Il nostro giornalismo manca di credibilità e responsabilità

Posted on 6 gennaio 2014

6



Il dipanarsi del caso Datagate ha messo il giornalismo americano di fronte ad alcune sue evidenti lacune, non dissimili da quelle del giornalismo italiano. Ma mentre negli Stati Uniti gli errori più macroscopici qualche riflessione la producono, da noi non succede mai niente di paragonabile.

riotta-greenwald

Il caso del Datagate è decisamente la notizia più rilevante dello scorso anno, più della sceneggiata sulle armi chimiche di Assad e anche più rilevante dei cable di Wikileaks. Più dei cable, che pure sono stati devastanti e hanno costretto la diplomazia statunitense a un penoso lavoro di contenimento dei danni, il Datagate dimostra infatti che il governo americano invade brutalmente la sfera privata degli americani, registrando buona parte delle loro vite «a prescindere» e senza alcuna apparente ragione legittimante che non sia quella per la quale un giorno tra quella montagna di dati ne potrebbe spuntare qualcuno utile a rovinare i piani di qualche cattivo. L’operazione però non è dissimile dallo spionaggio totalitario già visto all’opera nella DDR e e nell’URSS, tanto più che è dimostrato che per essere americani ed essere intercettati, nonché infiltrati e spiati intensamente basta far parte di un gruppo ecologista, anticapitalista o anche solo di qualche comitato locale. L’enorme potenziale di ascolto e raccolta dati della NSA si trova quasi naturalmente puntato anche verso il paese, per proteggerlo meglio, non meno di quanto non sia puntato verso l’estero.

Affrontando il tema del Datagate bisogna partire da una professione d’umiltà e riconoscere che il nostro paese è una provincia ai margini degli affari che Washington combina di preferenza con Britannici e altri anglofoni e che probabilmente alla Casa Bianca si fidano poco di noi, visto che nonostante il relativo peso internazionale e l’assoluta mancanza di ostilità, i governi di Roma e le aziende italiane risultano sorvegliatissime. E ci spiano anche da Londra, insieme alle istituzioni europee. Umilmente, bisogna anche riconoscere che questo rileva per i paesi spiati, ma non per Washington o per l’opinione pubblica americana, per la quale se NSA spiasse anche tutti i non americani al mondo, non sarebbe un problema. Ciò non toglie che questo spionaggio sia un problema prima di tutto per i non americani, che non si possa considerare a vantaggio italiano e che consegni nelle mani degli americani un terrificante potenziale ricattatorio, visto che come già si sa da tempo e come ha già certificato persino l’ABI, nessuno è in grado d’impedire alla NSA di frugare anche tra le transazioni bancarie e i conti correnti. Tanto che nelle operazioni elencate nei documenti pubblicati di recenti ci sono anche transazioni abusive su conti correnti di persone sgradite.

Di Berlusconi e della sua corte sanno sicuramente più alla NSA di quanto non sappiano i magistrati italiani, così come dei suoi affari e di quelli dei suoi famigli, come di altri politici o dei maggiori manager delle nostre aziende, ma da noi non ha protestato nessuno, il governo è anzi stato lesto a dirsi soddisfatto dei chiarimenti ottenuti da Washington. Peraltro delle proteste europee e di altri governi europei i governi americani si sono sempre fatti beffe, hanno promesso ogni volta di non farlo più e poi hanno fatto di più. Ecco allora il senso del fare il tifo perché gli americani si liberino di questo sistema di spionaggio totalitario ed ecco anche perché da europei si dovrebbe essere grati a Snowden senza eccezioni. Stranamente in questa occasione le abituali penne patriottiche si sono invece dileguate e nel nostro paese, a differenza di altri, non si è proprio indignato nessuno.

Posto che quello che fa NSA all’estero rileva relativamente per gli americani, è giusto salutare l’editoriale del New York Times con il quale chiede che Snowden sia perdonato per il servizio reso alla patria, come un possibile punto di svolta nella storia. In più è la prova provata che Snowden stia riuscendo in quanto ha sempre detto di voler fare, sia dal punto di vista dell’informare gli americani delle operazioni di NSA, che da quello non meno rilevante di provocare una reazione in grado di ridurre sia l’estensione che la discrezionalità dello spionaggio da parte dell’Agenzia.

