L’Argentina è di nuovo nei guai

Posted on 9 febbraio 2014

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Il crollo del valore del peso argentino rischia di strangolare l’economia del paese un’altra volta, ma il governo ha poco margine di manovra.

Il governo di Cristina Fernàndez de Kirchner ha conseguito alcuni importanti risultati nel corso della sua storia e commesso egregi errori, ma come sempre nella storia del paese a pesare sono le scelte del blocco sociale da sempre dirige e influenza pesantemente il destino del paese. Una miscela d’egoismo e avidità che da sempre sequestra le grandi risorse naturali del paese e le concentra nelle mani di pochi. Assurta al potere in veste di vedova del presidente uscente, la moglie di Nestor Kirchner ha sempre trionfato alle elezioni e conseguito molti risultati positivi nel corso di un decennio al potere.

Peronista di sinistra, ma peronista, ha allargato la spesa sociale e invertito il senso di diverse politiche liberiste che erano state imposte dal FMI, riducendo la povertà in maniera sensibile, allargando l’accesso all’istruzione e in genere investendo sulla cura del capitale umano del paese con innegabili risultati, pur rimanendo una paladina dell’investimento privato, investimenti che non si è fatta mancare nemmeno quando avrebbe dovuto astenersi. Nonostante l’immagine glamour la signora è sicuramente preparata per il compito, visto che per tutta al vita ha collaborato strettamente con il marito Nestor prima nel loro studio legale e poi nella scalata al potere nazionale partita dalla provincia. Alla morte del marito gli è subentrata come naturale alter ego e sarebbe sbagliato pensarla inadatta al compito dopo 10 anni al governo, durante i quali ha retto il paese attraverso tempeste che altrove avrebbero sicuramente provocato disastri e autolesionismi peggiori.

La presidenta si è trovata a prendere le redini di un paese disintegrato dalle politiche ultraliberiste di de la Rua e Menem, che da allora nel paese si sono giocate ogni credibilità convincendo la maggioranza degli argentini che quelle ricette erano sbagliate e che la coalizione tra peronisti e minoranza di sinistra era l’unica alternativa praticabile a lasciare di nuovo licenza di saccheggio a chi ne aveva approfittato senza ritegno sprofondando il paese nel baratro. Un blocco sociale che allo scoppiare della crisi aveva da tempo salvato tutto il salvabile all’estero e che ha subìto molto relativamente il disastro che ha travolto il paese. La fuga dei capitali all’estero è sempre stato un problema chiave per l’economia e il governo argentino e la dannazione per la moneta locale, il peso ora convertibile, che nelle ultime settimane è crollato, pare sotto il peso della scarsità di dollari nel paese. In compenso Fernandez ha potuto capitalizzare la sua indispensabilità attraversando indenne lunghi periodi nei quali il suo gradimento è stato ai minimi storici, diventando per sostenitori e avversari «la regina» e non solo perché ha esibito negli anni un guardaroba tanto sterminato e lussuoso da avere pochi paragoni nella storia e quasi nessuno lusinghiero.

Anche in questo caso è difficile capire quanto certi aspetti dell’immagine che si è costruita la regina Cristina Fernanda Kirchner siano spontanei, visto che è stata sempre evidente la sua volontà di proporsi come un’Evita dei giorni nostri e di evocare nell’immaginario di buona parte degli argentini e dei peronisti in particolare il ricordo di tempi ormai ricoperti dalla patina del mito. Mito che tuttavia non le ha consentito di mettere sotto il blocco degli agrari, i moderni latifondisti, quando il prezzo della soia era alle stelle sui mercati internazionali e lei ha presentato un aumento delle tasse sull’export, è finita in minoranza anche nel suo partito.

cristina-kirchner-argentina-4Il mito e il consenso elettorale però hanno potuto poco contro lo scivolare nel baratro del peso convertibile (ARS). Il peso ha sostituito l’Austral nel 1992, sulle banconote c’è il simbolo del dollaro a significare una parità del cambio che è sempre stata più un pio desiderio che la realtà. Ancorare il peso o altra moneta debole al dollaro o altra moneta forte, dovrebbe servire idealmente a stabilizzarne il corso e a tagliare le gambe alle enormi speculazioni sui cambi che diversamente sono praticabili sia dalla finanza internazionale che da imprese e cittadini, che nei paesi con moneta debole svendono la moneta nazionale per mettere al sicuro risparmi e guadagni dalla valutazione che giudicano inevitabile. Dinamiche mortifere conosciute anche dalla storia del nostro paese, che a lungo si è trascinato nella spirale delle svalutazioni competitive aggravata dai comportamenti opportunisti di quanti potevano permetterseli.

