Panico in banca in Bulgaria, per niente

Posted on 6 luglio 2014

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La storia paradossale della crisi bancaria in Bulgaria spiega bene come l’economia sia intrinsecamente vulnerabile da paure irrazionali e manovre fin troppo elementari.

La Bulgaria è appena uscita da un’improvvisa crisi di fiducia nelle banche, che ha visto migliaia di correntisti mettersi in fila per prelevare i loro soldi da due delle maggiori banche del paese, la F.I.B (First Investment Banki FIBank) e la K.T.B. (che le fonti anglofone traducono con Corporate Commercial Bank dal cirillico), due banche nazionali che coprono però una parte relativa del mercato, per il 70% in mano a istituti stranieri, tra i quali spiccano la nostra Unicredit e l’austriaca Raiffeisen, veri leader di un mercato bancario di dimensioni modeste, il paese ha poco più di sette milioni di abitanti con un reddito medio pro-capite di circa settemila euro, per fare un paragone quello dell’Italia è intorno ai 33.000.
La crisi è stata indubbiamente favorita dalla debolezza del governo, il primo ministro Plamen Oresharski è in carica dal 2013, ma è già in partenza, non solo perché il suo partito socialista è andato malissimo alle europee, e presto passerà la mano a un esecutivo che coprirà l’interim fino alle elezioni, previste per il prossimo 5 ottobre. Ma anche se non è stata la debolezza del governo il fattore determinante della crisi, le radici dell’ondata di panico affondano proprio nella politica, in particolare nello scontro tra due famosi oligarchi.

Tzvetan Vassilev è il presidente di K.T.B,  Delyan Peevski è un parlamentare e suo ex socio nel monopolio dei tabacchi. Gli affari tra i due non vanno molto bene e così Peevski ha deciso di punto in bianco di ritirare i suoi depositi nella banca di quello che ora è un rivale con il quale si scambia parole grosse, al punto che i due si sono anche scambiati l’accusa di complottare l’omicidio del rivale. Peevski ha spostato i suoi soldi alla F.I.B., alimentando voci sulla K.T.B, che sarebbe stata prossima a fallire, il fatto che Peevski avesse ritirato i suoi soldi lo dimostrava. Poi è successo che domenica qualcuno abbia spedito migliaia di mail e SMS che invitavano a ritirare i propri risparmi dalla F.I.B., che è il terzo istituto del paese e che i messaggi annunciavano prossima a fallire.

Il risultato è stato che venerdì i bulgari sono corsi a  ritirare i proprio risparmi e lunedì ce n’erano ancora in fila agli sportelli delle due banche. C’è da capirli, brucia ancora il ricordo della crisi del 1996, quando l’ancora acerbo sistema bancario saltò in aria all’improvviso provocando il fallimento di più di una decina d’istituti. Non è stato però il panico totale, le banche controllate da istituti stranieri non hanno assistito a nessuna corsa alle casse, non solo perché non tirate in mezzo dai rumori, ma anche perché i risparmi dei bulgari lì sono garantiti dalle capofila straniere e offrono interessi meno elevati delle due banche al centro della crisi, che hanno una politica aggressiva per tentare di conquistare o mantenere le quote di mercato a fronte della concorrenza straniera con le spalle più grosse e economia di scala impensabili per gli istituti bulgari.

La polizia bulgara ha arrestato diverse persone accusate di aver dolosamente eccitato il panico nei clienti di F.I.B. ed è opinione abbastanza diffusa che l’operazione vada fatta risalire a una mossa vendicativa di Tzvetan Vassilev, che ora comunque si ritrova la banca «congelata» dal governo, le indagini s’incaricheranno di chiarirlo, se ci riusciranno. La Bulgaria è ancora un paese molto corrotto e anche per questo la fiducia dei cittadini nei politici e nelle istituzioni è bassissima. Poi la banca centrale ha fatto scattare un’inchiesta, ha aperto una linea di credito da oltre due miliardi di dollari alla banca sotto pressione, in parte garantita dall’UE e il panico è svanito com’era apparso, le azioni della F.I.B. che erano precipitate del 24% hanno avuto un rimbalzo di circa il 25% e ogni allarme è rientrato.
Il caso, che potrebbe sembrare minore ed essere ridotto a un incidente di percorso presenta invece un profilo eccezionale, perché dimostra come anche in presenza di un solido sistema finanziario il panico sia in grado di farsi largo e di fare danni notevoli. E il sistema finanziario della Bulgaria, a dispetto del fatto che sia un paese povero e con una classe politico-finanziaria corrotta, è molto solido anche per gli standard europei. Il debito della Bulgaria è infatti appena il 23% del Prodotto Interno Lordo, come quello del Lussemburgo, tre volte di meno di quello della Germania, quattro/cinque di quello dell’Italia. L’ultima asta di certificati del tesoro bulgaro, al tasso del 2.95%, il più basso di sempre è andata benissimo e ha registrato una domanda doppia rispetto all’emissione che valeva due miliardi di dollari. La moneta locale, il Lev, è da tempo ancorata solidamente all’euro e vigilato da un severo board per la valuta costituito proprio dopo la crisi a metà degli anni ’90, da allora il cambio non ha mai subito scossoni e il board rimarrà fino all’auspicata entrata nell’euro.

Il primo ministro bulgaro Plamen Oresharski

Il primo ministro bulgaro Plamen Oresharski

Nemmeno i partner europei nutrono dubbi sui conti bulgari, che da tempo sono il controllo delle autorità finanziarie europee, tanto che intervenendo nella crisi la Commissione UE ha dichiarato che: Il sistema bancario bulgaro è ben capitalizzato è ha alti livelli di liquidità in confronto ai suoi omologhi in altri stati membri». Una forza confermata anche dalla solidità e liquidità mostrata alla prova dei fatti dalla F.I.B. che in un solo giorno ha pagato a vista l’equivalente di oltre mezzo miliardo di dollari, non un solo cliente si è presentato ai suoi sportelli e si è visto negare i soldi, se non venerdì pomeriggio quando la banca ha invocato «motivi logistici» per anticipare brevemente la chiusura, non essendo riuscita a trasferire tutto il contante necessario abbastanza velocemente per far fronte alla richiesta eccezionale e improvvisa.

C’è quindi da chiedersi come reagirebbe a una crisi simile un sistema bancario meno capitalizzato e di dimensioni maggiori di fronte a una simile crisi di fiducia, visto che non è affatto impossibile che l’ondata di panico che in Bulgaria sembra sia stata creata ad arte diffondendo informazioni allarmistiche, altrove non possa svilupparsi per la diffusione virale di messaggi dello stesso tipo, chiunque e per qualunque motivo li diffonda. Il sistema bancario bulgaro si è dimostrato intrinsecamente solido e la sua relativa dimensione ha moltiplicato l’effetto delle garanzie ricevute dall’UE,ma l’esperienza bulgara ha dimostrato che il panico può far male e che nemmeno l’esistenza di conti in ordine e di bassissimi livelli di debito è un deterrente sufficiente a impedire che si scateni.

Pubblicato in Giornalettismo

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