I finti colloqui di pace tra Palestina e Israele

Posted on 29 gennaio 2014

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Le ultime dichiarazioni delle due parti non lasciano presagire niente di buono dal processo di pace riattivato da Obama e Kerry, Tel Aviv non vuole restituire i territori occupati e pone condizioni chiaramente inaccettabili ai palestinesi.

Il clima in Israele è perfettamente esemplificato dall’ultima polemica bagatellare, ma estremamente seria, che ha visto il primo ministro israeliano messo sotto accusa dagli ultra-ortodossi perchè suo figlio Yair, 23 anni e «principe delle notti di Tel Aviv», è fidanzato con Sandra Leikanger, 25,  che studia all’Interdisciplinary Center di Tel Aviv e che è norvegese, ma,orrore, non è ebrea. Secondo quanto ha spiegato al Jerusalem Post Nissim Ze’ev, dello Shas, «È un grosso problema. Come primo ministro d’Israele e del popolo ebraico dovrebbe dimostrare responsabilità nazionale attraverso i valori che presenta all’interno della sua casa. Ogni ebreo che voglia conservare le sue radici vuole vedere suo figlio sposare una ragazza ebrea. Non mancano ragazze bellissime e di successo, non c’è bisogno di arare nei campi di altri.»  Niente che possa scuotere veramente Netanhyau, che in seconde nozze ha sposato una non ebrea, ma rende bene l’idea del clima che tira nel parlamento israeliano, dove lo Shas non sostiene Netanyahu, che però dipende lo stesso dai rappresentanti degli ortodossi e, problemone, dai coloni che vivono in territorio palestinese occupato. Quelli che la propaganda descrive come «pionieri» che hanno costruito «insediamenti» su «territori contesi» e che invece per il diritto internazionale sono illegalissimi coloni che hanno sloggiato le popolazioni locali con l’aiuto di un esercito d’occupazione e che non smettono di costruire ed espandere le colonie nemmeno mentre, in teoria, Israele tratta la pace con la Palestina occupata ormai da mezzo secolo all’interno dei confini del ’67, già abbondantemente più generosi per tel Aviv di quelli stabiliti nel ’48 e validati dalle Nazioni Unite.

I confini del 1967 sono una linea Maginot difesa dai palestinesi e dalla comunità internazionale, che non riconosce la sovranità israeliana oltre quella linea. Israele in quanto potenza occupante ha recisi doveri e limiti, che non rispetta da oltre mezzo secolo. Così come non rispetta le risoluzioni ONU che condannano l’occupazione e le pratiche più brutali in cui si riassume, su tutte la pulizia etnica e la colonizzazione portata avanti proprio dal movimento dei coloni, finanziato dal governo e protetto dall’esercito israeliano, ma sul quale Tel Aviv finge di non avere controllo. Usando i più estremisti tra i coloni come un ariete e richiudendo di palestinesi da una parte nella prigione di Gaza e dall’altra nei bantustan nella West Bank, Israele è riuscito nell’impresa di rinchiudere un intero popolo in aree sempre più piccole, pur tuttavia continuando a dirsi minacciato dai «terroristi» ovvero la popolazione palestinese che vive l’occupazione e che in quanto tale sarebbe invero intitolata al diritto di resistenza. L’impiego del termine «terrorista» per definire anche chi si scontra con l’esercito o semplicemente difende i propri cari o i proprio averi dall’arroganza dei coloni, non è certo un’invenzione israeliana, ma dal 9/11 in poi ha avuto un eccezionale successo garantendo a Israele luce verde da Washington per costruire migliaia di abitazioni nella West Bank e importarvi centinaia di migliaia di persone che prima non c’erano. Mentre tratta con i palestinesi il governo israeliano non smette di costruire nuove abitazioni e distribuire licenze di costruzione (illegali) e nemmeno di abbattere le abitazioni dei palestinesi che intralciano. Non proprio un’esibizione di buona volontà.

Dopo un decennio abbondante di sofferenze a senso unico da parte dei palestinesi l’amministrazione Obama si è finalmente decisa a gettare il suo peso per riportare Netanyahu al tavolo delle trattative, anche perché nel frattempo la Palestina è diventata uno stato riconosciuto dall’ONU e che quindi può agire presso il Tribunale Penale Internazionale con il rischi di scatenare una Norimberga su ufficiali e leader israeliani che hanno autorizzato e compiuto quelli che sono definiti come crimini contro l’umanità. Un processo di questo tipo e relative condanne ferirebbero l’immagine del paese più di quanto non lo sia adesso e costringerebbero gli Stati Uniti a cessare buona parte degli aiuti e dell’assistenza a causa delle loro stesse leggi, che in teoria impediscono di armare i cattivi.

