I Sauditi sull’orlo di una crisi di nervi

Posted on 26 marzo 2014

0



Se è vero che i sauditi guardano e vendono a Oriente, è altrettanto vero che non hanno intenzione di sganciarsi da Washington, il problema dei Saud è che degli americani non si fidano e che di primavere arabe non vogliono sentirne parlare.

Ben pochi commentatori hanno espresso la previsione di un allontanamento tra i Saud e l’amministrazione americana alla luce delle divergenze rilevanti che si sono manifestate negli ultimi tempi tra i due paesi, ancora di più dopo che Riyad ha ufficialmente aperto un brusco scontro con il vicino Qatar. La maggior parte degli osservatori ha ben presente la quantità e qualità di legami tra i due paesi e la storia del rapporto tra la dinastia saudita e le istituzioni statunitensi per pensare che i sauditi possano all’improvviso allontanarsi dagli americani, che per i Saud hanno sempre rappresentato una polizza assicurativa sulla quale contare in caso di guai. Sono gli americani che hanno combattuto per decenni i vicini iraniani e sono gli americani che hanno sloggiato Saddam quando si è pappato il Kuwait e già occhieggiava i loro pozzi e sempre gli americani hanno sempre assicurato che i Saud non fossero messi all’indice in Occidente per tirannia medievale che sono e incarnano.

In realtà i sauditi anche in questi giorni sono come sempre impegnatissimi a cercare la benevolenza americana e il miglior sistema che conoscano è quello d’aprire il portafogli, non solo per elargire le leggendarie mance che illuminano le giornate degli americani che li scortano negli Stati Uniti o arruolando lobbysti come se piovesse, ma anche contribuendo con moneta sonante agli affari dei produttori americani d’armamenti. Un contributo molto gradito, perché a differenza di altri alleati-dipendenti beneficiati dagli «aiuti» gentilmente offerti loro dai contribuenti americani, i sauditi pagano di tasca loro i sistemi d’arma forniti da Washington.

Il nuovo ministro della difesa Salman bin Sultan è in queste ore a Washington a colloquio con il suo omologo statunitense e con il libretto degli assegni in mano sta cercando di concludere l’acquisto di aerei F-15, droni Predator ed elicotteri Apache, che vanno ad aggiungersi e una spesa militare che nell’ultimo quinquennio hanno portato il regno al quinto posto nel mondo per spese in acquisti di materiale bellico. Un’abbondanza tale che secondo gli esperti la maggior parte di questo arsenale sarà immagazzinato e mai usato, perché i sauditi non hanno nemmeno i militari sufficienti per usare quanto hanno acquistato. In più mancano anche di nemici credibili, anche se temono i vicini iraniani, che però non hanno neppure l’aviazione e non hanno mai manifestato l’intenzione di attraversare il Golfo.

A questo si possono aggiungere le notizie che raccontano di una corte mobilitata per accogliere al meglio il presidente Obama nella sua ormai prossima visita nel regno e di un’ossessione per il protocollo che ha portato ad eliminare tutto il personale di servizio di origini africane e quindi tendente al nero. Le critiche verso Washington che i sauditi lasciano trasparire sono severe, ma non tali da far ipotizzare una rottura con il grande amico americano, che storicamente non ha mai portato troppo bene agli audaci che l’hanno provata.

I sauditi però sono in grossa difficoltà perché la primavere arabe sono loro sgraditissime e perché per quanto abbiano fatto a speso, in denari e influenze, sentono di non avere alcun controllo sul caos che le loro stesse azioni hanno innescato. Per di più nell’affrontare la questione delle primavere arabe i sauditi si sono trovati in contrasto con Washington, hanno sostento e finanziato il golpe di Sisi in Egitto senza chiedere niente agli americani e in genere si sono mossi con spregiudicatezza sul piano internazionale, divenendo il pilastro della reazione alle primavere arabe. Ai sauditi non è piaciuto che gli americani abbiano abbandonato il caro Mubarak e non è piaciuto che siano giunti ad accordi con l’Iran tenendoli all’oscuro, ma anche l’abbandono al loro destino degli uomini forti che guidavano la Tunisia e lo Yemen e per certi verso anche di quel Gheddafi che un tempo cercava di uccidere i sovrani sauditi e poi negli anni si era molto adeguato e perfettamente inserito nel club dei tiranni arabi.

Al loro posto ora c’è instabilità e ovunque sono avanzati i Fratelli Musulmani, che all’Islam sunnita propongono un modello di potere che ha sicuramente l’Islam al suo centro, ma che fa a meno di tiranni, uomini forti e persino della violenza. Un modello che ha decine di milioni di seguaci e – votanti – nei paesi arabi  e che con le primavere arabe si era andato affermando nella «mezzaluna della Fratellanza», dalla Turchia alla Tunisia, passando per l’Egitto. Abbastanza da condannare all’irrilevanza l’Arabia Saudita, che per questo ha reagito alla minaccia prima sostenendo e finanziando il golpe contro Morsi in Egitto e poi designando i Fratelli Musulmani come organizzazione terroristica e aprendo una crisi con il vicino Qatar, che oltre ad appoggiare la Fratellanza mantiene anche al Jazeera, vera e propria spina nel fianco per i Saud, visto che veicola critiche contro di loro che non si sentono nemmeno in Occidente. Così la guerra si è estesa anche ad al Jazeera, che in Egitto ha visto i suoi giornalisti incarcerati dai golpisti e accusati di complottare contro il paese, mentre dall’Arabia Saudita e dal Bahrein si sono limitati ad espellerli.

