Cos’ha insegnato il disastro della Exxon Valdez

Posted on 30 marzo 2014

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Il 24 marzo del 1989 la petroliera Exxon-Valdez toccava gli scogli nei pressi delle coste dell’Alaska e riversava dalla falla circa quaranta milioni di litri di petrolio nelle acque altrimenti incontaminate di fronte alle coste dell’Alaska. All’epoca il peggiore incidente del genere, si rivelerà utile almeno a comprendere a fondo i danni che questi inquinamenti provocano realmente nel lungo periodo agli ecosistemi marini.

Varata appena nel 1986 la petroliera in questione aveva un difetto strutturale che la rendeva poco adatta ad avventurarsi nelle infide acque di quelle latitudini, era cioè priva del doppio scafo, un’accortezza che funge da paraurti in casi del genere riduce decisamente il rischio di procurare falle disastrose alla nave. Un difetto cruciale per una gigante del mare che l’equipaggio aveva condotto a passare per le acque costellate di isole e scogli dello Stretto del Principe William (in inglese il Prince William Sound) per evitare non meno pericolosi iceberg avvistati in mare aperto. Una catena di negligenze a bordo completò il quadro, dal comandante che se ne andò a letto un po’ sbronzo lasciando il comando a ufficiali poco esperti a quest’ultimi che portarono il gigante del mare a ferirsi su uno scoglio.

La nave sarò poi riparata con una spesa di 30 milioni di dollari e cambierà nome e padrone più volte, (Exxon Mediterranean, SeaRiver Mediterranean, S/R Mediterranean, Mediterranean, Oriental Nicety, e Dong Fang Ocean) servendo come petroliera anche nel Mediterraneo e infine terminando la sua disgraziata carriera svenuta a una società indiana che probabilmente la smantellerà a mano sulla famigerata spiaggia di Alang. Molto di più spenderà Exxon in risarcimenti ed operazioni di pulizia, un conto complessivo di circa tre miliardi di dollari e forse ancora i più ci hanno perso gli abitanti, umani e no, delle zone costiere inquinate.

In seguito al disastro gli Stati Uniti hanno approvato una legge che consente la navigazione nei propri mari soltanto alle petroliere fornite di doppio scafo. Alla Exxon Valdez invece fu  fatto per sempre esplicito divieto di entrare nelle acque dell’Alaska, il che non le impedì di navigare altrove, anche nei pressi delle nostre coste. Trecento metri di lunghezza, trentamila tonnellate di stazza e la capacità di trasportare duecentomila tonnellate di petroliera Exxon Valdez era stata costruita appositamente per  essere destinata al trasporto del petrolio dal terminal dell’oleodotto del consorzio Alyeska situato a Valdez, in Alaska.

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Dall’incidente sono state tratte anche altre lezioni, in particolare dal punto di vista scientifico, perché le risorse e le professionalità investite nel controllo delle conseguenze ambientali hanno permesso per la prima volta di osservare l’evolvere dell’ecosistema marino, scoprendo che i danni da sversamenti di petrolio sono molto più persistenti e gravi di quanto ipotizzato dagli scienziati in precedenza. La National Oceanic and Atmospheric Administration ha censito ed esaminato la popolazione  di diverse specie negli anni e ha potuto verificare che le conseguenze non si fermano ai primi segni di ripresa delle popolazioni animali, perché l’inquinamento porta conseguenze sul lungo periodo che interessano alcune specie per generazioni e possono condurre a morie improvvise anche a distanza di anni.

Le aringhe, le orche, le foche, le anatre e altri animali hanno continuato a subire gli effetti dell’inquinamento anche a distanza di anni dall’incidente, tanto che soffrono ancora oggi. Effetti dovuti in particolare all’azione dei composti policiclici aromatici (polycyclic aromatic hydrocarbon – PAH), che risultano persistenti e particolarmente dannosi, al punto che una modestissima esposizione può portare alla malformazione degli embrioni o addirittura all’emergere di una popolazione dotata di cuori con prestazioni ridotte, come dei tonni, perché la presenza di queste sostanze affievolisce i segnali elettrici che fanno funzionare il muscolo cardiaco, che quindi offre prestazioni ridotte, penalizzando le prestazioni fisiche degli animali e riducendo la loro speranza di sopravvivenza. Un danno cronico che attraversa le generazioni, ma ci sono anche i danni provocati dal continuo apporto del  petrolio depositato sui fondali e tra le rocce, che dalle conchiglie dei molluschi sale la catena alimentare fino alle specie più evolute e s’accumula procurando danni anche agli animali più grandi, sani e robusti. E i PAH prima dell’incidente non erano neppure considerati tossici per la vita acquatica, invece si è dimostrato che anche quando la loro presenza è invisibile all’occhio umano possono fare strage d’intere generazioni marine.

Secondo uno studio della NOAA del 2007 sarebbero ancora novantottomila i litri che inquinano l’area con la loro presenza, una goccia rispetto ai 40 milioni di litri che sono stati sversati a causa dell’incidente, ma sufficienti per inquinare ancora oggi quei 2.000 chilometri di coste dell’Alaska ufficialmente toccate dal petrolio. Anche perché non si deve pensare che quei 40 milioni di litri siano stati recuperati, solo il 10% del petrolio fuoriuscito è stato raccolto, il resto è stato disperso dall’azione delle correnti o dei solventi chimici, inquinanti pure loro, o si è depositato sul fondo. Anche per questo da allora le comunità di pescatori della zona non hanno mai più pescato, se mai servisse una conferma più tangibile della persistenza dell’inquinamento. L’industria ittica locale è stata azzerata e ormai chi ha una barca la usa solo per portare in giro i plotoni di scienziati e di ufficiali del governo che ancora oggi monitorano le conseguenze dell’incidente, anche la vita sociale che un tempo faceva perno sulle comunità dei pescatori è cambiata profondamente e probabilmente ci vorranno ancora decenni prima che da quelle parti possa tornare a rifiorire questa attività. Un’altra serie di danni che s’aggiungono a quelli diretti, perché una catastrofe del genere è destinata ad avere effetti severi e duraturi ovunque si verifichi ed è facile pensare che alle poche migliaia di residenti interessati dall’incidente a latitudine remote che ne sono invece milioni che s’affacciano sul golfo del Messico e che nei prossimi anni dovranno subire lo stesso destino a causa dell’incidente della Deepwater Horizon, dove le stime più prudenti parlano di una quantità di petrolio finita in mare che è dieci volte quello perduto dalla Exxon Valdez.

Pubblicato in Giornalettismo

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