Erdogan barricato dietro ai complotti

Posted on 23 gennaio 2014

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Il primo ministro turco è in grosse difficoltà, non solo per la rivolta di piazza, e comincia a perdere la sua sicurezza e anche lucidità, ma la minaccia più viene dall’interno del suo partito.

Da marzo in Turchia si terranno una serie di elezioni destinate a plasmare il panorama politico turco per i prossimi anni e Tayyp Erdogan sembra aver perso il tocco di un tempo. Non gli hanno giovato una serie di rovesci internazionali che hanno trasformato la sua aspirazione a porre la sua Turchia come esempio per i paesi musulmani e a proporsi come guida dei governi d’ispirazione islamica emersi dalle primavere arabe. Il ritorno dei militari in Egitto e altri fallimenti delle sue aspirazioni tuttavia non hanno pesato come la decisione di fare la guerra ad Assad, che ha completato un quadro nel quale il primo ministro turco ha puntato sistematicamente sui cavalli sbagliati.

Ma peggio ancora gli è andata in casa, dove nonostante anni di successi la sua stella ora appare logora e la sua permanenze al potere è diventata sgradita anche agli elettori e ai dirgenti del suo stesso partito. Non è la «lobby dei tassi d’interesse» che trama contro la Turchia e non sono nemmeno i paesi ostili alla politica estera di Ankara, così come non ci sono evidenti complotti interni a minare il suo potere, come invece ripete sempre. Ci sono piuttosto una serie di piccoli e grandi fallimenti e c’è palpabile una voglia di cambiamento che lo riguarda in prima persona.

Non sono piaciute le sue reazioni alla rivolta per Gezy Park e quando ha dovuto procedere a un robusto rimpasto di governo, deciso a Natale per sostituire dieci ministri di cui tre dimissionari perché indagati dalla magistratura per corruzione per concessioni di permessi edilizi in zone tutelate,l’operazione non è stata senza dolori supplementari. un Il ministro dell’Ambiente e dell’Urbanistica Erdogan Bayraktar, alleato politico di lunga data e amico personale dell’omonimo primo ministro lo ha invitato a sua volta a dimettersi e ha dichiarato che «tutto ciò che è stato fatto era a conoscenza di Erdogan».

Una chiamata di correo inusuale all’interno del partito di maggioranza, un segnale forte che Erdogan non è più inattaccabile e che anche all’interno del suo partito l’idea i difenderlo fino alla morte non è proprio all’ordine del giorno. Sempre a dicembre Erdogan ha accusato un altro abbandono, questa volta da un potente alleato e sostenitore come Fetullah Gule. Il casus belli è stato l’annuncio da parte del governo della chiusura delle scuole private che aiutano gli studenti a preparare gli esami, molte delle quali appartengono al movimento che fa riferimento a Gulen, originale figura di Imam che vive in autoesilio negli Stati Uniti che oltre a un seguito di circa 4 milioni di fedeli sparsi nel mondo è anche a capo di un impero economico di tutto rispetto.

Gulen è uno dei fondatori dell’Associazione per la Lotta contro il Comunismo, è un imam che predica un islam decisamente secolarizzato ed ecumenico, tanto che l’università di Fatih, che fa capo al suo movimento è stata una delle prime università non statali di Istanbul. L’islam di Gulen è il modello al quale si è ispirato il partito di Erdogan, ma Gulen è anche una potenza economica, i suoi seguaci dirigono una delle organizzazioni impenditoriali più grandi del paese, con oltre 55.000 società aderenti, stampano Zaman, uno dei quotidiani più stampati in Turchia, la rivista Aksyion e controllano l’agenzia di stampa Cihan, non tralasciando le televisioni. Il patrimonio della sua organizzazione, che gestisce anche centinaia di scuole, è valutato in qualche decina di miliardi di dollari.

Le accuse ai ministri corrotti sono emersi pochi giorni dopo la proposta di legge che non piace a Gulen ed Erdogan ha dichiarato che si tratterebbe di false accuse, portate avanti da infiltrati del movimento di Gulen nelle istituzioni. Proprio un paio di giorni fa Gulen ha così scaricato il premier, negando in un’intervista al The Wall Street Journal di aver mai complottato contro di lui e il partito con il quale il movimento è stato alleato a lungo, ma accusando Erdogan di aver abbandonato il cammino delle riforme e di remare ora in direzione contraria alla democrazia. «Le purghe basate sull’ideologia, la simpatia o le visioni del mondo erano una pratica del passato che il partito oggi al governo aveva promesso di fermare», ha spiegato motivando il suo fastidio e, orrore, non ha neppure escluso di orientare i voti del suo movimento verso il partito repubblicano.

A dispetto di quanto afferma Erdogan però non c’è nessun complotto gulenista, c’è piuttosto che anche all’interno del suo AKP molti sembrano convinti che sia venuto il momento di mettere da parte Erdogan e di puntare su Abdullah Gul, già primo ministro quando a Erdogan era impedita la candidatura, poi a lungo ministro degli esteri e ora presidente della repubblica, che ora in quella veste sta cercando una via d’uscita dalla crisi politica che ormai da mesi attanaglia il paese e che come altri sembra aver individuato la soluzione nella sostituzione di Erdogan, nonostante con l’amico Tayyp ha condiviso oltre un decennio di permanenza al potere.

Pubblicato in Giornalettismo

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