Gli Stati Uniti spingono il Giappone ad armarsi

Posted on 22 Maggio 2014

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L’idea che il Giappone possa diventare in Asia quel fedele alleato che è la Gran Bretagna in Europa, è cullata da tempo da Washington, che spinge i governi giapponesi lontano dalla postura pacifista imposta al paese dopo la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale.

Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale il paese è formalmente privo di un esercito, le sue forze aeree, terrestri e navali sono definite forze di autodifesa e considerate formalmente quasi un’estensione della polizia, intesa come forza civile per quanto armata. Dal 1945 però è passata molta acqua sotto i ponti e, pur non emendando mai la costituzione, il Giappone si è dotato di una forza militare moderna, considerata la sesta al mondo per qualità di equipaggiamento, con una marina militare molto dotata, un’aviazione di prima classe e, soprattutto, un know-how tecnico e industriale che mettono il paese in condizione d’armarsi molto velocemente in ogni momento.

A voler limitare un possibile riarmo giapponese furono gli americani, che durante la Seconda Guerra Mondiale avevano trovato in Tokyo l’unica minaccia in grado di colpire il territorio statunitense e di schierare portaerei e forze in grado di spingere il dominio giapponese dall’Indocina fin quasi alle Hawaii, cacciando gli americani dalle Filippine, battendo i britannici e sottomettendo e occupando al tempo stesso Cina e Corea. Per evitare un ripetersi della storia, al Giappone fu imposto un pacifismo incardinato nella costituzione, modificabile solo con la maggioranza qualificata dei due terzi. Da allora la costituzione non è mai stata cambiata, ma ne è cambiata l’interpretazione al punto che oggi il Giappone dispone di un discreto esercito. Esercito che agli occhi di Washington non basta per contenere una Cina sempre più ricca e moderna, tanto che negli ultimi anni sono proprio gli americani a chiedere a Tokyo una postura meno difensiva e d’assumersi parte del costo della difesa della regione, in particolare di quella cintura di contenimento di paesi alleati con gli Stati Uniti che va dall’Afghanistan al Giappone.

Il recente conflitto territoriale con la Cina e i paesi limitrofi per qualche isolotto e relativa area marina, è quindi un’ottima occasione per un governo come quello di Shinzo Abe, che più di una volta ha fatto trasparire accenni di nazionalismo che hanno subito preoccupato i vicini. A dispetto delle preoccupazioni degli americani sono infatti prima di tutto i cinesi e i coreani che si sentono minacciati se il Giappone riarma, l’occupazione giapponese fu se possibile molto più spietata di quella tedesca in altri paesi d’Europa e il ricordo di quelle atrocità è coltivato con cura nei due paesi.

Abe ha così fatto preparare un rapporto che spiega come si potrebbe «interpretare» di nuovo la costituzione in senso meno stretto per prendere parte a operazioni ONU di peacekeeping che richiedano l’uso della forza. Il Giappone ha fornito un contingente per l’Iraq, ma a causa di queste limitazioni i giapponesi di fatto hanno costruito una base in un luogo isolato e vi hanno rinchiuso i propri militari. Il Giappone così non ha perso nemmeno un militare in Iraq e nessun suo militare ha sparato un colpo, ma il suo contributo ha finito per rivelarsi del tutto simbolico.

Abe si è quindi presentato alla televisione dicendo che il Giappone dovrebbe essere in grado di soccorrere gli alleati attaccati. Ovviamente Abe ha subito aggiunto un nonsense dicendo che questo non significa trasformare il Giappone in un paese che fa la guerra: «Il Giappone ha camminato sul sentiero della pace per circa 70 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. La strada non cambierà. Ma non possiamo proteggere le nostre pacifiche vite semplicemente ripetendo che siamo un paese pacifico. Le nostre vite pacifiche potrebbero all’improvviso dover affrontare una crisi. Qualcuno può dire che non succederà mai?»

Da Pechino ha risposto subito il portavoce degli Esteri Hua Chunying, criticando le «azioni negative» di Abe ed esprimendo preoccupazione per i veri motivi del Giappone, che di sicuro non rischia invasioni straniere nemmeno nel medio periodo. Tanto più che il Giappone, che oltre ad essere pacifista repelle formalmente le armi atomiche, ha know-how e materiale fissile in abbondanza per costruire testate atomiche e ha già i missili per lanciarle e i satelliti per guidarne la rotta sull’obiettivo. In un tempo brevissimo potrebbe tranquillamente costituire un arsenale secondo solo a quelli russi e americani senza che nessuno possa impedirglielo.

Non è un mistero il beneplacito di Washington, che per ammissione degli stessi giapponese da tempo spinge in questa direzione, ma il salto è notevole per un paese nel quale per mezzo secolo han chiamato i carri armati «veicoli speciali» perché si ripudiava la guerra e gli orrori commessi dal Giappone in guerra. Una scelta che non ha soffocato patrioti e nazionalisti, dei quali Abe cerca di farsi portabandiera anche visitando il tempio dedicato alle vittime della guerra, provocando l’ira dei paesi vicini perché celebra anche alcuni criminali di guerra che si sono distinti per le atrocità commesse operando da truppe occupanti.

Il Giappone oggi ha un budget per la difesa di circa sessanta miliardi di dollari all’anno, più di tre volte quello italiano e dal 2006 ha anche un ministero della Difesa. Una spesa alla pari con quella della Gran Bretagna e poco meno della Russia, solo la Cina spende più del doppio, ma gli americani spendono più di tutti messi insieme a quindi il problema non è che il Giappone sia minacciato, quanto di rendere utilizzabili le sue forze anche per affiancare le operazioni americane in Asia e magari di far spendere qualcosa in più ai giapponesi, che investono appena l’1% del PIL a fronte del quasi 3 dei vicini sud-coreani, ancora formalmente in guerra con il Nord. In rapporto alla dimensione della sua economia infatti il Giappone spende relativamente poco e per di più non può mettere a disposizione del fido alleato nemmeno il frutto di questi investimenti. Comprensibile quindi che Washington spinga anche il suo più importante alleato orientale a partecipare alle spese che gli Stati Uniti sostengono per «contenere» una Cina che per ora non sembra interessata a far la guerra a nessuno.

Pubblicato in Giornalettismo