Lo scandalo delle intercettazioni di Erdogan che nasconde i milioni

Posted on 26 febbraio 2014

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Tayyip Erdogan ha reagito gridando al falso, ma la pubblicazione di telefonate nelle quali ordina al figlio Bilal di nascondere decine di milioni di euro perché è scattata un’inchiesta contro altri politici corrotti, non sembra lasciare molti dubbi ai turchi, che semmai s’interrogano sugli autori del clamoroso gesto.

Il primo ministro turco non può essere intercettato e quindi la registrazione di alcune telefonate tra lui è il figlio è illegale e la sua pubblicazione anche di più. Così non deve stupire che i siti che ospitavano il compromettente audio siano stati oscurati come possono i tecnici turchi, sarebbe finita così anche prima della legge sul controllo della rete introdotta di recente e che tutti hanno sospettato servisse proprio a mettere il silenziatore agli scandali che stanno travolgendo esponenti dell’AKP, il partito al governo dal 2002. La censura della stampa e la galera per i giornalisti di cui Erdogan fa uso abbondante non bastano più a silenziare gli scandali, benvenuti nel ventunesimo secolo. Scandali che ora sono giunti fino a Erdogan, da tempo catalizzatore dello scontento nel paese e da tempo atteso ad andarsene anche dal suo stesso partito, che vorrebbe ragionevolmente evitare sostenerlo fino alla sua morte politica per evitare di finire a fondo con lui. Censurato in Turchia, ma è comodamente disponibile in rete ormai in grande copia ([Qui] la trascrizione in inglese). Nelle 24 ore trascorse dalla sua pubblicazione su YouTube lunedì sera, il video è stato visto oltre due milioni di volte.

Quello che è certo è che la fine del miracolo economico turco, le difficoltà della valuta e le tensioni sociali sono imputate al governo del primo ministro, che con le sue dichiarazioni infiammatorie non ha fatto molto altro che scontati esercizi d’arroganza e millantato un complotto al giorno. Di sicuro era abbastanza nel giusto nel sospettare che qualcuno nello «stato profondo» turco o addirittura qualcuno dei suoi alleati di sempre stesse tramando per danneggiarlo perché la clamorosa intercettazione proviene chiaramente da qualche gruppo strutturato interno allo stato, sia o non sia un falso come reclama Erdogan. Falso magistrale o verità, qualcuno lo ha prodotto e distribuito e non è impresa da niente, ma a occhio le possibilità che si tratti di un falso sono bassine e se lo fosse si tratterebbe di un attacco ancora più violento e infido della banale rivelazione di una banale realtà.

Per ora il nastro è da considerarsi non verificato, ma fa comunque impressione e ne ha fatta anche di più ai turchi, che non in linea di massima non sono stupiti dalla grande disponibilità di contante da nascondere perché la politica turca ha una storia di corruzione pantagruelica. Dopo 12 anni ininterrotti al governo del paese è abbastanza fisiologico che molti degli esponenti del partito di governo si siano adeguati con soddisfazione alla cultura della tangente e ora che la grande avventura politica di Erdogan volge al tramonto quelle ricchezze sono lo strumento perfetto per colpire i politici in disgrazia, e tra questi è ormai da considerare anche Erdogan che, se l’intercettazione sarà considerata credibile, rischia di trovarsi di fronte l’ostracismo di quanti anche nel suo partito vorranno vestire i panni degli onesti e distanziarsi da quello che emerge ovviamente come un sistema ben oliato, molto redditizio e altrettanto illegale.

erdogan

Come ha efficacemente sintetizzato il capo del partito d’opposizione (CHP), agli occhi del paese: «Il primo ministro turco, che si è macchiato di furto e corruzione, dovrebbe dimettersi immediatamente. La Turchia non può andare avanti con questo peso.» Un pensiero che sarà abbracciato da molti, anche se non mancheranno quanti crederanno al complotto o comunque giudicheranno più grave che qualcuno abbia provato a incastrarlo delle sue evidenti ruberie. Se non fossero ruberie non ci sarebbe bisogno di far sparire in tutta fretta decine di milioni di euro per evitare che siano rintracciati dalla polizia e ovviamente non ci sarebbe neppure bisogno di tenere in casa una tale quantità di contante.

