La legge contro la tortura è solo l’ennesimo pasticcio

Posted on 8 marzo 2014

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Non era difficile fare una buona legge sulla tortura, ma la necessità di compromesso con chi non la voleva è riuscita a partorire l’ennesimo mostro inservibile. Il disegno di legge passato al Senato non riesce neppure a recepire la Convenzione ONU contro la tortura che il nostro paese ha siglato da tempo.

Secondo Sergio Lo Giudice, senatore PD e attivista di lungo corso per la difesa dei diritti LGBT, la legge è frutto di una mediazione:

«Per evitare l’ennesimo buco nell’acqua ( da molti anni le proposte di legge sul tema vengono discusse, modificate e poi lasciate morire) si è arrivati a una mediazione: la tortura è prevista come reato comune, che può essere commesso da qualunque persona, ma é prevista una specifica aggravante se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale.»

In casi del genere sarebbe bene chiarire tra quali posizioni si sia conclusa questa mediazione e chi le abbia sostenute, perché la proposta depositata dal PD nel 2008 è straordinariamente sovrapponibile al testo licenziato nei giorni scorsi, anche nelle criticità che fanno storcere il naso a Lo Giudice come ai senatori di SEL, che hanno accolto la legge come un passo verso quella buona. Che non è vedere il bicchiere mezzo pieno, perché serviva una legge contro la tortura e invece è stato messo insieme un pasticcio e la legge contro la tortura non l’abbiamo ancora. E ovviamente non è nemmeno più vicina, chi non la voleva prima ora può dire che c’è già e di più non dimandare.

Venendo al merito del provvedimento, il testo licenziato al Senato recita

Art. 613-bis – (Tortura) – Chiunque, con più atti di violenza o di minaccia, ovvero mediante trattamenti inumani o degradanti la dignità umana, ovvero mediante omissioni, cagiona acute sofferenze fisiche o psichiche ad una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia o autorità o potestà o cura o assistenza ovvero che si trovi in una condizione di minorata difesa, è punito con la reclusione da tre a dieci anni.

Se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale nell’esercizio delle funzioni ovvero da un incaricato di un pubblico servizio nell’esercizio del servizio, la pena è della reclusione da quattro a dodici anni.

Se dal fatto deriva una lesione personale le pene di cui ai commi precedenti sono aumentate.
Se dal fatto deriva una lesione personale grave le pene sono aumentate di un terzo e della metà in caso di lesione personale gravissima.

Se dal fatto deriva la morte quale conseguenza non voluta la pena è della reclusione di anni trenta. Se il colpevole cagiona volontariamente la morte la pena è dell’ergastolo.

Art. 613-ter – (Istigazione del pubblico ufficiale a commettere tortura). Il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio il quale, nell’esercizio delle funzioni o del servizio, istiga altro pubblico ufficiale o altro incaricato di un pubblico servizio a commettere il delitto di tortura, se l’istigazione non è accolta ovvero se l’istigazione è accolta ma il delitto non è commesso, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.

Ci sono poi alcune disposizioni accessorie interessanti, ma il punto fondamentale è che il reato di tortura è introdotto nel nostro ordinamento come reato comune e non come reato proprio del pubblico ufficiale, per di più andando a sovrapporsi ad altre fattispecie penali. Come ha prontamente rilevato L’Unione delle Camere Penali:

«…il reato di tortura «dovrebbe essere un reato proprio del pubblico ufficiale, come per altro prescritto dalla Convenzione della Onu fin dal 1984. Viceversa Il testo approvato al Senato introduce la fattispecie come reato comune aggravato nel caso in cui sia commesso dal pubblico ufficiale. Questo è un grave errore ed una soluzione pasticciata, anche perché in questa maniera la condotta prevista finisce per sovrapporsi a quelle prese in considerazione da altri reati già esistenti, invece quel che doveva essere chiaramente e severamente sanzionato è proprio il fatto che la persona nelle mani dello Stato sia sottoposta a violenze fisiche o morali, questo per il particolare disvalore che tale fattispecie dimostra. L’auspicio dei penalisti è che la norma possa essere migliorata nel successivo passaggio parlamentare alla Camera e che tutto ciò avvenga con rapidità e senza compromessi».

Osservando le norme già esistenti si può facilmente notare come l’art. 61 ai commi 4, 5 e 9 consideri aggravanti l’avere adoperato sevizie, o l’aver agito con crudeltà verso le persone, l’avere profittato di circostanze di tempo, di luogo o di persona tali da ostacolare la pubblica o privata difesa e l’aver commesso il fatto con abuso dei poteri, o con violazione dei doveri inerenti a una pubblica funzione o a un pubblico servizio. Le lesioni personali gravi per dare un’idea, sono già punite con una pena che va da un minimo di 3 anni a un massimo di 7 mentre per le lesioni gravissime da 6 a 12, tutti i reati nei quali la qualifica, per dire, di agente di polizia configura un’aggravante, così com’è già reato per i pubblici ufficiali picchiare o minacciare i cittadini.

