Quelli che finiranno sott’acqua e come pensano di cavarsela

Posted on 4 Maggio 2014

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Visto che il ciclo che alimenta il riscaldamento globale non sembra arrestabile, i più lungimiranti, e solvibili, tra i più minacciati hanno cominciato a pensare come fronteggiarne le conseguenze.

La perdita delle spiagge e lagune può essere una conseguenza sgradevole, ma non definitiva perché altre spiagge e altre lagune si formeranno, ma l’avanzare del mare all’interno di alcune delle maggiori megalolopoli del pianeta non può essere preso con altrettanta filosofia, tanto più che si tratta di aree nelle quali in diversi casi lo sprofondamento del terreno farà concorrenza all’innalzamento delle acque. In certe zone della capitale indonesiana di Jakarta ad esempio, il terreno sprofonda a una velocità 10 volte superiore. Accade perché ogni costruzione e ogni ristrutturazione aggiunge peso, mentre il prelievo dalle falde idriche svuota il sottosuolo fino a rischiare che le acque del mare invadano gli acquiferi e mettano a rischio le riserve idriche di milioni di persone. Il dato è stato presentato insieme ad altre considerazioni all’assemblea generale della European Geosciences Union a Vienna nei giorni scorsi e s’aggiunge a un quadro già fitto di conseguenze indesiderate dell’antropizzazione sfrenata. I geologi lamentano l’indifferenza per la minaccia della subsidenza e sembra un film già visto.

L’unica soluzione plausibile da qui alla fine del secolo, quando le acque potrebbero essere salite da poco più di un metro a due, è quella di costruire barriere a protezione degli abitati e delle infrastrutture dove si può o a programmarne lo spostamento dove non sia economico farlo o non ci siano i soldi per farlo. In California ad esempio è già stato programmato lo spostamento di un’autostrada costiera  e dei relativi flussi di traffico all’interno in vista dell’inevitabile, Shanghai ha messo a bilancio miliardi di dollari per proteggere la megalopoli esplosa su una laguna negli ultimi decenni e anche New York dopo le inondazioni portate dall’uragano Sandy ha cominciato a progettare difese, buona parte di Long Island e del territorio metropolitano costiero sono troppo basse.

E ancora più bassi sono interi paesi come le Maldive o le nazioni che occupano gli atolli del Pacifico, che non potranno fare altro che sparire, perché una cosa è proteggere una parte di costa sotto il livello del mare, tutt’altra cosa è riuscire a salvare intere isole dall’identico destino quando la loro altezza media sul mare non arriva ai due metri e già oggi basta una perturbazione violenta o un modesto tsunami per inondarle completamente. Simile destino per quei paesi che hanno i centri nevralgici affacciati sul mare e poche possibilità e risorse per difenderli. La Nigeria ha spostato la capitale ad Abuja, nell’interno, ma non la megalopoli costiera che resta Lagos e così come altri paesi che dipendono da un porto o da un hub marittimo, potrebbe subire conseguenze enormi e destabilizzanti sul piano economico.

Le difese costiere peraltro attraggono investimenti e popolazione, con il rischio che qualora cedano la disgrazia s’abbatta su numeri sempre più alti di persone, quando buon senso vorrebbe invece che si costruisse in zone al riparo da pericoli del genere. Uno studio dell’anno scorso ha provato a pesare questi effetti e a individuare dove impatteranno più pesantemente. La classifica per valore economico dei danni mette in fila le aree di: 1) Guangzhou, 2) Miami, 3) New York, 4) New Orleans, 5) Mumbai, 6) Nagoya, 7) Tampa, 8) Boston, 9) Shenzen 10) Osaka. Quella per l’impatto sul Pil del paese invece: 1) Guangzhou; 2) New Orleans; 3) Guayaquil, Ecuador; 4) Ho Chi Minh City; 5) Abidjan; 6) Zhanjing; 7) Mumbai; 8) Khulna, Bangladesh; 9) Palembang, Indonesia; 10) Shenzen. Numeri che spiegano come i danni a New York raggiungano valori assoluti altissimi, ma come per il paese sia molto più rilevante «perdere» sulla costa del Golfo del Messico, di quanto non conti il valore delle proprietà immobiliari minacciate a Boston, New York e Miami, seppur enorme.

Ma le barriere potrebbero non bastare, a Jakarta hanno già costruito un muro lungo 30 chilometri per tenere lontano il mare, ma sprofonda anche quello insieme al sottosuolo costringendo a una continua rincorsa alla riparazione e al consolidamento, perché se dovesse cedere un milione di persone finirebbe a bagno e si dovrebbe dire addio alla provvista idrica, già minacciata da un’esplosione demografica che ha portato a oltre 10 milioni gli abitanti su un territorio che per il 40% è già al di sotto del livello del mare. In Indonesia hanno speso una frazione di quello che sono costati i danni dell’uragano Sandy, che abbattendosi su proprietà di valore ha staccato un conto economico  di 148 miliardi di dollari, oltre a portarsi via più di 1.800 vittime. Le vite e le proprietà dei cittadini delle metropoli più care costano tantissimo ed è comprensibile, ma fa sempre impressione considerare che i danni dello tsunami che colpì India e Sri Lanka si sono misurati qualche decina di milioni perché le 200.000 vite che ha reclamato valevano economicamente molto meno e lo stesso si può dire per le loro proprietà, non giravano molte assicurazioni sulla vita e contro i danni da quelle parti e l’impatto dello tsunami sull’economia dei due paesi fu quasi trascurabile. .

Ovvio quindi che s’investirà in via prioritaria dove ci saranno dei soldi da spendere per proteggere altri soldi, e basta pensare a quanto può valere economicamente il parco auto di una metropoli, tutte da buttare dopo un’inondazione, per capire che più che del senso economico dell’operazione ci sarà da preoccuparsi di prendere bene le misure ai tempi e al dimensionamento delle infrastrutture, che a fine secolo potrebbero rivelarsi ormai insufficienti a contenere ulteriori aumenti del livello dei mari e degli eventi climatici estremi. Aumenti che secondo gli scienziati sono ormai inevitabili anche se per un qualche accidente miracoloso, smettessimo all’improvviso d’inquinare l’atmosfera oggi stesso.

 

Pubblicato in Giornalettismo