Gli Stati Uniti si umiliano per convincere Israele a fingere di trattare

Posted on 3 aprile 2014

0



L’attivismo di Kerry non buca l’ostilità del governo di Tel Aviv per il processo di pace e non riesce neppure a fermare la colonizzazione a passo di carica della West Bank, così l’amministrazione Obama mette sul piatto quel che può, persino la liberazione di Jonathan Pollard, salvo poi scoprire che non è stata una buona idea.

La situazione tra israeliani e palestinesi è al punto per il quale i palestinesi l’anno scorso hanno acconsentito ad arrestare il processo d’adesione alle organizzazioni internazionali, reso possibile dal riconoscimento dello stato di Palestina, e ad attendere 9 mesi di colloqui con gli israeliani, che in cambio avrebbero rilasciato 104 prigionieri palestinesi detenuti da anni. Poi è finita come sempre da oltre dieci anni, con Netanyahu che ha aumentato il ritmo delle costruzioni nelle colonie illegali in territorio di Palestina e ha posto condizioni nuove e assurde, come la pretesa di continuare a occupare a tempo indeterminato la Palestina e a presidiarne i confini orientali con la Giordania con i suoi militari per la «difesa» d’Israele o la richiesta del riconoscimento di Israele come stato ebraico, un ottimo espediente per ripetere che i palestinesi non vogliono riconoscere Israele anche se l’hanno già riconosciuta formalmente nel 1993.

Poi gli israeliani alla fine hanno smesso di liberare i palestinesi come previsto, Netanyahu si è trovato inseguito dai fanatici della lotta ai «terroristi» e ormai il tempo stava per scadere nel nulla di fatto preventivato, dal suo punto di vista non ha senso rilasciarne di più. Così la Palestina ha ripreso il suo cammino legale e ha presentato la richiesta d’adesione a 15 agenzie dell’ONU dicendosi pronta a siglare trattati e carte che sovrintendono a queste associazioni e che renderanno ancora più solida la nazione palestinese e i suoi diritti. Mahmoud Abbas ha chiarito che i palestinesi cercano solo quello che è loro diritto, uno stato palestinese accanto a quello israeliano, e lo ha fatto alla televisione mentre firmava solennemente i documenti per la richiesta d’adesione a diverse agenzie dell’ONU.

Alla mossa palestinese il governo israeliano ha risposto dicendo che i palestinesi «pagheranno caro» il ricorso alle istituzioni internazionali, minacciando altri blocchi e altre repressioni illegali da aggiungere al menu in vigore da anni, una sequenza che ha ovviamente provocato lo scoramento nell’amministrazione Obama, che pare proprio che per il secondo mandato abbia messo in programma la pace tra Israele e Palestina senza fare i conti con l’oste Netanyahu, che da anni campa politicamente sputando in faccia ai palestinesi e alle diverse cancellerie occidentali che lo spingono verso un accordo che non vuole assolutamente.

Il Segretario di Stato John Kerry ha così dovuto precipitarsi a più riprese in Israele senza cavarci molto, fino a che a qualcuno non è venuta la splendida idea d’offrire la liberazione di Jonathan Pollard in cambio della ripresa della prevista liberazione di prigionieri palestinesi. Un’idea accolta con interesse in Israele, ma da un vero e proprio linciaggio in patria, dove Pollard rappresenta una figura odiatissima perché lavorando per i servizi segreti ha tradito il paese per soldi, vendendo segreti agli israeliani che poi li hanno condivisi e scambiati con gli allora sovietici. E non segreti da poco, ma tra la altre le informazioni utili a un «first strike» nucleare da parte dei sovietici, i codici usati dai sottomarini nucleari per comunicare e la dislocazione dell’arsenale atomico americano, tutta roba che se fosse stata colpita da un attacco sovietico avrebbe privato gli Stati Uniti del potenziale per una qualsiasi risposta, consegnando il paese alla resa ai sovietici. Il processo a Pollard fu segreto e non si sa ufficialmente che informazioni abbia passato, ma circolano anche numeri e dettagli abbastanza precisi diffusi off-record negli anni, tra i quali quello che indica in 1.100 gli agenti nell’Est europeo che le informazioni di Pollard hanno bruciato, molti dei quali sono finiti malissimo nei rispettivi paesi. Pollard ora a 59 anni ed è in galera dall’87, dove finì anche perché tradito a sua volta dagli stessi israeliani, che gli sbarrarono le porte dell’ambasciata d’Israele quando, vistosi scoperto, vi cercò rifugio. Un goffo tentativo di smarcarsi, anche se si può dire che Pollard lavorasse più per i sovietici che per gli israeliani, che da informazioni del genere non potevano trarre alcuna utilità, ma che lo pagavano per poi usare quelle informazioni per scambi sottobanco con i sovietici. E pensare che tra i suoi difensori e apologeti c’è chi sostiene che Pollard sia stato condannato fin troppo duramente, perché in fin dei conti ha spiato per un paese «amico» e non per i nemici.

