Stay hungry o ti tengo hungry, il cartello illegale delle retribuzioni nell’hi-tech

Posted on 28 marzo 2014

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All’inizio erano due, poi cinque, sette e da ora in poi si contano a decine le aziende americane che, singolarmente o all’interno di grandi gruppi erano parte di un accordo per limitare gli stipendi e la mobilità di oltre un milione di lavoratori americani impiegati nei settori dell’elettronica e dell’informatica.apple-google-4-770x416

La storia può cominciare da una mail del 2005 tra Steve Jobs ed Eric Schmidt, quando il CEO di Google riceve una strigliata perché qualcuno del suo ufficio personale aveva contattato un dipendente Apple con un’offerta di lavoro. La mail e la conseguente reazione di Schmidt, che ordina di licenziare il cacciatore di teste e, tassativamente, di non proporre mai più un lavoro ai dipendenti Apple, sono agli atti di un processo storico che si sta tenendo presso il tribunale di San José, in California. Un processo che vede Apple e Google sul banco degli imputati insieme ad altre cinque grosse aziende del settore, alcune delle quali cercano un accordo con la procura, pagando senza ammettere reati o errori, accusate di aver organizzato un cartello per comprimere le retribuzioni di 64.000 ingegneri, che si sono associati in una class action e hanno trascinato in tribunale i loro datori di lavoro perché la pratica è sommamente illegale e produce una distorsione del libero mercato procurando alle aziende un vantaggio illecito. Di come si è arrivati a concepire l’accordo e i suoi ispiratori ho già riferito, ma la genesi e nei contatti personali ai massimi livelli ai quali è seguita l’implementazione verticale degli accordi all’interno delle singole aziende.

A fugare il dubbio che i mattocchi di Silicon Valley fossero ingenuamente convinti di non fare niente di male vale la mail nella quale parlando delle disposizioni da trasmettere ai reclutatori Schmidt scrive:

«Preferirei che Omid lo facesse verbalmente poiché non voglio creare una traccia che possa essere usata per farci causa»

In effetti la posizione processuale degli imputati non è bellissima e sembra inevitabile una condanna che oltre ad avere discreto economico,macchierà per sempre le pretese virtuose di tanti moderni guru di Silicon Valley, che dal processo escono invece come antichissimi padroni delle ferriere, o Robber Baron come dicono da loro ricordando i grandi monopolisti d’inizio novecento. Tra le carte del processo, esaminate e pubblicate da PandoDaily, ci sono però le prove di accordi che coinvolgono un numero di aziende molto più elevato di aziende e che riguardano diverse categorie di lavoratori, per un totale spannometrico di circa un milione tra i lavoratori più qualificati, motivati e capaci degli Stati Uniti.

Oltre ad Apple e Google ecco allora allinearsi nell’inchiesta di PandoDaily i nomi di Intuit, Pixar, Lucasfilm, Microsoft, Novell, Oracle, Sun Microsystems, Comcast, eBay, Paypal, DoubleClick, Genentech, IBM, Illumita, Intel, Intuit, Oglivy, WPP, AOL, Ask.com, Clear Channel Communications, Dell, Earthlink, Virgin Media, AMD, Best Buy, Cingular, Foxconn, Nvidia e anche distributori come Mac Zone, PC Connection e PC Mall. L’elenco delle aziende veramente coinvolte è probabilmente anche più esteso e tra queste solo Dell per ora sembra generosamente destinataria di questa singolare non-belligeranza (è nella lista delle aziende intoccabili di Apple) senza un accordo dimostrato, ma forse per una cortesia tra i due padroni, in questo caso è stato Jobs a muoversi dopo uno sfogo molto arrabbiato del collega. La debole linea di difesa delle aziende imputate è che si trattava di disposizioni impartite senza accordo con la parte che ne beneficiava e che a sua volta faceva lo stesso nei loro confronti. Un accadimento empatico che fa a pugni con la lettura delle carte.

