Rouhani superstar

Posted on 26 gennaio 2014

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Il presidente iraniano è sbarcato a Davos sulle ali dell’accordo appena concluso con la delegazione P5+1 (Usa, GB, Francia, Cina, Russia e UE)  che sospende per sei mesi buona parte delle sanzioni imposte all’Iran, che così torna a essere un potenziale cliente e fornitore e uno dei mercati più ambiti della regione.

Hassan Rouhani non ha smesso per un attimo di mostrarsi come l’affabile, esperto e ragionevole politico che ha sostituito Ahmadinejad il Rozzo, permettendo così al presidente Obama di togliere le sanzioni all’Iran sostanzialmente in cambio di nulla che gli iraniani non avessero già messo sul piatto da anni. Con Ahmadinejad non si poteva, ma l’elezione di Rouhani ha dato l’occasione a Obama per alleggerire rapporti storicamente tesi con Teheran e anche di mandare un segnale ai paesi del Golfo, che stanno combinando disastri ingerendo sistematicamente nelle vicende delle primavere arabe con l’unico risultato visibili di far trionfare estremismi e autoritarismi, soffiando ovunque sule tensioni.

Rouhani si è così concesso con generosità a interviste e incontri, nei quali ha auspicato che permanga la buona volontà tra il suo paese e Washington. L’amicizia non dura per sempre, nemmeno l’animosità dura per sempre, ha detto, indicando poi nel trasformare in amicizia l’animosità di un tempo, il traguardo al quale tendere. Tra le risposte Rouhani non ha escluso nemmeno il ritorno dell’ambasciatore americano a Teheran, ma non si è tirato indietro quando, come altri ufficiali iraniani, ha precisato che l’interpretazione dell’accordo data dalla Casa Bianca ai media non è corretta e che l’accordo non prevede alcuno «smantellamento» degli impianti nucleari. Pare quindi che gli americani abbiano leggermente gonfiato il risultato portato a casa e minimizzato i vantaggi concessi agli iraniani, circostanza comprensibile perché anche in patria è chiaro che il P5+1 pressa l’Iran esclusivamente su impulso di degli USA, che con Israele e i paesi del Golfo completano il gruppo di paesi che negli ultimi anni hanno soffiato sul collo di Teheran. Che ora ha offerto in cambio solo la sospensione dell’arricchimento al 20% e una riduzione di quanto ne ha accumulato finora, che comunque è un quantitativo modesto e non adatto per la fabbricazioni di ordigni atomici.

Rouhani si è detto dubbioso anche sull’esito della conferenza per la Siria, alla quale Teheran era stata invitata e poi esclusa per il veto dell’opposizione e dei suoi sponsor, su tutti l’Arabia Saudita. Che insieme al Qatar Rouhani ha accusato di armare i terroristi in Siria al solo scopo d’estendere la loro influenza in Siria. Un’accusa che appare fondata anche in Occidente, se non che Assad è il cattivo e quelli che lo combattono sono i nostri cattivi. E per loro, almeno finché dura la buona stella il giudizio non sarà mai drastico e non si tradurrà mai in un condanna a essere bombardati.

Ma Rouhani ha anche in programma una serie d’incontri con alcuni giganti del settore petrolifero, il più lesto dei quali è stato il nostro Scaroni dell’ENI, che lo ha incontrato per primo bruciando i concorrenti di BP, Total e Shell, comunque in lista. Prima del blocco imposto dalle sanzioni l’Italia era uno dei principali clienti di Teheran, che durante il blocco ha venduto quello che ha potuto, ma ricevendo in cambio moneta cinese e indiana e non il flusso di moneta forte di cui ha bisogno. L’Iran ora produce ed esporta un milione di barili al giorno, ma potrebbe arrivare oltre i 3 nel giro di sei mesi. Sarebbe una boccata d’ossigeno per un’economia strangolata dall’embargo, ma anche da una pessima amministrazione e in piena recessione, secondo la banca centrale iraniana il Pil l’anno scorso si è contratto del 5,8%. A spiegare la situazione è stato lo stesso Rouhani in un’intervista televisiva alla TV iraniana nella quale ha rivelato che al momento di entrare in carica il suo governo ha dovuto preoccuparsi di trovare i soldi per gli stipendi dei dipendenti pubblici perché quello precedente aveva lasciato le casse vuote e persino le scorte alimentari di base erano ai minimi, con una provincia che aveva un’autonomia di appena tre giorni.

Ora Rouhani potrà contare su un afflusso di capitali freschi, l’Iran potrà accedere a circa 4 miliardi di dollari sugli oltre 100 congelati nei conti all’estero colpiti dall’embargo, ma soprattutto potrà cominciare ad esportare petrolio senza problemi. Il 20 gennaio infatti anche l’embargo sulle assicurazioni sui trasporti navali è sparito, una misura che rendeva ardua persino le esportazioni consentite dall’embargo e che è durata 18 mesi e che si calcola valga 7 miliardi di dollari di minori costi per Teheran. Ancora troppo poco per un paese che nemmeno prima delle sanzioni stava tanto bene, ma sempre meglio di prima e per di più ora il vento degli accordi soffia in direzione di un allentamento della morsa sull’Iran, che molti leader occidentali oggi considerano il minore dei problemi che arrivano dal medioriente e dintorni.

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