#NotABugSplat, non siamo insetti da spiaccicare con i droni

Posted on 7 aprile 2014

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Il messaggio è potente e l’idea è carica di senso, piazzare la gigantografia di un bambino in modo che sia visibile dagli operatori dei droni e anche dai satelliti americani, dovrebbe incidere sull’alto tasso di disumanizzazione che caratterizza la pratica.

La prima gigantografia è stata piazzata nella provincia del Khyber Pakhtunkhwa, un’area a maggioranza pashtun della North West Frontier Province conosciuta anche con il nome di Sarhad, che significa appunto «frontiera». Un’area incuneata a Nord tra Pakistan e Afghanistan, abituale terreno di caccia dei droni americani.

Droni che non sempre colpiscono i cattivi come dovrebbero, visto che le stime più attendibili parlano di percentuali ben più alte de 50% quando si riferiscono alle vittime civili tra i quasi tremila uccisi dai droni, in particolare dall’entrata in carica di Obama, che ha scelto di ricorrere con grande generosità a questo tipo di bombardamenti.

Not-A-Bug-Splat

Bombardamenti ancora più discutibili perché lì non c’è la guerra e avvengono in teoria di nascosto grazie a un accordo tra i governi dei due paesi. Bombardamenti che in gergo militare sono definiti dagli operatori dei droni con la locuzione: «bug splats», che indica un insetto che si spiaccica o che, nel caso, è spiaccicato. Questo perché dall’alto, quei puntini che si muovono prima di essere colpiti da un missile Hellfire («fuoco dell’inferno»), appaiono come insetti brulicanti.

L’installazione concepita da un gruppo d’artisti pakistani e dall’artista francese JR è stata sponsorizzata dal movimento «Inside Out»e pubblicizzata con l’hastag #NotABugSplat, protagonista è un bambino di cui non è stato diffuso il nome, ma che si dice abbia perso i genitori in un bombardamento.

Pubblicato in Giornalettismo