Lo scambio di prigionieri che ha mandato in tilt i repubblicani

Posted on 6 giugno 2014

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Bowe Bergdahl è stato liberato in cambio di cinque talebani. Bowe Bergdahl è un disertore. Bowe Bergdahl è una vittima. Così parecchi politici americani sono rimasti presi in mezzo tra chi costruiva storie per danneggiare Obama e chi per proteggerlo, offrendo uno spettacolo di dubbio gusto.

La storia di Bowe Bergdahl è ormai nota per sommi capi, ma è interessante osservare quanto è accaduto dopo la sua liberazione, interessante e istruttivo, in particolare per chi voglia capire cosa succede e come ragionano al di là dell’Atlantico, e per concludere che funziona esattamente come da noi.

Lo scambio di prigionieri che ha portato a casa Bergdahl ha comportato la liberazione di cinque talebani detenuti a Guantanamo e ritenuti molto pericolosi. La cosa è notevole perché da Guantanamo Obama deve ancora rilasciare decine di detenuti, che da anni gli americani hanno assolto da ogni accusa e che di fatto hanno ammesso di aver catturato e detenuto per errore, ma alla notizia negli States hanno reagito più o meno tutti bene, manifestando contentezza per la liberazione del militare.

Poi da destra hanno cominciato ad emergere obiezioni abbastanza artificiose, chiaramente intese ad attaccare Obama, che in questo caso farebbe la figura del bravo presidente che porta a casa uno dei «nostri ragazzi» mantenendo la tradizione per la quale gli Stati Uniti non lasciano i loro in mano agli stranieri, mai e in nessun caso. Così si è sparsa la voce per nulla verificata che Bergdahl sia un

L’evoluzione ha spinto la sua città natale a rinunciare alla prevista festa di benvenuto, ma soprattutto ha spinto numerosi tra i politici che si erano felicitati per la sua liberazione e una precipitosa, quanto sbagliata, marcia indietro. Mashable ad esempio ne ha colti sei (5 repubblicani e un democratico) che dopo aver pubblicato dei tweet con le loro felicitazioni per la liberazione di Bergdahl, li hanno poi cancellati senza dir niente, sperando di passare inosservati. Lo stesso è accaduto con molti commentatori e politici, soprattutto repubblicani, che si sono dovuti adeguare a quella che sembrava destinata a diventare la narrazione dominante.

Il problema però è che Bergdahl non risulta essere un disertore, secondo il rapporto relativo alla sua scomparsa il militare aveva l’abitudine di allontanarsi dalla base. Ma nessun documento dell’esercito ha mai ipotizzato che possa essere catturato dai talebani, nel 2009, mentre si era allontanato per disertare. Se non lo avessero preso,  Bergdahl sarebbe rientrato come sempre, su questo l’esercito non ha mai mostrato dubbi. E non è vero nemmeno che tanti americani siano morti nel tentativo di cercarlo, o almeno non è vero che sia successo a buona parte dell’elenco di soldati morti messo insieme e diffuso dai repubblicani, diversi di quelli sono sicuramente morti in occasioni che non potevano avere nulla a che fare con le ricerche della sua prigione, come quelli che sono stati colpiti da un attentato mentre proteggevano le elezioni in corso all’epoca.

Questa solida e verificata realtà non ha però impedito alla versione alternativa di farsi strada e di trovare accoglienza tra i politici e tra i molti militari ed ex militari che senza saperne di più si sono indignati per quelli che ritengono indegni sacrifici per salvare un disertore. Il povero Bergdahl, che già all’epoca si diceva non fosse psicologicamente una roccia, è atteso a un duro rientro in patria dopo 5 anni di prigionia, vittima della macchina del fango che non risparmia neppure i veterani e gli ex-prigionieri di guerra, vittima di un sistema nel quale non esiste storia che non si possa indegnamente strumentalizzare a fini politici.

Pubblicato in Giornalettismo

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