Libia, il golpe che ci piace

Posted on 23 Maggio 2014

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A Tripoli si spara, il governo e il parlamento sono stati destituiti da una parte dell’esercito, ma non è proprio un golpe dicono da Washington gli stessi che hanno tenuto in caldo per anni il capo dei golpisti.

La Commissione elettorale libica ha fissato l’elezione del nuovo parlamento il 25 giugno. Lunedì l’assemblea era stata sciolta in seguito ai disordini dei giorni precedenti a Tripoli e a Bengasi, quando plotoni dell’esercito fedeli al generale Khalifa Haftar (o Hiftar o Hifter come da documenti americani) hanno attaccato sia i gruppi di Ansa al Sharia che le sedi istituzionali.

Haftar era un giovane ufficiale quando prese parte al golpe che portò al potere Gheddafi, poi nel 1980 fu catturato mentre combatteva l’assurda guerra con il Ciad e con il cambio di residenza cambiò anche di parte, finendo a svernare negli Stati Uniti e fondando la Libyan National Army, che diceva finanziata dagli americani e dedicata alla lotta (a distanza) al Gheddafi. Caduto il colonnello è tornato in patria pimpantissimo e aspirava alla guida dell’esercito, ma gli è andata male e gli hanno preferito Abdul Fattah Younis.  Cittadino americano, Haftar è vissuto per anni negli Stati Uniti e molti libici si chiedono come e a carico di chi, visto che non risultano sue attività professionali e che ha sempre vissuto bene in abitazioni ampie e ben dotate. In Libia ha i suoi sostenitori, ma non abbastanza per aspirare al potere e non si può pensare che questa mossa gli sgorghi genuina dal cuore, anche perché non sembra esattamente l’ideale per il bene di un paese che è ancora in cerca di un equilibrio che permetta al paese di darsi un governo e un progetto di futuro.

il sospetto che agisca con il placet di americani e italiani, ai quali Obama in persona ha «affidato» la Libia qualche mese fa è robusto ed è confermato dalla reazione dei due governi, restii a definire l’operazione come un golpe. Le operazioni militari scatenate da Haftar finora hanno provocato una settantina di vittime, ma il timore è che possano scatenare la violenza settaria da parte degli islamisti, che poi sarebbe una reazione violenta ad attacchi violenti, o ancora peggio quella etnico-territoriale, aprendo ancora di più la frattura che separa la gente di Bengasi dal resto del paese. Già i temibili abitanti di Misurata hanno annunciato che muoveranno contro i golpisti, da lì alla guerra civile è un attimo, anche se dalla stessa Bengasi si levano plausi all’azione del generale. Il timore è amplificato dalle modalità dell’azione di Haftar, che sembra partito molto alla garibaldina sperando di raccogliere vittorie e consenso strada facendo, una scommessa da brividi sulla pelle del paese, che non si può sapere come andrà a finire e che non suggerisce ottimismo, visto che a far la rivoluzione sono stati in 30.000 e oggi pare che ci siano ben più di 200.000 uomini in armi arruolati da milizie, società di «sicurezza» e corpi dello stato, che sono in minoranza.

Khalifa Haftar

Khalifa Haftar

Secondo gli analisti l’operazione era pianificata da mesi, quindi ben nota ai servizi americani e italiani e in teoria sarebbe dedicata a ripulire il paese dagli islamisti che secondo lui lo terrorizzano. Missione che potrebbe anche rivelarsi popolare se solo fosse credibile, e in effetti sembra proprio che buona parte dei libici l’abbia presa bene, anche perché gli islamisti non hanno mai fatto nulla per conquistare simpatie, preferendo semmai uccidere chi non è d’accordo con loro.

Nel mezzo sono rimasti il governo e le fragili istituzioni libiche, rimaste a far tappezzeria in balia dei militari, ma per sbandare il parlamento libico nei mesi scorsi è bastata anche una modesta manifestazione di studenti e disoccupati, impossibile pretendere di più. Ora tocca a Haftar, che fin da febbraio dice di avere un piano per salvare la nazione, nel quale probabilmente è previsto che lui ne diventi il leader, «il nostro uomo a Tripoli». Secondo la voce ufficiale degli Stati Uniti, l’ambasciatrice in Libia Deborah Jones: «È difficile condannare Haftar dato che le sue forze stanno attaccando gruppi molto specifici che sono nella nostra lista dei terroristi.» Quindi non lo condanna e per di più non commenta le voci sul supporto di Egitto ed Emirati al piano di Haftar, paesi che di recente hanno dichiarato guerra ai Fratelli Musulmani capaci di conquistare la maggioranza in Egitto e buoni risultati ovunque nei paesi arabi ci sia stata un’apertura democratica. Dice Jones però che in quei paesi ci sono molte persone che approvano le sue azioni, anche se sono meno quelli che lo apprezzano come persona, e tra quei paesi c’è quindi anche l’Arabia Saudita, vero e proprio elefante tra la cristalleria delle primavere arabe. Difficile capire a questo punto dove sia finita l’opera tutrice del nostro paese, ma è quasi il caso di sperare che come al solito abbiano fatto senza di noi.

Per ora sembra molto lontano da un risultato del genere e non sembra che la sua azione sia stata apprezzata dai vicini, tunisini e algerini hanno già blindato i confini ed espresso la loro delusione e preoccupazione per gli ultimi eventi. Solo il tempo dirà se la mossa abbia qualche speranza di successo e che elezioni saranno quelle attese tra un mese, sperando che la campagna elettorale non si risolva in una guerra a eliminazione tra i candidati.

Pubblicato in Giornalettismo

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