Niente che preoccupi per ora Netanyahu, che sa che Mahmoud Abbas dipende completamente da Washington e che quindi difficilmente prenderà iniziative sgradite, che peraltro si è barricato dietro tre pretese che sanno di pretesto. I negoziatori israeliani vorrebbero il riconoscimento d’Israele come «stato ebraico» a parte dei palestinesi, continuare a occupare militarmente la West Bank per altri 10/15 anni perché altrimenti Israele sarebbe troppo esposta agli attacchi e tracciare i nuovi confini comprendendo le colonie o almeno la loro massima parte. Abbas non va oltre i 3 anni, dopo i quali accetta contingenti di paesi terzi a monitorare la situazione, ma non le truppe israeliane.

L’idea di procedere con la politica del fatto compiuto in spregio alla legalità internazionale mostra oggi i suoi limiti, perché Netanyahu non ha nulla da offrire in cambio ai palestinesi, se non una netta mutilazione dei territori che per la comunità internazionale sono Palestina. Un’offerta che Abbas non può accettare e che è molto peggiore di quella che, comunque inaccettabile, che fu fatta ad Arafat per far fallire gli accordi di Oslo quando ormai sembrava fatta. Questa volta non ci si arriverà neppure vicini e così Netanyahau ha come unico problema quello di dimostrare a Washington che fa quello che può. L’altro giorno ad esempio ha buttato lì che pensa che sia giusto che anche agli ebrei sia possibile vivere nel nuovo stato palestinese per vedere l’effetto che fa.

Le reazioni non si sono fatte attendere ed è stato un fuoco di sbarramento da parte dei coloni, che vogliono essere israeliani e non palestinesi anche se sono andati a vivere in Palestina, dei nazionalisti e anche dei palestinesi. Abbas ha detto che gli ebrei saranno i benvenuti, ma su basi individuali e che tenere le colonie fortificate con i coloni estremisti non è proprio pensabile. Netanyahu così si è mostrato più ragionevole e flessibile dei fanatici ai quali è appesa la sua maggioranza di governo e tanto sembra bastargli. L’alternativa di rimuovere i coloni non è presa seriamente in considerazione da nessuno in Israele, ma non si vede perché i palestinesi dovrebbero lasciare agli israeliani le loro case, le terre migliori e le fonti della scarsissima acqua, già oggi succhiata da Israele, per ricevere in cambio un’area del deserto del Negev, che par di capire sarebbe l’idea preferita dagli israeliani.

L’idea di lasciare ebrei nella nuova Palestina, comunque occupata a oltranza dall’esercito israeliano non è piaciuta a nessuno, nemmeno nel suo partito o dai sui alleati di governo. Una fonte non identificata ha poi fatto retromarcia a nome di Netanyahu, sostenendo che si trattava solo di un espediente per far notare che i palestinesi non vogliono gli ebrei, che invece tollerano, seppur discriminandoli, gli israeliani di origine araba e religione musulmana. Netanyahu per parte sua è poi passato a fare la voce grossa con gli americani dicendo che presto si saprà se la pace è possibile e Israele non è obbligata ad aderire a tutti termini e  alle condizioni poste dagli americani, ribadendo la richiesta per i riconoscimento del carattere ebraico dello stato israeliano e «un robusto meccanismo di sicurezza», negando che la questione stia nel problema dei coloni, che però non può rimuovere e rimpatriare e che non può nemmeno annettere, visto che ormai viaggiano verso il mezzo milione e dovrebbero essere assorbiti da un paese che ha appena 8 milioni di abitanti e che continua a investire nella costruzione di alloggi oltre i confini del 1967.

Delle colonie non ne ha parlato proprio e si capisce perché, qualunque cosa dica il processo di pace mai veramente iniziato salterà del tutto, Netanyahu dirà che non si poteva fare e agli americani non resterà se decidere d’incassare la presa in giro o di fare pressione reale su Tel Aviv cambiando qualcosa nell’atteggiamento fin troppo complice che in Israele ha prodotto solo arroganza, portando all’isolamento internazionale del paese sul fronte della questione israelo-palestinese e a una radicalizzazione interna che ha lasciato sempre più spazio a un nazionalismo messianico, suprematista e intrattabile che oggi appare come un ostacolo inamovibile sulla strada della pace e motore di una deriva teocratica ed estremista che ha cambiato radicalmente la politica israeliana, segnando la sconfitta dei progressisti e dei partiti di sinistra, messi a tacere da una specie di maccartismo che giunge a segnare chi non è d’accordo come traditore della causa e della volontà divina. L’assassinio di Rabin ha ucciso qualcosa di più di un uomo, ha anche spezzato la capacità della sinistra israeliana di sintetizzare posizioni razionali da opporre a una propaganda nazionalista sempre più feroce e totalizzante.

Pubblicato in Giornalettismo

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