Erdogan può già segnare pesanti defezioni dal suo campo, sul finire dell’anno scorso è stato abbandonato dal mistico Fetullah Gulen, che lo ha già scaricato e negato in un’intervista al The Wall Street Journal di aver mai complottato contro di lui e il partito con il quale il movimento è stato alleato a lungo, ma accusandolo di aver abbandonato il cammino delle riforme e di remare ora in direzione contraria alla democrazia: «Le purghe basate sull’ideologia, la simpatia o le visioni del mondo erano una pratica del passato che il partito oggi al governo aveva promesso di fermare», ha spiegato motivando il suo fastidio e, orrore, non ha neppure escluso di orientare i voti del suo movimento verso il partito repubblicano. Secondo Erdogan tra gli innumerevoli gruppi e categorie sociali che tramano alle sue spalle ci sarebbe anche una fazione «gulenista» che ha infiltrato la polizia e il sistema giudiziario e che ora è la punta di lancia nel complotto per rovinare il suo governo. A collegare la paranoia del premier con le cronache più recenti verrebbe da dire che questo è un tipico lavoro da NSA e che Gulen vive negli Stati Uniti da decenni ed è sempre stato molto vicino agli americani, ma il coinvolgimento americano non rientra nell’orizzonte dei sospetti di Erdogan. Resta che questo è un tipico esempio del genere di potere che si concentra nelle mani di chi può ascoltare le conversazioni di chiunque e se si considera che c’è chi ascolta tutti i politici di punta in questo modo, non è mai tardi per porsi il problema.

Ovviamente l’ipotesi che Erdogan si sia arricchito come un Poggiolini qualunque non è in conflitto con l’ipotesi che qualcuno a lui ostile, ma vicino, abbia mosso le leve giuste per trascinare il primo ministro nel fango, la politica turca non è mai stato sport da signorine e tra avanzi di regimi, militari già travolti dalla gloriosa avanzata di Erdogan e persone che potrebbero pensare di trarre vantaggio dalla sua caduta è pieno il paese di potenziali congiurati, senza una pistola fumante si può solo procedere per congetture ed è attività improba, ma anche poco interessante per i non turchi. Quello che è evidente è che è poco plausibile gridare al complotto se poi un giorno dopo l’altro vi si tira dentro la maggioranza dei turchi o comunque dei turchi insieme ai quali bisogna governare.

La registrazione con la quale istruisce il figlio Bilal a far sparire i soldi, se è un falso, è sicuramente fabbricata con cura e impegno non comuni, ma non dovrebbe essere difficile giungere a risultati incontrovertibili, incrociando quel che si sa con il registro delle chiamate e seguendo la traccia di quei milioni di euro (una trentina quelli che a un certo punto avanzano da distribuire a parenti e conoscenti complici) che gli Erdogan tenevano in casa secondo quanto risulta da quello che si sente, per non parlare della possibilità di confrontare l’audio con le voci dei due protagonisti in maniera scientifica. Anche per questo l’idea di un falso, di un’imitazione, appare residuale, visto che si risolverebbe facilmente in un boomerang una volta portata alla luce la calunnia. Un dilemma che comunque dovrebbe risolversi presto, non tanto per via giudiziaria perché si tratta di materiale che per la giustizia turca è inutilizzabile e comunque le indagini sull’eventuale calunnia prenderanno tempo. Sarà piuttosto Erdogan, se davvero è estraneo a quelle conversazioni, a spingere per dimostrarne la falsità al di là delle prime stentoree dichiarazioni d’innocenza e della semplice denuncia del falso. Se è un falso è anche una grave calunnia al capo del governo, ma per ora pare che siano in pochi quelli che la leggono così ed Erdogan tarda a fornire elementi per smarcarsi efficacemente da quelle che tutti definiscono intercettazioni. Finora il suo ufficio ha rilasciato solo una nota:

«Le registrazioni che sono state rilasciate in internet questa sera, accompagnate dall’accusa che siano conversazioni telefoniche tra il nostro Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan e suo figlio, sono del tutto false e il prodotto di una macchinazione immorale. Quelli che hanno dato vita a questa sporca cospirazione mirata al primo ministro della Repubblica di Turchia saranno perseguiti secondo la legge.»

Niente che sia stato capace d’impressionare il paese, la lira turca ha perso ancora e la borsa ha chiuso la giornata con un meno 3% e così il premier ha passato la giornata di ieri a dire che sapeva di essere ascoltato e che le registrazioni sono frutto di montaggi ad arte, mentre l’opposizione invocava un’inchiesta nei suoi confronti dicendolo corrotto. Nelle piazze in rivolta, tornate a riempirsi contro la legge internetticida, si è invece diffusa una certa disincantata euforia per quello che potrebbe rivelarsi un inciampo fatale, capace di costringere alle dimissioni Erdogan, che negli ultimi mesi si è reso responsabile di una brutale repressione, dispiegata proprio per difendere il progetto discusso solo tra politici e investitori e inviso alla cittadinanza nell’area del Gezi Park.

Pubblicato in Giornalettismo

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