Torture

Inutile addentrarsi oltre nell’analisi perché la situazione è chiarissima: il parlamento è chiamato a dare corpo e sostanza alle convenzioni internazionali sottoscritte dal nostro paese, in particolare alla Convenzione Onu contro la tortura che qualifica esplicitamente il reato come reato proprio del pubblico ufficiale, ma in Senato non c’è la maggioranza per farlo, come non c’è la maggioranza per introdurre i codici d’identificazione per i pubblici ufficiali in servizio di piazza. Trionfa una «vicinanza» pelosa alle forze dell’ordine e la generale mancanza di una cultura che riconosca che anche per le forze dell’ordine è tabù maltrattare i cittadini o usare la violenza su di loro, senza eccezioni, nemmeno per i responsabili dei comportamenti o dei reati più odiosi o nei casi nei quali si pensi che il ricorso alla tortura possa portare benefici irrinunciabili come la salvezza di altre vite.

C’è un evidente gap culturale che diversamente dai codici non riconosce che i reati commessi da chi indossa una divisa sono più gravi e odiosi di quelli commessi dai comuni cittadini o che comunque tende a giustificarli. E a testimoniarlo c’è anche la scarsa considerazione per la gravità dell’istigazione che non va a buon fine, derubricata a reato minore, e il dettaglio che vuole la totura consistere in «più atti di violenza o di minaccia», che lascia fuori tutti quei casi nei quali un atto di violenza o di minaccia estrema basta e avanza. Un inciso che ha il solo scopo apparente di restringere il campo di applicabilità della norma, che manca pure di dichiarare che alla stessa pena soggiace il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che istiga altri alla commissione del fatto, o che ne agevola la commissione, o che ne omette denuncia. Per questo poi il nuovo testo è stato accodato all’articolo 613 (Stato di incapacità procurato mediante violenza), che punisce «Chiunque, mediante suggestione ipnotica o in veglia, o mediante somministrazione di sostanze alcoliche o stupefacenti, o con qualsiasi altro mezzo, pone una persona, senza il consenso di lei, in stato di incapacità d’intendere o di volere» e non magari al 608 (Abuso di autorità contro arrestati o detenuti) che punisce propriamente «il pubblico ufficiale, che sottopone a misure di rigore non consentite dalla legge una persona arrestata o detenuta di cui egli abbia la custodia, anche temporanea, o che sia a lui affidata in esecuzione di un provvedimento dell’Autorità competente».

Non era difficile pervenire al risultato corretto, bastava recepire i termini della convenzione, quasi un lavoro di copincolla alla portata di tutti, a condizione d’essere d’accordo e di non sorvolare su alcune parti difficilmente fraintendibili

Art. 1
1. Ai fini della presente Convenzione, il termine «tortura» designa qualsiasi atto con il
quale sono inflitti a una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o psichiche,
segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza persona informazioni o
confessioni, di punirla per un atto che ella o una terza persona ha commesso o è
sospettata di aver commesso, di intimidirla od esercitare pressioni su di lei o di
intimidire od esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque altro motivo
basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o tali sofferenze
siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo
ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito. Tale
termine non si estende al dolore o alle sofferenze derivanti unicamente da sanzioni
legittime, ad esse inerenti o da esse provocate

Art. 2

2. Nessuna circostanza eccezionale, qualunque essa sia, si tratti di stato di guerra o di
minaccia di guerra, d’instabilità politica interna o di qualsiasi altro stato eccezionale,
può essere invocata in giustificazione della tortura.
3. L’ordine di un superiore o di un’autorità pubblica non può essere invocato in
giustificazione della tortura

Art. 4
1. Ogni Stato Parte provvede affinché qualsiasi atto di tortura costituisca un reato a
tenore del suo diritto penale. Lo stesso vale per il tentativo di praticare la tortura o per
qualunque complicità o partecipazione all’atto di tortura.

Un lavoro che è stato fatto senza difficoltà per la modifica al codice di procedura penale che, conformandosi alla Convenzione ONU recita: «Le dichiarazioni o le informazioni ottenute mediante il delitto di tortura non sono comunque utilizzabili, salvo che contro le persone accusate di tale delitto e al solo fine di provarne la responsabilità penale.» Nessun problema nemmeno per il divieto di respingimento ed estradizione verso i paesi che praticano la tortura, che pure potrebbe portare problemi enormi visti gli standard carcerari mondiali e visto che secondo gli stessi standard un abuso della detenzione in isolamento (come negli Stati Uniti) o condizioni di detenzione che non garantiscano i diritti umani (come in decine di paesi al mondo) pari sono con piantare ferri o elettrodi nel corpo di un detenuto o comunque di un cittadino.

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Il Senato ha licenziato un testo che probabilmente così com’è non sposterà di molto la realtà delle pene erogabili nei casi di tortura e non rappresenterà nemmeno un gran deterrente per quelle forme di degenerazione poliziesca che funestano con insopportabile regolarità le cronache italiane. C’è da sperare che nel passaggio alla Camera il testo possa essere emendato in maniera congrua e significativa, ma già che al Senato si sia trovato un accordo per una legge che -non- recepisce la Convenzione come dovrebbe è un bruttissimo segno, com’è un brutto segno che non si siano denunciati coloro che hanno fatto blocco per giungere a questo risultato. Se a questo s’aggiunge che anche quelli che si rendono conto della gravità della mancata corrispondenza, finiscono per minimizzare e per accontentarsi di poter vantare l’introduzione nel nostro paese del reato di tortura, è chiaro che la fiducia per una cambiamento di verso alla Camera si riduce ai minimi e che probabilmente anche la legge sulla tortura si rivelerà ancora una volta un testo poco adatto allo scopo, se non irrilevante; per di più a rischio d’attirarci le critiche dell’ONU per le parti che si distanziano dagli impegni presi siglando la convenzione contro la tortura.

Pubblicato in Giornalettismo