L’Iraq va al voto, nonostante tutto

Posted on 29 aprile 2014

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Il primo ministro al Maliki cerca la conferma per un terzo termine, mentre il paese è ripiombato nella violenza tracimata attraverso il conflitto siriano e alimentata dalla guerra santa contro Assad.

Nouri al Maliki non appare tanto diverso dal dittatore siriano, agli occhi di quelli dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, l’ultima disgrazia in ordine di tempo a funestare l’Iraq, seminando il panico nella provincia di Anbar e alimentando un’ondata di attentati suicidi che ha colpito ovunque. La recente crisi dell’ISIL i Siria, dov’è finito ostracizzato e attaccato dall’opposizione ad Assad al gran completo, non sembra averne minato molto le capacità operative in Iraq, dove agiscono elementi locali accanto a jihadisti stranieri che stanno dando il filo da torcere all’esercito iracheno. Esercito che il premier ha deciso di rinforzare con battaglioni di volontari sciiti dalla dubbia efficacia, ma dall’indubbia spietatezza. Anche se non si può dire e lo stesso premier lo nega ufficialmente.

Già da mesi la violenza ha raggiunto picchi record, non si vedevano tanti morti dal 2008, secondo l’ONU sono stati 8.868 le vittime di attacchi e attentati nel 2013 e più di 1.400 solo nei primi due medi dell’anno. Tra questi circa un migliaio di militari e volontari,veloci a disertare quando la paga non arriva in tempo o la situazione si fa brutta. Se i militari iracheni nella provincia di Anbar se la passano male e lamentano persino una mancanza di munizioni, il resto del paese sembra allineato al loro umore e rimprovera al governo lo stato dell’economia, l’inquinamento e, soprattutto, lo stato pietoso dei servizi, a detta di tutti minati dalla corruzione.

Le elezioni tuttavia s’annunciano partecipate e il numero delle candidate è raddoppiato rispetto al 2010, sono più 2.600 quelle che corrono per il parlamento, circa un terzo del totale dei candidati, indubbio segno di partecipazione e di un clima favorevole a regolare le questioni attraverso il voto, anche se poi in mancanza di una forza capace di conquistare la maggioranza assoluta si andrà a un governo di coalizione. Le elezioni dovrebbe quindi vincerle ancora al Maliki, ma sarà importante vedere quanti seggi conquisterà il suo partito e quanti quelli con i quali aspirerebbe a concludere un accordo di governo più ristretto di quello al quale fu costretto nel 2010, quando imbarcò quasi tutti e finì per tenere per sé oltre alla carica di primo ministro anche quella di ministro dell’interno, della difesa e capo dell’esercito. Dice che il parlamento non gli approvava le nomine, ma più di un osservatore contesta questa ricostruzione. Che Maliki poi abbia stretto il suo potere anche sull’apparato giudiziario, come accusano i suoi detrattori, dovrebbe essere dimostrato dalla sentenza che ha annullato il voto che introduceva il limite di due mandati per la carica di primo ministro, fondamentale per permettergli ora di correre per un terzo mandato.

Le province irachene divise per pericolosità

Le province irachene divise per pericolosità

Molti temono che Maliki corra verso una dittatura personale, ma per ora la mancanza di carisma e il relativo supporto di cui gode anche tra gli sciiti sembrano scongiurare il pericolo. Un cambiamento degli equilibri potrebbe giovare al paese, dando a Maliki più dinamismo e liberandolo da troppi compromessi, come potrebbe innescare una fase d’instabilità dopo una legislatura tutto sommato tranquillizzante per un popolo provato come quello iracheno. Maliki resta comunque il favorito e difficilmente si farà mettere da parte qualora riesca a conservare o ad aumentare i suoi consensi fino a poter mettere insieme un governo di maggioranza e non più di quasi-unità nazionale. Maliki però si trova contro personaggi come Moqtada al-Sadr e anche diversi religiosi sciiti di un certo livello, anche se può ancora contare sul sostegno di sciiti e sunniti secolarizzati che vanno poco d’accordo con i partiti confessionali e che vedono in Maliki almeno un garante della relativa laicità e integrità territoriale del paese, che invece diversi candidati potrebbero anche mettere in discussione, anche se sotto le elezioni quasi tutti hanno aumentato vistosamente il loro livello di patriottismo.

Impossibile tirarsi indietro con i talebani dell’Isil che si avvicinano a Baghdad e compiono violenze e azioni clamorose, come provocare  l’inondazione della campagna nei pressi della capitale aprendo una diga sull’Eufrate nei pressi di Falluja, città martire della resistenza agli americani e ancora oggi luogo nel quale amano concentrarsi i sunniti che prendono le armi contro Baghdad, siano locali o d’importazione. Mercoledì gli iracheni si recheranno quindi al voto sfidando la minaccia di attentati e attacchi, già da lunedì hanno cominciato a votare militari e poliziotti, che poi saranno chiamati al gran completo a vigilare per provare a garantire il corretto svolgimento del voto.

La lista dei partiti e delle coalizioni che si presentano al voto è ancora lunghissima e non si è accorciata significativamente, basti pensare che i gruppi o partiti che sono riusciti a entrare in parlamento nel 2005 sono una trentina e comprendono formazioni confessionali, etniche o laiche che cercano il loro posto al sole e che saranno forzatamente costrette a collaborare per formare un governo, quanto mai necessario nel mezzo di un’esplosione di violenza come non se ne vedeva da anni. Un argomento che gioca a favore del premier e infatti molti iracheni, anche sunniti, voteranno per la continuità, ma anche un argomento che i suoi detrattori hanno trasformato nell’accusa di aver dosato la lotta all’Isil in funzione proprio delle elezioni, che molti sospettano saranno truccate grazie all’introduzione del voto elettronico, più semplice da manomettere di quello cartaceo.

Nell’incertezza sull’esito del voto, e nonostante la scarsa fiducia nei politici, resta l’evidente interesse degli iracheni per il voto. Resta anche l’ovvio interesse degli americani e dei paesi vicini, Maliki non fa contenti gli americani, né gli iraniani e neppure i vicini del Golfo, che finanziando la guerra in Siria finanziano anche l’eversione in Iraq e che si sono sentiti accusare da al Maliki di finanziare il terrorismo. Un segreto di pulcinella visto che l’impegno economico contro Assad è stato ampiamente pubblicizzato, ma pur sempre un attacco impertinente da parte di uno sciita troppo vicino a Teheran per non essere temuto dalle famiglie reali dei paesi del Golfo, che dal fiorire di un Iraq democratico hanno tanto da perdere e poco da guadagnare. Nonostante tutto è però probabile che anche i paesi vicini e lontani preferiscano le certezze che può offrire al Maliki ai tanti punti interrogativi che susciterebbero eventuali soluzioni alternative alla sua riconferma.

Pubblicato in Giornalettismo

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