gaza ha pensato di manifestare la sua contentezza, ma ad Hamas non ha fatto piacere e la modesta manifestazione è stata spazzata via. Ora che Gaza è bombardata emergono anche immagini di una cellula dell’ISIS impegnata a lanciare razzi verso Israele, ma sarebbe sbagliato pensare che gli uomini di al Baghdadi siano penetrati nella Striscia di Gaza per andar e a dar manforte ai correligionari impegnati nella battaglia contro Israele. Si tratta invece di un piccolo gruppo di abitanti di Gaza che hanno raccolto la bandiera dell’ISIS, probabilmente gli ex di uno dei molti micro-gruppi che restano ai margini del duopolio militare nella Striscia, quello esercitato da Hamas e Jihad Islamica, due gruppi che per quanto radicali non tollerano il qaedismo e ancora meno i progetti di quelli del califfato e che hanno dimostrato di coordinarsi militarmente sia nella difesa di Gaza dalle infiltrazioni israeliane, che nel condurre il lancio di razzi, per quanto velleitario, che permette loro di porsi come quelli che coraggiosamente rispondono senza piegare la testa all’occupante.

Il rischio di entrare nel mirino di chi detta legge nella Striscia è forse compensato con il miglioramento di status e di visibilità apportato da una sigla e da una bandiera che hanno una riconoscibilità internazionale, ma quello che sicuramente distingue l’ISIS di Gaza da quella che opera altrove è l’assenza di combattenti d’importazione. Il video (sotto) diffuso da parte del gruppo e relativo ai lanci di razzi verso Israele dimostra che il meglio che hanno è veramente poco e che sono costretti a lanciare i razzi operandogli vicino, a differenza di Hamas e della Jihad Islamica che hanno spiegato come oggi la tattica sia evoluta e i lanci siano regolati da timer e partano da posizioni interrate in precedenza, senza il bisogno della presenza dei militanti. Che infatti a differenza delle campagne precedenti gli israeliani non riescono più a colpire mentre piazzano e lanciano i razzi, perché non hanno più bisogno di farlo. Un’evoluzione tecnica e tattica che  ha portato anche alla produzione in casa di missili a medio raggio, anche se in numero ovviamente molto inferiore alla disponibilità dei meno efficaci Qassam o dei mortai, che permettono solo tiri corti. La presenza dell’ISIS a Gaza è stata negata ufficialmente, per quel che vale, dal ministro degli interni di Hamas Eyad al-Bazam, che ha smentito la notizia che da Gaza un gruppo dell’ISIS fosse entrato in Egitto per compiere attacchi, ipotesi poi sfumata anche al di là della frontiera.


In realtà Gaza per l’ISIS rappresenta al momento più un problema che un’opportunità, dopo la famosa dichiarazione del califfato la dirigenza del gruppo si è distinta per la sua totale indifferenza alle sorte degli abitanti di Gaza, il sostegno verso i quali si è limitato a qualche frase di circostanza sul loro glorioso martirio. Un atteggiamento che è valso molte critiche ad Abu Bakr al-Baghdadi, il califfo della situazione, da parte di quelli che si aspettavano un sostegno ad Hamas a confronto con Israele.  Critiche alle quali ha risposto una nota dell’ISIS nella quale si ricorda che il movimento ha un programma in diverse tappe e che penserà da attaccare Israele solo se e quando avrà realizzato e consolidato il progetto della Grande Siria e dopo aver indebolito gli interessi americani nel mondo. L’ISIS attaccherà Israele quando controllerà Siria e Libano e quando il grande stato del califfato che s’estenderà fino all’Iraq sarà in grado di confrontarsi militarmente con Israele.

A Tel Aviv possono quindi dormire tranquilli, almeno se devono aver paura dell’ISIS, anche perché lo stile di quelli che Patrick Cockburn ha battezzato i Khmer Rossi islamici è decisamente alieno ai costumi palestinesi, anche a quelli degli jihadisti più hard, il Wahabismo si è sempre venduto male in Palestina e nemmeno con la crisi di Hamas sembra possibile che i radicalismi in cerca di una bandiera possano ritrovarsi attorno a quella del califfato.Caratteristica dell’ISIS è infatti l’uso della sistematico della violenza e dell’eliminazione fisica di quanti non si sottomettono, pratiche di polizia delle zone conquistate portate a termine da combattenti importati per lo più dall’estero, giovani senza legami con il territorio e fortemente indottrinati, che hanno la funzione di mantenere l’ordine, ma anche quella di commissari politici con il compito di eliminare fisicamente gli oppositori. Una tattica che ha sempre reso impopolari gli aspiranti al califfato ovunque siano apparsi, che per questo rappresenta un limite alla possibile espansione del movimento, che per mantenere un simile regime del terrore su un territorio come quello della Siria, avrebbe bisogno di un numero di militanti attivi molto più grande delle poche migliaia di cui può disporre e che per ora deve preoccuparsi di sopravvivere e può al massimo festeggiare la cattura di qualche città indifesa.

