Stragi in Africa, indifferenza in Occidente

Posted on 30 aprile 2014

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Che la violenza proceda veramente in nome d’Allah o di Gesù ha poca importanza, anche in Africa la religione è un pretesto esplosivo, che una volta innescato non si sa come fermare. Il settarismo può esplodere dove non sapevano nemmeno cosa fosse, spesso generato da goffi tentativi di coprire imprese criminali con più nobili intenti.

Nel Nord-Ovest della Nigeria 234 ragazzine tra i 16 e i 18 anni sono state rapite da una scuola dove stavano dando gli esami da giorni.Il governo nigeriano, che ha persino annunciato di averne liberate buona parte, ma non era vero e non si è nemmeno capito a che pro lo abbia fatto, visto che nella zona non si è ancora vista alcuna operazione militare od operazione di polizia per recuperare gli ostaggi. I rapitori potrebbero essere molto vicini a quelli che hanno prelevato Giampaolo Marta e Gianantonio Allegri, due sacerdoti italiani rapiti a inizio mese insieme a una suora canadese nel Nord del Camerun, a Maoura, dei quali non si è saputo più niente. Da Maoura o a Chibok, dove sono state rapite le studentesse ci sono meno di 200 chilometri in linea d’aria e un confine permeabilissimo. Sarebbero i Boko Haram, una setta islamica che imperversa in alcune regioni del settentrione nigeriano a maggioranza musulmana, che lo stesso giorno ha portato a termine e rivendicato un attentato che ha fatto 70 morti nella capitale Abuja. Il rapimento delle studentesse non lo hanno rivendicato, ma da un lato è nota la loro avversione per l’educazione secolarizzata e dall’altro non è storia nuova che i gruppi alla macchia rapiscano donne per usarle come domestiche o abusarne sessualmente.

Una quarantina delle rapite e poi caricate su alcuni camion, sono riuscite a fuggire mentre i loro rapitori si sono intrattenuti a uccidere e saccheggiare nei villaggi sulla via di fuga. I parenti delle altre hanno persino affittato delle moto per seguire la scia di sangue, in mancanza d’esercito e polizia. Non che la Nigeria manchi di militari e pure determinati, in quella stessa regione per combattere i Boko Haram han fatto più morti dei Boko Haram, ma evidentemente di mettere insieme una missione per salvare le povere bambine non è venuto in mente ne ai comandi militari ne a uno dei governi più corrotti d’Africa, anche se a differenza di molti altri, democraticamente corrotto. La Nigeria è infatti un paese estremamente pluralista sia etnicamente che religiosamente, metà musulmano e metà cristiano, ma per niente omogeneo, visto che sia i cristiani che i musulmani sono a loro volta divisi in culti diversi e spesso concorrenti, tanto che i Boko Haram rappresentano un’infelice eccezione che il governo ha sempre teso a minimizzare. La Nigeria è anche il paese più popoloso d’Africa e qualche migliaio di fanatici nascosti nel bush non turbano le sorti di un paese con 170 milioni d’abitanti e nemmeno le turbano le sofferenze dei nigeriani che abitano le regioni investite dalla violenza, da mesi sotto legge marziale senza grossi esiti, tanto che le rapite stavano nell’unica scuola aperta della regione, tutte le altre sono state chiuse proprio per evitare azioni del genere.

Anche per questo i Boko Haram hanno portato gli attentati nella capitale, l’eco delle loro azioni, per quanto eclatanti, dal Nord non raggiunge il resto del paese abbastanza forte e chiaro. Il rapimento delle ragazze e l’incredibile agire del governo in seguito ha scosso il paese, ma difficilmente il governo farà di più nonostante le grandi promesse spese per rimediare alla figuraccia e non deve nemmeno stupire che si sia opposto all’iscrizione dei Boko Haram nella lista internazionale dei terroristi, passo che avrebbe come conseguenza automatica conseguenza un aggravio della curiosità per i nigeriani alla frontiera di ogni paese, cosa sgraditissima all’élite del paese e ben poco utile a penalizzare una formazione genuinamente locale. C’è poi che la Nigeria ha una casta militare ingombrante e che «problemi» come i Boko Haram ne giustificano l’esistenza, sarà per questo che i militari con la repressione ci vanno giù duro alimentando risentimenti che spingono i giovani verso una vita di guerriglie e di rapina. È appena il caso di notare che se un rapimento del genere si fosse verificato in altre parti del mondo avrebbe avuto immediata risonanza e attenzione planetaria, ma non è accaduto niente del genere.