All’epoca era un mercenario sacrificabile e Israele cercò di negare ogni rapporto con lui, poi si scoprì che Pollard vendeva a caro prezzo le informazioni alle quali poteva accedere. Per parte dell’Israele spostata a destra di oggi è invece un eroe e se ne chiede a gran voce la liberazione. Pollard si è calato nella parte del patriota eroico, tanto che in questa occasione ha fatto sapere di rifiutare la liberazione perché comporterebbe anche quella di «terroristi» palestinesi. Rinuncia a poco, la sua liberazione dovrebbe avvenire l’anno prossimo, se qualche giudice o qualche politico non si metterà di traverso. La notizia, circolata come indiscrezione, ha trovato negli Stati Uniti una fortissima e qualificata opposizione, a cominciare della senatrice Dianne Feinstein, democratica e capo di quel Senate Intelligence Committee attualmente in guerra con la CIA: «È difficile per me capire come questo riattiverebbe il processo di pace in Medioriente. Una cosa è dopo un accordo, ma è una cosa totalmente diversa prima di un accordo» alludendo all’opportunità di giocarsi una carta di peso sostanzialmente in cambio di niente, che poi è il (non) senso della mossa disperata di Kerry.

Non diversamente da Feinstein i repubblicani, il senatore Mark Kirk ha spiegato che «Spero che più o meno marcisca in cella per un lungo tempo», il suo collega Saxby Chambliss, che guida i repubblicani nel Senate Intelligence Committee, ha detto che Pollard deve rimanere dietro le sbarre, il generale in pensione Michael Hayden, già direttore sia della CIA che della National Security Agency ha detto che la comunità composta dai 105.000 uomini e donne dell’intelligence statunitense vedrebbe la liberazione come «un tradimento». Originale John McCain, che ha spiegato che Pollard dovrebbe essere rilasciato, ma non nel quadro dei colloqui di pace: «È disgustoso. Appoggio il rilascio, penso sia stato in prigione abbastanza, ma usato in questa maniera è da disgraziati».

Un fuoco di fila che ha provocato l’emergere del portavoce della Casa Bianca Jay Carney, che ha detto, anche se nessuna decisione è ancora stata presa «stanno ovviamente accadendo molte cose in quell’arena». Dove per ora siamo fermi ai palestinesi che procedono dritti per il rafforzamento dell’identità della Palestina e del suo status internazionale, ai quali hanno risposto le minacce israeliane, che è bene ricordare sono pronunciate per impedire ai palestinesi di esercitare pacificamente il diritto di associarsi all’ONU e di vedere riconosciuto il diritto all’esistenza e ai confini dello stato palestinese, da più di mezzo secolo occupato illegalmente dalla potenza israeliana e da un paio di decenni a questa parte soggetto a una colonizzazione, ancora più illegale, che procede a tappe forzate confinando i palestinesi in territori sempre più ristretti e pesantemente sorvegliati, privandoli delle più elementari libertà e della sovranità sulla loro terra.

A Israele ovviamente non fa piacere la moltiplicazioni di fori e paesi che riconoscono la Palestina entro i confini del 1967 e con capitale Gerusalemme Est, ma ancora meno fa piacere che divenga un soggetto giuridico intitolato a trascinare davanti i tribunali internazionali i responsabili della colonizzazione e dell’allestimento del sistema dei bantustan in West Bank, dell’assedio illegale di Gaza e di una discreta serie di gravi crimini, per di più imprescrittibili, contro la popolazione civile e d’infrazioni ai doveri e agli obblighi della potenza occupante. Processi che manderebbero del tutto in frantumi la propaganda israeliana, che taccia le risoluzioni ONU che impegnano Tel Aviv di essere state concepite e votate dagli antisemiti, perché Israele non ne ha mai rispettata una, ma che avrebbe enormi difficoltà a fare lo stesso a fronte di sentenze sfavorevoli. Processi e sentenze che poi  metterebbero ufficiali e politici israeliani a rischio di essere catturati e processati non appena metteranno piede fuori dal paese, oltre alla sgradevole evenienza che li porterebbe ad essere comunque processati e probabilmente condannati dalle corti internazionali violazioni della legalità internazionale e dei diritti umani, delle quali peraltro esistono ampia documentazione e testimonianze. Resta da vedere se Kerry riuscirà a calmare le acque e quando si arriverà comunque a questo punto, perché l’ostilità israeliana a qualsiasi accordo non è mai stata tanto plateale e difficilmente Netanyahu deciderà d’andare a Canossa da Obama, dopo un’intera carriera spesa a sabotare qualsiasi accordo e a promuovere la pulizia etnica nella West Bank. Al momento l’unica strada praticabile per i palestinesi sembra quella che passa per i fori internazionali e la diplomazia, ma nemmeno questo è sopportabile per gli israeliani, che ora sono nella curiosa posizione di chi minaccia un soggetto che ha già danneggiato in abbondanza di commettere altri crimini contro di lui se si rivolgerà ai giudici per ottenere protezione e giustizia.

Pubblicato in Giornalettismo