Che la convertibilità sia del tutto teorica se non sostenuta da argomenti più solidi lo dimostra la parabola dal peso, ne servivano 3 per un dollaro tra il 2002 e il 2008, 4 tra il 2009 e il 2011, 6 nel 2013, 8 e mezzo a gennaio, al cambio clandestino anche 12 o 13. Il governo è mobilitato e ogni mattina il capo del gabinetto Jorge Capitanich appare in diretta dalla Casa Rosada e indica i colpevoli di tanto sfacelo, ovviamente evitando di sottolineare la parte di responsabilità del governo. Anzi non ha mancato di prendersela persino con i giornalisti che rivelano scandali e corruzione, perché seminano allarme e probabilmente sono parte del grande complotto.

La sindrome da complotto non è mai una buona compagna di governo, anche se è quasi una costante in occasione di crisi simili, quando un paese dalla moneta fragile se la ritrova strangolata dalla speculazione interna, anche di necessità, e quella internazionale, che non complotta, ma che accorre quando sente l’odore del sangue. La linea di difesa del governo argentino ricorda quella del turco Erdogan e introduce a paragoni tra i due paesi che fanno scoprire curiose consonanze. Un’economia in crescita trainata dall’export e a tratti drogata dalla svalutazione che incontra i suoi limiti o esaurisce il suo slancio e il cerino che resta in mano a governi di successo, quanto impotenti nel fermare la valanga quando i nodi vengono al pettine, la progressione della svalutazione di lira e peso nell’ultimo periodo è stata identica e se i governi avessero potuto fermarla, lo avrebbero già fatto da tempo. L’Argentina in più ha anche il pessimo e fresco precedente che l’ha vista onorare solo in parte il debito con l’estero, attrarre investimenti le è particolarmente difficile e sui conti pesa anche una fallimentare politica energetica che ha addirittura fatto invertire il segno della bilancia dei pagamenti e fatto dell’Argentina un paese importatore.

Kirchner si è dovuta fermare dopo aver dilapidato qualche decina di miliardi di dollari riducendo le riserve nazionali in condizioni pietose, montagne di denaro bruciate per difendere un cambio evidentemente indifendibile. Mano a mano che la difesa si dimostrava inutile si sono innescate le tipiche dinamiche difensive e gli argentini si sono messi in caccia di dollari, contribuendo a peggiorare la situazione. Anche i grandi esportatori agrari e i commercianti ci hanno messo del loro, difendendosi dall’impennare dei prezzi quasi quotidiano ritirando la merce dal mercato, soffocando così ancora di più l’economia e riducendo i dollari circolanti, a tal punto da provocarne penuria. Il tutto si traduce in dollari che escono dal paese e in dollari che non entrano perché l’export ha tutta la convenienza a vendere il più tardi possibile per non rimetterci sul cambio. Nel mezzo ovviamente rimangono presi quelli che vivono di stipendi fissi o pensioni, che vedono il loro potere d’acquisto sprofondare verso il nulla. La soia e gli altri prodotti agricoli, e non solo, diventano così a loro volta valuta, beni rifugio, da non sprecare nella tempesta valutaria trasformandoli in peso che non si sa quanto varranno domani, ma sicuramente di meno. Un loop terrificante per il quale l’economia del paese sembra implodere sotto i colpi di una generale mancanza di fiducia nella moneta nazionale, per non dire di quella nel governo. Ci vorrà tutta l’aura mistica della regina per riuscire a sciogliere questo maleficio e anche se la stella della presidenta appare molto offuscata, non è escluso che cada e si sappia rialzare anche dopo una tonfo del genere. Molto dipende da quando e dove questa caduta si fermerà e da quanto male si faranno gli argentini cadendo, anche se in passato hanno superato disastri peggiori. Nel 1989 il governo di Menem procedette dalla sera alla mattina a una svalutazione del 53,4% dell’ austral, all’aumento del 400% per cento del prezzo della benzina e del 600% dell’energia elettrica. Misure impopolari, ma Menem poi ha governato fino al 1999 sopravvivendo a un altro turno elettorale, c’è da augurarsi per gli argentini che Reina Fernanda riesca a far meglio, anche perché tre anni dopo Menem ha dovuto cestinare l’austral e introdurre il peso convertibile.

Pubblicato in Giornalettismo