Come ricorda Coburn l’ISIS è una creatura dei sauditi e di Bandar Bin Sultan, aka Bandar Bush, per anni ambasciatore saudita a Washington e poi comandante in capo per un paio d’anni della coalizione che aiuta i ribelli che combattono contro Assad, che proprio l’ISIS ha armato e finanziato. E buona parte dei combattenti stranieri che vanno a ingrossare le loro fila in Siria e Iraq arrivavano proprio dall’Arabia Saudita, per conto loro o attraverso gruppi non legati al governo, senza grosse difficoltà e sotto l’occhio delle autorità. Un problema che potrebbero avere anche i turchi, che hanno lasciato libero transito al confine con la Siria a loro e ai loro rifornimenti perché combattessero Assad, ma la Turchia ha spalle robuste che l’Arabia Saudita e non ha una popolazione già assoggettata a un Wahabismo molto simile a quello degli aspiranti al califfato. In più la diffidenza dei Saud ha evitato la formazione di una casta militare e di un esercito laico che possa fare le differenza come in Egitto e in Siria e ora la monarchia si trova a combattere i qaedisti a Sud in Yemen e a dover sigillare le frontiere a Nord per evitare di bruciarsi col il ritorno di fiamma talebano. I 30.000 uomini schierati alla frontiera settentrionale nei giorni scorsi costituiscono una mobilitazione seconda solo a quella che scattò quando Saddam invase il Kuwait nel 1991 e testimoniano come i sauditi non siano disposti a correre il rischio di ritrovarsi una Mosul in casa.

Che l’Arabia Saudita abbia continuato fino a poco tempo fa a finanziare l’ISIS come i talebani pakistani e altri gruppi terroristici non ci sono dubbi, lo testimoniano diverse fonti e persino un cable di Hillary Clinton del 2009. E quando non è stato il governo sono stati principi e associazioni caritatevoli saudite, la politica saudita anche dopo il 9/11 ha così continuato a procedere sul doppio binario della sistematica repressione dell’estremismo all’interno e della promozione di quello internazionale. Solo di recente pare che a Riyad abbiano cambiato idea, non solo perché hanno messo a riposo Bandar Bush, così attivo e spregiudicato da recarsi personalmente a Mosca per cercare di convincere Putin a mollare Assad alla mercé delle opposizioni. L’ISIS è ideologicamente coerente con le idee di Bandar e probabilmente della famiglia reale, che secondo un ex capo del MI6 britannico gli confessò il sogno e il desiderio di  uno sterminio degli sciiti, ma nel processo di emancipazione dai suoi creatori ha assunto ora una postura ancora più estrema e ora procede anche allo sterminio dei sunniti che non si sottomettono. Un atteggiamento che gli è valso in Siria come in Iraq la mobilitazione del resto-del-mondo contro le sue aspirazioni e che a suo tempo era stato criticato persino da Bin Laden. Non bisogna dimenticare infatti che l’ISIS in Iraq si era già manifestata con virulenza quando era ancora sotto la guida di al Zarqawi, segnalandosi per la brutalità e portando la maggioranza dei sunniti a combattere accanto agli americani per liberarsene, fu a quel tempo che Bin Laden rimproverò gli associati profetizzando che l’eccesso di ferocia si sarebbe trasformato in un boomerang. Ora quel boomerang ha quasi riprodotto la situazione vista in Iraq nel 2006 e se l’ISIS non sarà eradicata totalmente dalla rivolta generale le probabilità che possa giungere a turbare la quiete dei Saud sono altissime, per non dire di quanta sia il fastidio di Washington e dell’amministrazione Obama, che come quella di Bush ha appaltato parte della politica mediorientale ai sauditi e ora si ritrova ancora una volta alle prese con una manica di pazzi armati e pericolosi che destabilizzano un paese dopo l’altro com’è successo con Afghanistan e Pakistan.

Se poi a Riyad possono vantare un successo nel rovesciare il governo Morsi e riportare al potere un clone di Mubarak, anche questa conquista potrebbe essere messa in discussione da un aumento dell’islamismo più radicale in Egitto dopo l’annientamento dell’opzione più moderata rappresentata dall’annientamento e dalla messa fuorilegge dei Fratelli Musulmani di Morsi. Se un devoto egiziano rischia il carcere e la tortura a far politica e a cercare democraticamente di vincere le elezioni, non è difficile che molti di questi concludano che allora a parità di rischi e con nulla da perdere valga la pena imbracciare le armi.  L’Egitto però è militarmente ben dotato e Sisi ha già dimostrato di saper ricorrere anche alle stragi per mantenere l’ordine e il potere, i sauditi temono quindi maggiormente gli jihadisti di ritorno e in particolare quelli che potrebbero ritornare in armi se e quando le condizioni della loro permanenza in Siria e Iraq si dovessero fare insostenibili. Una circostanza che metterebbe per la prima volta alla prova un esercito in buona parte composto da mercenari e che potrebbe scuotere i delicati equilibri interni al regno, non ultimo rimettere in discussione le pretesa dei Saud di controllare il clero e di darsi il titolo di difensori dei credenti e dei luoghi santi dell’Islam, un punto da sempre all’ordine del giorno dei qaedisti di qualsiasi sfumatura.  I sostenitori del califfato sono infatti portatori di un disegno ideologico nel quale le monarchie non sono previste e quindi per i Saud non sono meno mortali di quelli che chiedono la democrazia o i diritti civili. All’estero sono dei benemeriti evangelizzatori wahabiti e utili pedine contro gli infedeli, in casa una minaccia alla sopravvivenza della monarchia. Non è certo la prima volta che i sauditi di ritrovano al mano che allunga generosamente i dollari del petrolio morse da qualche Frankenstein del genere e non è successo solo ai sauditi, come il 9/11 ricorderà per sempre anche agli Stati Uniti che allevarono proprio Bin Laden per usarlo contro i sovietici in Afghanistan. Una pericolo dal quale sono esenti gli israeliani, che dispongono a piacimento delle sorti dei palestinesi cattivi come di quelli buoni, grazie alla una superiorità militare e al controllo assoluto dei loro confini, dei movimenti e dei rifornimenti. Una superiorità e un controllo che non potranno certo risultare incrinati dall’emergere di presenze più o meno estremiste di quelle che già ci sono in Palestina.

Pubblicato in Giornalettismo