Uno spionaggio che molti chissà perché hanno teso a sminuire, come ha scritto Mantellini:

Con tutta la circospezione del caso non ci voleva un genio per capire, fin dal primissimo video che Edward Snowden aveva iniziato a raccontare una storia importante e sconosciuta di portata gigantesca. Eppure per molti mesi le reazioni alle rilevazioni dell’ex analista sono state accolte dalla stampa mondiale con le cautele che si riservano ai ciarlatani spuntati da chissà dove.

E non solo quella mondiale, perché chi provava a discutere il caso di trovava liquidato in fretta dalle grandi penne del giornalismo italiano, indifferenti persino al dirottamento piratesco e clamoroso dell’aereo presidente boliviano Morales e abbastanza allineate nel sostenere che:

Snowden era una spia che metteva a rischio la sicurezza nazionale, Greenwald un blogger avvocato omosessuale wannabe giornalista, l’esilio in Russia sollevava facili ironie e strizzatine d’occhio.

Per non dire di quelli che dicevano che si sapeva già tutto e che non erano rivelazioni o di quelli che si perdevano cercando di spiegarsi tra Big Data e metadati con lo scappellamento a destra.  I fatti dicono che i documenti di Snowden hanno prodotto centinaia di articoli verificati dalle principali testate internazionali, che li hanno editati e pubblicati e nessuno, governi o grandi firme del giornalismo, ha mai dimostrato o eccepito la loro falsità. Ora che Obama ha promesso una riforma e che il Congresso è arrivato a chiedere se spiano anche i membri del Congresso per sentirsi rispondere di sì, la cosa dovrebbe apparire seria a chiunque, sicuramente è più seria a Washington che da noi. Il Congresso peraltro deve ancora reagire all’offesa recata dal capo di NSA, James Clapper, che ormai è dimostrato abbia mentito nel corso di un’audizione in commissione, prima o poi anche questi sono stracci destinati a volare e quando succederà non sarà bello.

maurizi snowden

L’editoriale del NYT ha dato speranze anche a Stefania Maurizi, che segue Wikileaks per l’Espresso e che ha pubblicato diverse storie che avrebbero meritato la prima pagina di Repubblica, che invece è presidiata da inviati à la Zucconi.

zucconi snowden

E per un Severgnini che si pente a ruota del NYT, l’auspicato effetto sulle nostre testate si vede poco, tanto che dall’Ansa a Repubblica nell’annunciare l’editoriale americano definiscono ancora Snowden un «talpa» (per il GRR è adirittura L’ex talpa del Datagate), termine negativo e fin dall’inizio inadatto a definire Snowden, che in Italia però è stato usato tantissimo. Ma purtroppo non si sono visti tanti pellegrini seguire il NYT a Canossa e ci sarebbe stato da stupirsi del contrario, non siamo mica americani.

Le nostre testate non fanno cose come quella che ha fatto la redazione del NYT, non hanno un Public Editor che discuta pubblicamente l’etica, la precisione e la linea editoriale del giornale e che apra pubblicamente una discussione sui limiti o gli errori del giornale. Quando era ormai troppo tardi, il NYT si è scusato ad esempio per la copertura dell’andata in guerra in Iraq e lo stesso ha fatto il Washington Post, nel nostro paese non è successo, per quanto ce ne fosse estremo bisogno. Nel nostro paese i giornalisti condannati per aver scritto il falso dietro compenso dei servizi più o meno deviati, se la sono rivendicata con orgoglio patriottico e sono stati proiettati in parlamento.

E non sono casi isolati, la stampa italiana è quasi sempre uno strumento che appare schierato oltre i confini del ridicolo e quando emergono storie che ne minano la credibilità non è capace di affrontarle in altro modo che rifugiandosi nel silenzio. Silenzi che ai lettori dicono molto, anche se hanno il pregio di non alimentare l’estensione della polemica e quindi limitarne i danni in maniera significativa. Difficile quindi aspettarsi che Repubblica ad esempio vada a Canossa a seguito del NYT, e parliamo del più diffuso quotidiano più o meno progressista ed europeista, figurarsi gli altri.

Dopo l’editoriale del NYT , La Repubblica ha pubblicato invece un esilarante pezzo sull’impegno di NSA per la realizzazione di un «computer quantistico», affidato in tutta evidenza a chi s’intende poco di computer e di fotoni che scappano da tutte le parti, nel quale si dice ad esempio che:

«L’assemblaggio del dispositivo avrebbe luogo nelle cosiddette gabbie di Faraday, sistemi di contenimento in materiale elettricamente conduttore in grado di isolare l’ambiente interno da un qualunque campo elettrostatico presente al suo esterno. Le parti che andranno a comporre il computer includono infatti elettroni, fotoni e altre particelle che senza la protezione delle gabbie di Faraday si disperderebbero nell’ambiente.»

