L’improbabile paladina dei diritti umani in Uzbekistan

Posted on 29 marzo 2014

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Gulnara Karimova è la figlia d’Islam Karimov, dittatore dell’Uzbekistan più o meno da quando il paese si è staccato dalla Russia e dalle altre ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale. Ultimamente è caduta in disgrazia e all’improvviso ha visto la luce.

Gulnara Karimova, conosciuta anche con il nome d’arte da cantante di Googoosha, è la figlia un po’ viziata e arrogante del dittatore che per anni ha fatto il bello e il cattivo tempo, usando i milioni che la sua famiglia ruba al paese per intraprendere la carriera artistica, per tentare di mettere su una propria griffe di moda e infine per sponsorizzare eventi culturali nei quali risaltare. Pare però che Gulnara abbia anche partecipato con lena al saccheggio del paese e che i suoi capricci si siano accompagnati alla violenza contro quelli che non gli piacevano, al punto che è opinione comune che si tratti della persona più odiata del paese.

Il suo rovescio è stato spettacolare e si è sviluppato in più di un anno di patimenti, con le sue aziende progressivamente chiuse dalle autorità uzbeke la donna ha perso il controllo delle sue televisioni, delle fondazioni per la beneficenza e altre proprietà, fino allo showdown di un mese fa, quando nel suo appartamento hanno fatto una spettacolare irruzione degli agenti, calandosi dal tetto, sfondando la porta ed entrando nel suo appartamento contemporaneamente da tutte le aperture e infine gettando a terra e ammanettando e bendando Rustam Madumarov, suo socio e fidanzato, che da allora è ospite delle galere uzbeke insieme ad altri due uomini arrestati nella stessa circostanza e poi accusati di riciclaggio, corruzione, frode fiscale e possesso di valuta straniera

Da allora Gulnara è prigioniera in casa e comunica con l’esterno solo attraverso intermediari, come nel caso della lettera che ha fatto pervenire a Natalia Antelava, corrispondente della BBC per l’Asia. Lettera nella quale racconta le sue pene di detenuta in casa e dice di essere stata anche picchiata, oltre a denunciare il suo stesso paese come una dittatura, ma badando bene a dire che tutto accade all’insaputa del padre, che non la vuole ricevere, e per colpa di un complotto ordito da sua madre e sua sorella, che per la cronaca sono considerate non meno ricche e corrotte, ma che sono sempre state molto più discrete.

Un account su Twitter gestito da una persona a lei vicina ha pubblicato la foto degli strani personaggi che circondano la casa dov’è detenuta insieme alla figlia sedicenne, che è anche cittadina americana e che è stata visitata da un rappresentante dell’ambasciata americana, che tace su tutta la linea. Secondo Gulnara centinaia, se non migliaia, di persone a lei vicine sono state arrestate e il motivo, già esplicitato in passato, sarebbe la resistenza alla sua spinta modernizzatrice e al suo attirare nel paese egli stranieri poco graditi, anche se non si ha notizie di suoi invitati che siano tornati denunciando la feroce dittatura, tutti da Depardieu in giù hanno incassato i loro robusti cachet senza fare una piega. Così come non faceva una piega Gulnara, che usava Twitter e reagiva con furia a chiunque le chiedesse conto delle dittatura del padre e delle clamorose violazioni dei diritti umani nel suo paese. Paese che oggi definisce come una dittatura in «stile Pinochet» gestita dal capo dei servizi all’insaputa dell’innocente padre. Che però tanto innocente non è e che è pronto a correre alle consuete elezioni-farsa per un ulteriore mandato nonostante l’età, dopo l’incidente occorso alla figlia non ne ha fatto parola in pubblico ed è anzi apparso allegro e in gran forma nelle visite all’estero.

Gulnara e Lola Karimova

Gulnara e Lola Karimova

A prescindere dai lamenti di Gulnara, l’impressione è che la famiglia abbia deciso di dare un taglio netto alle sue innumerevoli carriere e attività che rovinavano ulteriormente l’immagine di un clan che già non è benvoluto, soprattutto attirando sulla dittatura l’attenzione dei media e dei governi stranieri. Gulnara ad esempio era titolare di una società telefonica che si è rifornita di hardware e consulenze all’estero e che ora è al centro d’inchieste in dieci paesi, la compagnia scandinava TeliaSonera ha pagato un sacco di tangenti per entrare in Uzbekistan e 300 milioni di dollari li ha pagati a una società registrata a Gibilterra e intestata a Gayane Avakyan, già commessa in una delle boutique di Gulmara e poi sua fedelissima assistente. Un caso che in Scandinavia ha destato molto rumore, anche se in Uzbekistan la corruzione è endemica e  e che ovviamente a papà Karimov non può essere piaciuto, come sicuramente non può essergli piaciuto che il titolo di persona più odiata del paese fosse detenuto della figliola, che vantava persino ambizioni presidenziali e si vedeva come erede del padre.

Giunti a questo punto è impossibile pensare che prima Karimov fosse all’oscuro delle attività della figlia o che ora possa essere all’oscuro della sua triste sorte, così com’è da escludere che Karimov sia impotente di fronte a manovre di palazzo contro la figlia, visto che il dittatore non ha fatto una parola di problemi in tal senso e si è anzi riproposto come leader per il prossimo mandato e che non si hanno notizie di analoghe disgrazie che abbiano colpito sua moglie, l’altra figlia o altri suoi fedelissimi. L’ira della giustizia uzbeka si è abbattuta selettivamente sul mondo e sulle relazioni di Gulnara senza che nel paese si udissero parole di solidarietà per la poverella caduta in disgrazia. Sono affari di famiglia e né gli americani, né gli uzbeki sembrano interessati a spendersi per la sorte di Gulnara, che se non fosse la figlia del presidente non sarebbe arrivata dov’è arrivata e anche se ci fosse riuscita a quest’ora sarebbe a marcire in prigione, come i suoi soci e non certo confinata nella sua lussuosa villa. Lo stesso accade nel resto del mondo, dove la sorte di Gulnara per ora interessa in quanto la sua vicenda apre scorci su una dittatura altrimenti discreta, più che per l’empatia per una vittima che appare tale agli occhi di pochi..

Resta probabile che soci e associati a Gulnara finiscano trattati male e torturati, la giustizia di Karimov ha sempre avuto la mano pesante e si dice che un tempo lui amasse far bollire vivi gli avversari, nel paese non c’è libertà d’espressione e al primo sciopero il regime fa sparare sui manifestanti, per non dire di quando ogni anno chiude le scuole e manda studenti e dipendenti pubblici a raccogliere il cotone. Ai tempi dell’Unione Sovietica avevano le macchine per raccoglierlo, spendendo cinque volte di meno della miseria che pagano ora, a volte, ai raccoglitori. Manodopera forzata a buon mercato che il regime giustifica ancora con argomenti da economia sovietizzata, anche se i profitti delle imprese del regime sono tutto fuorché collettivizzate. Gulnara può continuare a ringraziare i suoi fortunati natali e forse farebbe bene a cercare di non irritare oltre la famiglia atteggiandosi a paladina delle democrazia, della giustizia o dei diritti umani, tutta roba che i Karimov, lei compresa, hanno sempre mostrato di disprezzare.

Pubblicato in Giornalettismo

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