repubblica-centrafricana-pulizia-etnica

Più o meno alla stessa latitudine, più a Occidente nel continente africano, si sta consumando un dramma dal segno opposto. In Repubblica Centrafricana sono i cristiani, l’80% della popolazione, che hanno ormai portato a termine la pulizia etnica del Sud-Est del paese, sloggiando quella parte dei musulmani centrafricani che v’abitava. I musulmani sono appena il 10% della popolazione e per lo più concentrati nel resto del paese, che però non aveva mai conosciuto scontri inter-religiosi in tutta la sua storia e che per di più non ospita nemmeno musulmani di tendenza talebana. Il dramma della Repubblica Centrafricana nasce dall’agonia della dittatura di Bozizé, durata un decennio sotto gli auspici della Francia che regge le fila del paese sin dall’indipendenza. Dopo anni passati dal dittatore a promettere accordi che poi non rispettava, l’anno scorso è stato messo in fuga da un’alleanza di bande e guerriglieri calata sulla capitale, circa 2.000 uomini con armamento leggero, ma son bastati. I Seleka, formatisi nei campi profughi in Ciad, dove la popolazione era dovuta fuggire di fronte alle violenze del dittatore che fece incendiare decine di villaggi nella regione, hanno avuto facilmente ragione di un esercito ormai evaporato, istituzioni inesistenti e una forza di pace panafricana che è rimasta a guardare. Cacciato Bozizé ed espresso in qualche modo un presidente a interim che doveva garantire le minoranze, è apparso chiaro che buona parte dei Seleka era più interessata al saccheggio che alla politica, al punto che il presidente Michel (Am-Nondokro) Djotodia, musulmano, ha dovuto lasciare il passo a Catherine Samba-Panza, cristiana, e alle truppe francesi, che su mandato ONU dovevano disarmare i Seleka. Il tutto in attesa di elezioni entro i prossimi 18 mesi, che s’allontanano.

Diversamente dal Mali, dove l’operazione di ripulitura dell’Azawad dalla presenta dei talebani che ci volevano fare l’emirato è andata liscia per Hollande, l’operazione in Repubblica Centrafricana è stata condotta male, da un contingente non omogeneo e privo di piani efficaci. È finita che i francesi per disarmare i Seleka hanno fatto affidamento anche sulle milizie anti-balaka, in teoria formazioni di autodifesa, ma in pratica presto divenute strumento di un’operazione di pulizia etnica della presenza musulmana dalla capitale e dai dintorni. Milizie che si sospettano animate da uomini del vecchio regime e che è dimostrato si siano coordinate con le forze francesi, che in teoria invece dovevano disarmare anche loro. Musulmani accusati di aver in qualche modo invitato i predoni Seleka e di esserne complici, persone innocenti perseguitate ovunque da bande di persone armate di qualsiasi cosa e in schiacciante superiorità numerica. Ai francesi e ai contingenti dell’ONU e dei paesi africani non è rimasto che radunare i musulmani e assecondarli nella fuga. O almeno così hanno detto.

Ovviamente i Seleka per lo più si sono dileguati tornando sulle loro piste, lasciando i francesi, le uniche truppe da combattimento che combattono davvero, a girare in tondo senza riuscire a consolidare il lavoro fatto per mancanza di polizia, esercito o altri contingenti a controllare la situazione. E ora che sono impegnati ad evacuare e proteggere i musulmani, rendendosi così complici della pulizia etnica, i Seleka sono liberi di razziare di nuovo e per di più «legittimati» dal dirsi in difesa dei musulmani vittime di un’orribile ingiustizia, perché son crimini contro l’umanità quelli di cui si parla e sono centinaia i morti e quasi un milione gli sfollati nel paese nel cortile di casa dei francesi in Africa. Sabato 22 persone sono state uccise a Nanga Boguila, a circa 450 km a nord della capitale, capi locali riuniti in un ospedale di Medici senza Frontiere, che ha perso nell’occasione tre dei suoi operatori, azione che segnala un’escalation «politica» tesa ad acquisire la supremazia sulla parte musulmana del paese, da anni poco frequentata dal governo e priva di milizia anti-balaka. Un paese nel quale Parigi ha sempre dettato legge e continua a farlo e nel quale il settarismo era materia sconosciuta, tanto che i Seleka tutto sono tranne che talebani o emuli dei Boko Haram, somigliando piuttosto alle bande di piccoli signori della guerra che in Congo controllano alcune aree minerarie come signori feudali, grazie alla forza delle armi e alla debolezza degli scrupoli. E non esageratamente devoti sembrano neppure i cristiani che impegnati in una tragica riedizione della caccia ai Tutsi in Ruanda. Tipi che scrivono sui muri delle moschee frasi come «Io distruggo in nome di Gesù» e girano armati alla meno peggio pronti a uccidere i musulmani o a saccheggiarne sistematicamente le case e a radere al suolo le moschee.

Facile pensare che a parti invertite con i cristiani dalla parte delle vittime, questa terribile tragedia avrebbe avuto più risonanza a livello internazionale e che forse invece di sloggiarli sarebbero stati protetti anche a costo di sparare a chi li voleva uccidere. Ma le vittime musulmane non fanno lo stesso effetto e allora in Repubblica Centrafricana i cristiani possono praticare la pulizia etnica senza suscitare scandalo e anche se in Nigeria rapiscono 200 ragazzine non importa a nessuno. Sono musulmani, come i cittadini dell’Iraq, dell’Afghanistan, del Pakistan, della Siria, della Palestina, del Myanmar e di altri paesi dei quali c’importa poco se muoiono in gran numero, anche perché non li vediamo, non ce li fanno vedere, anche se molti muoiono per mano dei nostri governi. Questi in più sono africani, sono neri e nel caso centrafricano sono perseguitati dai cristiani, ai quali le gerarchie cristiane offrono la copertura di una narrazione falsa che chiama in causa persino il fantomatico Joseph Kony, una specie di spauracchio buono per tutti, dagli americani che gli stanno dando la caccia a operazioni del genere. Missioni di «santi» africani che arrivano in Vaticano a perorare la causa del paese e che ne ripartono con le preghiere del Papa, ma senza che il Papa abbia tuonato all’indirizzo dei cristiani centrafricani per fermarne la follia assassina.

Pubblicato in Giornalettismo

 

 

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