Una frattura che ha mandato a monte il progetto di trasformare il Consiglio di Cooperazione del Golfo, un tempo organizzazione per la difesa comune contro gli iraniani, in una specie di Unione del Golfo e oltre, soprattutto un’unione di monarchi, visto che i Saud hanno cercato di associarvi anche i sovrani di Marocco e Giordania. Ora il GCC si trova spaccato a metà con solo gli Emirati e il Bahrein allineati a Riyad.

Che continua a spendere in aiuti anche agli stessi paesi del Golfo, perché alla spesa militare domestica c’è da aggiungere quella gentilmente offerta ad altri paesi. Un miliardo e mezzo di dollari sono andati ultimamente al Pakistan per la fornitura di un grande numero di soldati per la campagna lungo i confini dello Yemen e per il mantenimento dell’ordine interno. Una goccia nel mare dei soliti dati ai pachistani, ai quali i sauditi hanno anche pagato buona parte del programma atomico, dei debiti e ai quali vendono anche petrolio a prezzi di favore. Poi ci sono i soldi buttati nella guerra civile siriana, i finanziamenti comunque erogati a Tunisia, Libia, Egitto, Palestina e Libano, al quale i sauditi hanno regalato tre miliardi di dollari, il doppio dell’intero bilancio annuale della Difesa di Beirut, per acquistare armi da Parigi, cogliendo così i tradizionali due piccioni con una fava. Poi c’è stato l’intervento militare in Bahrein, i prestiti a salvare Bahrein, Dubai ed Oman consentendo ai rispettivi governi di fare come hanno fatto i Saud, unire alla repressione di qualsiasi fiato di protesta una pioggia di soldi a zittire le lamentele e a guadagnare consenso ai regimi da parte dei lealisti e degli indifferenti

Un’emorragia di miliardi notevole anche per le casse dei Saud, che ora accusano Doha di aver tentato di destabilizzare i vicini in quanto ha sostenuto la Fratellanza e ha dato voce e ospitalità in Qatar come su al Jazeera a persone e organizzazioni sgradite ai Saud. L’emiro Tamim Bin Hamad Al Thani, giovane e di recente subentrato al padre non sembra proprio intenzionato a inchinarsi ai Saud, che con il passare dei giorni alzano il tono delle minacce nei confronti di Doha, al punto che è stato minacciata anche la chiusura delle frontiere tra i due paesi, attraverso la quale passa buona parte del cibo consumato in Qatar. Che comunque per ogni evenienza ospita sul suo territorio una base americana, una di quelle che i sauditi a un certo punto non hanno voluto più perché i soldati degli infedeli in Arabia Saudita non ci stavano bene. I pachistani invece sono musulmani e sunniti e ci possono stare benissimo.

Proprio gli americani potrebbero provare a sanare questa rottura tra i due paesi, anche se dai toni dei sauditi si capisce che la crescita della mezzaluna della fratellanza non è più gradita della mezzaluna sciita, anche quella cresciuta fino ai suoi confini orientali con la caduta di Saddam e l’affermarsi al potere di una naturale maggioranza sciita anche in Iraq. Eppure dalla Siria all’Egitto fino allo Yemen, sono parecchie le aree di crisi nelle quali gli Stati Uniti hanno visto la loro iniziativa politica mandata all’aria anche dagli improvvidi interventi dei Saud, che si lamentano che gli americani non li tengano informati dei colloqui con Teheran pur non avendo alcuna difficoltà a sostenere e organizzare il golpe di Sisi in Egitto e il conseguente massacro di Fratelli Musulmani, tutte cose che hanno messo in imbarazzo Obama e colto in contropiede il Dipartimento di Stato. Un ministero presidiato da un Kerry che è sembrato più impegnato nel provare inutilmente a convincere Netanyahu a far la pace con i palestinesi che a tenere il polso e il controllo di quanto accadeva nei paesi del Nordafrica, in Siria e in Iraq, dove l’invadenza di Arabia Saudita e alleati nel conflitto siriano ha finito per far tracimare bande d’estremisti, anche sauditi, trascinando il paese in un bagno di sangue. Resta da vedere poi quali saranno le conseguenze nell’alleanza che s’oppone ad Assad, ora guidata da un uomo sostenuto dai sauditi destinato a non avere abbastanza voti alle prossime elezioni, che è composta da gruppi che hanno agende molto divergenti da quella di Riyad e soprattutto da siriani che accettano volentieri ogni aiuto, ma che non gradiscono quelli condizionati a punto da fare delle loro formazioni uno strumento che agisce assecondando le esigenze politiche e la direzione dei sauditi. Per di più ora i sauditi si trovano nell’occorrenza di sponsorizzare i Siria proprio i Fratelli Musulmani tra gli altri, che come in altri casi del genere sono terroristi solo quando e dove conviene. Si potrebbe dire che le molte contraddizioni incarnate negli ultimi decenni dai Saud stiano loro presentando il conto per l’insano protagonismo che hanno sempre mostrato e che ha finito per rivelarsi smisurato rispetto al reale peso specifico di un piccolo paese che fatica a uscire dal medioevo, nel quale per di più la dinastia ha sempre cercato di evitare che si formasse una casta militare.

 Pubblicato in Giornalettismo