Il processo rischia di diventare devastante per l’aura quasi mitologica della quale si è ammantata Silicon Valley, perché illumina una realtà che sta agli antipodi delle belle favole raccontate su e da questi enfant prodige del capitalismo odierno. Non è vero ad esempio che i migliori erano premiati come meritavano, i membri del cartello tramavano per contenere i loro stipendi e condizionare le loro vite impedendo loro di cogliere opportunità e sfide. Il tutto mentre i loro datori lavoratori cantavano le lodi del libero mercato e della competizione, sulla necessità di assumersi le proprie responsabilità e non dare la colpa ad altri che a se stessi se non si fa carriera o se non si accede a retribuzioni maggiori. Invece una buona fetta di questa responsabilità ce l’hanno proprio questi campioni dell’industria moderna, che è bene ricordarlo hanno commesso una grave serie di reati cospirando ai danni della crema della forza lavoro americana e internazionale, perché questi accordi estendono ovviamente i loro effetti oltre i confini nazionali, essendo la presenza di queste aziende proiettata in tutto il globo. Per non parlare della loro influenza, provate a cercare notizia di questo scandalo e noterete la singolare latitanza delle principali testate mondiali e anche di quelle che non mancano un articolo ogni volta che il Jobs della situazione si soffia il naso. Lo stesso che diceva «Stay hungry, Stay foolish» mentre gli amici di Google raccontavano al mondo che il segreto del loro successo è nelle ricerca aggressiva dei talenti e nel pagare meglio i migliori. Invece erano d’accordo per pagare tutti il meno possibile.

Brin

La creazione di un monopolio sulle retribuzioni e la mobilità del lavoratori si chiama più correttamente monopsonio, se con il primo termine s’intende la costituzione di un solo soggetto venditore, il termine monopsomio indica all’opposto la creazione di un cartello per l’acquisto, in questo caso della forza lavoro. Un cartello che sottrae valore ai lavoratori e lo trasferisce illecitamente ai capitalisti infrangendo le regole antitrust, quelle che esistono per evitare che il capitalismo divori se stesso e il mondo si riempia di monopoli, con tanti saluti alla concorrenza e al libero mercato. Un cartello che per la sua dimensione e importanza può aver influenzato anche le retribuzioni a livello internazionale, visto che che si tratta di aziende che per molto tempo hanno dettato gli standard globali. E non si deve pensare che perché buona parte di quei lavoratori erano comunque pagati molto, allora la cosa riguardi solo una fascia di lavoratori privilegiati. Miliardi di dollari invece di finire nelle tasche di quei lavoratori e anche dei loro colleghi meno retribuiti, e quindi nel circuito economico che alimentano singolarmente e nelle tasse che pagano, si sono involati e hanno formato utili tassati in paradisi fiscali o nei paesi che si accontentano delle briciole per offrire cittadinanza fiscale ai guadagni delle multinazionali. Se poi si considera che questi accordi sono stati presi proprio a cavallo della grande crisi e sono andati a deprimere ancora di più l’economia statunitense, nonostante il settore dell’IT ne sia stato appena sfiorato e anzi si sia ritrovato con le casse piene quando c’era da comprare a prezzo di saldo, si comprende ancora meglio che l’accordo ha esteso i suoi effetti molto più in là dei cancelli di quelle aziende e ha danneggiato molte più persone di quelle alle quali ha tagliato illecitamente gli stipendi. I soldi truffati grazie a questi accordi sono stati sottratti a tutti i cittadini americani e oltre.

Di più, se non si può escludere che in altri settori esistano accordi simili, come esistono evidenti accordi per autolimitare la concorrenza in molti mercati e in molti paesi, si può esser certi che l’esempio fornito da queste enormi corporation fornirà ispirazione a molti altri ovunque nel mondo, anche perché alla fine della storia per quanto possa essere pesante la condanna non sarà economicamente invalidante e l’operazione avrà comunque portato a risparmi netti significativi. La cosa assume un aspetto ancora più preoccupante perché il cartello dei padroni che oggi serve a limitare la concorrenza sul costo del lavoro e l’arruolamento dei lavoratori, tenderà «naturalmente» ad estendersi cercando di tagliare altri costi e introdurre nuovi standard al ribasso attraverso tutta l’industria e oltre, se il sistema funziona non ha senso applicarlo solo agli stipendi.

Pubblicato in Giornalettismo