Non capita di rado che le testate italiane pubblichino esercizi di assoluta fantasia e non accade solo quando si straparla di scienza, ma a Canossa non ci vanno mai e sembra evidente che accada per un’evidente mancanza di buona fede. Un tema sul quale è evidente che molte testate lasciano licenza di delirio, è quello della lotta in Val di Susa, che vede ad esempio La Stampa e La Repubblica, schierate apertamente a favore dell’opera, dare spazio a una copertura giornalistica che trascende nella militanza poco chiara o nel fanatismo che precipita presto nel ridicolo, come l’articolo che parlando di trafori valsusini ha spiegato che:

«Sul fondo della galleria, sotto il manto stradale, correrà un cavidotto speciale che porterà la corrente elettrica dalla centrale nucleare francese di Creys Malville (il cosiddetto Superphenix) a quella tradizionale italiana di Piossasco. Perché l’Italia ha rinunciato a produrre energia nucleare ma non ad acquistarla dai vicini. Un altro capitolo nella lunga saga dell’ipocrisia.»

Non è l’unica perla di un articolo dannato da un errore marchiano, visto che il Superphenix è morto nel 1997 lasciando una voragine nei bilanci francesi, ma nessun ricordo nell’entusiasta fan delle centrali nucleari in cerca di un modo per dare dell’ipocrita ai valsusini. E queste non sono che gocce in un mare di «notizie » altrettanto infondate che quotidianamente sono pubblicate da giornali e televisioni e dall’industria dell’infotainment, in particolare quando si arriva a raccontare l’estero. Le notizie dall’estero sono la Cenerentola del menu informativo italiano, la globalizzazione non ci tocca attraverso l’informazione, se non quando suona all’unisono come quando c’è da promuovere una guerra o una grande opera o ancora quando sorvola di slancio le notizie che non mettono in buona luce le virtù del sistema o quelle di politici o paesi alleati.

Non accade per caso ed è per questo che non usa rispondere ai lettori quando criticano pezzi fattualmente inesatti e anche entità distantissime come Il Foglio e La Repubblica reagiscono allo stesso modo, con il silenzio. Distanze siderali dagli standard del giornalismo anglosassone, che evidentemente non ci possiamo permettere se questo tipo di risposta a problemi che chiamano in causa l’integrità etica e professionale è condiviso da quasi tutta la classe dirigente che presiede l’informazione italiana. Dagli ingranaggi della macchina del fango ai giornali confindustriali, passando per le nuove avventure editoriali che si annunciano immancabilmente senza macchia e mancano velocemente la promessa, il panorama dell’informazione italiana appare presidiato più dagli interpreti di copioni già scritti che da professionisti impegnati nella difficile arte d’informare.

Quando si parla di crisi del giornalismo e delle sue trasformazioni si sorvola sul fatto che questa impressione sia tanto diffusa e che s’accompagni a quella di una discreta sciatteria nel riempire le colonne di erroracci evidenti a molti. Erroracci che mai sono rettificati, a volte capita invece che l’autore colto in fallo parta per la tangente, ma nemmeno questo spinge i responsabili delle testare a dare segni d’attenzione, nemmeno quando l’articolo diventa oggetto di dileggio o un proprio giornalista è denunciato per plagio. C’è un evidente problema di qualità del prodotto e della sua evidente inadeguatezza a soddisfare una platea di potenziali lettori che è diventata più esigente, che può confrontare e approfondire articoli e notizie e che conseguentemente riconosce al giornalismo italiano poca qualità, poca credibilità e grande impermeabilità alle tesi sgradite. Difficile che la grande informazione riesca a recuperare lettori continuando su questo sentiero perverso che conduce alla disinformazione e all’ignoranza e non deve stupire se il già basso numero di lettori tra gli italiani continua inesorabilmente a voltarle le spalle. Si tratta di una questione non sconosciuta, ma rimossa, che  le redazioni italiane non sono ancora pronte a porsi, è ancora presto per chiedere loro di assumersi e discutere pubblicamente la responsabilità di quanto pubblicano, in buona o in cattiva fede che siano.

Pubblicato in Giornalettismo

Messo il tag: