L’Afghanistan verso le elezioni

Posted on 20 febbraio 2014

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Non è tempo di bilanci, ma di tenere il fiato sospeso perché gli americani se ne vanno e le elezioni ormai prossime dovranno risolvere l’incognita della successione a Karzai e fornire al paese un governo che possa in qualche modo reggere l’amministrazione e ottenere il consenso dei talebani.

Parecchio tempo è passato da quando gli americani hanno invaso l’Afghanistan e cacciato i talebani del mullah Omar nel 2001. Ancora di più, 25 anni commemorati in questi giorni, dall’invasione sovietica, ma la prospettiva che attende il prossimo governo di Kabul non è molto diversa da quella di quanti lo hanno preceduto godendo del sostegno di qualche potenza straniera, visto che il paese è ben lontano dall’aver ritrovato la pace o un accordo nazionale che metta fine alla violenza endemica che lo affligge da decenni. Non aiuta la presenza dei talebani, mai veramente sconfitti e per di più divisi in diverse fazioni con diversi gruppi minoritari estremamente violenti e oltranzisti che sfuggono alla linea di comando che riconduce ai livelli alti del talebanesimo afgano, quella che da tempo è impegnata in pubbliche trattative con il governo negli emirati. Come in Pakistan, dove il gruppo maggioritario ha cominciato i primi tentativi di dialogo ufficiale con il governo, non è chiaro che sintesi si possa trovare con l’oltranzismo talebano e ci si chiede che tipo d’accordo possa mai ricondurre alla ragione i gruppi più estremisti. Per ora Karzai ha liberato alcuni elementi ritenuti pericolosi dagli americani, ma cos’abbia ottenuto in cambio non è chiaro.

Gli americani non sono riusciti a concludere con Karzai l’accordo per la permanenza nel paese, che comunque continuerà, ma a ranghi ridotti, quel tanto che basterà a continuare a tenere i talebani in clandestinità ed evitare che si organizzino vere e proprie spedizioni militari o la cattura delle province più remote. Dovranno però sloggiare le basi dei droni, con ovvie influenze sulla loro operatività, alla quale comunque Washington non sembra voler rinunciar, e cederanno agli afgani il controllo di prigioni come quella di Bagram, da sempre al centro di polemiche e definita una fabbrica di talebani per come gli americani hanno regolato il trattamento dei detenuti.

Ad Aprile ci sono le elezioni e Karzai non può ricandidarsi ed è meglio così, visto che le elezioni del 2009 le ha vinte con i brogli, circostanza ammessa anche dagli americani, con i quali non va più d’accordo da tempo. Ai blocchi di partenza c’è una decina di candidati, anche se quelli che se la giocheranno sono decisamente di meno, Quayum Karzai, fratello dell’attuale presidente è il primo dei meno papabili nonostante la robusta rete d’influenze e corruzione costruita dalla famiglia negli anni al potere. I più quotati restano Abdullah Abdullah e Ashraf Ghani Ahmadzai, rispettivamente secondo e terzo alle elezioni del 2003, che sono quelli che godono del sostegno più visibile insieme a Zalmai Rassoul.

Abdullah Abdullah è un politico di lungo corso legato all’Allaenza del Nord, già consigliere di Ahmad Shah Massoud, l’indimenticato «leone del Panshir» ucciso dai talebani in un agguato nel settembre del 2001. È stato ministro degli esteri dal 2001 al 2005 e sarebbe bene accetto dalla comunità internazionale, molto meno ai talebani. Il 30% di voti raccolto nel 2009 faticherà ad aumentare più che altro per l’ostilità campanilistica di molti Pashtun, l’etnia maggioritaria del paese. Corre sotto le insegne della National Coalition of Afghanistan che raccoglie decine partiti (!) e membri del parlamento ostili a Karzai e dovrà necessariamente sfondare anche nel Sud e nell’Est del paese se vorrà vincere.

AFGHANISTAN-POLITICS-VOTE

Ashraf Ghani Ahmadzai, Ahmadzai è il nome della sua tribù, alle elezioni del 2009 era arrivato quarto, è stato ministro delle Finanze e rettore dell’università di Kabul, ha un passato alla World Bank e un presente nell’assistenza ai poveri, Foreign Policy lo ha inserito nella lista dei 100 più importanti pensatori del mondo nel 2013, secondo addirittura per Pospect Magazine in una lista gemella. Anche Zalmai Rassoul ha un valido curriculum, ha servito come consigliere per la sicurezza nazionale nei primi mesi dell’invasione, ministro degli esteri dal 2010, si è dimesso a ottobre per candidarsi. È molto vicino al presidente Karzai e molto conosciuto all’estero come in patria, visto che ha accompagnato il presidente in ogni occasione ufficiale fin dal 2001, la sua vera ombra. Nel frattempo è stato anche ministro dell’aviazione civile curando la ricostruzione delle infrastrutture e l’iscrizione all’International Air Transport Association (IATA) e all’International Civil Aviation Organization (ICAO), dalle quali il paese era stato espulso al tempo dei talebani.

Fuoco amico

Se nessuno dei tre favoriti sarà beneficiato in maniera significativa dai brogli, le elezioni le organizza ancora Karzai, resterà il problema di trovare legittimazione verso i molti che non voteranno, quasi la metà degli aventi diritto l’ultima volta, e verso i talebani, con i quali dovrà decidere se continuare sulla strada del dialogo imboccata da Karzai o scegliere opzioni diverse che al momento sembrano difficilmente praticabili. All’Afghanistan serve un governo e ancora di più serve a Washington, che può sopportare che nelle province le cose non vadano troppo bene e che il governo centrale sia quasi sconosciuto, ma che non può rinunciare a un governo amico che permetta comunque la permanenza di un contingente militare sufficiente a scoraggiare una sempre incombente riscossa talebana. Che gli americani possano riconsegnare l’Afghanistan ai talebani è infatti fuori discussione, non lo farà Obama e non lo faranno i suoi successori, perché sarebbe come trasformare un fallimento come la War on Terror in una catastrofe umiliante.

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