Indagato l’autista del magistrato «aggredito dai NoTav», si è inventato tutto

Posted on 15 maggio 2014

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Giuseppe Cangiano, l’ormai ex autista di un magistrato della Procura di Torino che segue i procedimenti scaturiti dalle denunce contro i NoTav «violenti», è indagato per simulazione di reato. Un reato consumato all’evidente scopo di calunniare il movimento NoTav e di guadagnare punti agli occhi di chi da tempo criminalizza il movimento di protesta.

Un tempo era «Giuseppe, autista civile di Antonio Rinaudo, uno dei due magistrati in prima fila nelle indagini contro la parte violenta del mondo No Tav», oggi è un poverino al quale stare vicini perché ha sbagliato. Ha sbagliato denunciando un’aggressione mai avvenuta, ha sbagliato a ferirsi per renderla più credibile e ha sbagliato calunniando «gli anarchici» e i NoTav. Nessuna aggressione, nessuno che gli abbia dato del «servo dei servi», eppure all’epoca ci fu chi prese tutto per buono e da questa premessa certa partì all’attacco e successivamente inventò addirittura una «rivendicazione che non lo era»:

Che la matrice dell’aggressione sia quella dell’antagonismo più violento, quello che ha a che fare con gli scontri in val di Susa, le proteste contro i Cie e via discorrendo non ci sono dubbi. Anzi. Se mai si volessero cercare conferme basta leggere qui le parole che hanno urlato gli aggressori a Giuseppe «Servo dei servi dei servi», un leit motiv sentito troppe volte in passato. Alle manifestazioni più dure. Alle giornate di protesta. E sempre dirette contro poliziotti e carabinieri. A Giuseppe hanno poi riservato un’altra frase che gela il sangue: «Oggi tocca a te. Domani verranno gli altri». Parole che rimandano agli anni più bui del terrorismo. Agli anni dove parlavano le armi e poi le rivendicazioni «Altri seguiranno».

Invece era tutta una millanteria e ora è evidente lo sconcerto che ha colto ad esempio Massimo Numa, noto per la sua ostilità al movimento NoTav e ancora oggi stupito dall’emergere di una «verità» del genere dopo anni nei quali sono apparse a mazzi le presunte «minacce delle BR» e di altre firme impresentabili alla volta di esponenti dello schieramento SiTav, che però non hanno mai subito alcuna aggressione nella ultradecennale storia della battaglia in valle. Occasioni nelle quali è scattato un discreto riflesso forcaiolo da parte dei politici e media schierati a favore dell’opera in Val di Susa, riflesso che ora sembra essere fortunatamente svanito in favore di un approccio più umano e aderente alla realtà, anche per Numa:

Nessuno riesce a spiegare il possibile movente, forse la causa potrebbe essere lo stress di questo periodo, il desiderio – da ex carabiniere privato del porto d’armi – di ritornare in un ruolo operativo, a fianco di colleghi fortemente motivati e responsabilizzati.

Meglio allora mettere velocemente una pietra sopra a questa brutta storia, anche se nel finale il garantismo si perde e si alza l’odor di partigianeria:

E c’è il desiderio di aprire e poi chiudere subito questa pagina amara. Anarchici e No Tav non c’entrano niente. La “colpa” forse è solo dello stress e della fatica di ogni giorno, impegnato com’era in turni massacranti della scorta del pm che aveva fiducia in lui. Pochi lo condannano. Molti vorrebbero restargli ancora più vicino, aiutarlo ma per davvero. E capire perché è accaduto tutto questo, in un momento così delicato, con inchieste su terrorismo e attentati, purtroppo veri.

Povero Giuseppe, vittima dello stress della dura lotta contro il terrorismo. Se siano veri o no il «terrorismo e gli attentati» e quali tra le minacce siano millanterie e quali no, invece lo decideranno i magistrati. Per ora ci sono molte accuse e molte denunce decisamente sopra le righe, ma i «terroristi» in valle non li ha ancora visti nessuno, nonostante numerosi tentativi del genere siano riusciti a costruire agli occhi di molti l’immagine di un movimento violento. Una strategia che secondo i NoTav è abbastanza evidente e serve solo a criminalizzare chi si oppone a un’opera già morta che certa politica vuole mantenere in vita per spremerne il possibile e non ammettere di aver sostenuto per anni un progetto fallimentare.

Pubblicato in Giornalettismo

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