Il Sud Sudan alla prova della tregua

Posted on 28 dicembre 2013

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Il 15 dicembre il Sud Sudan, lo stato più giovane del mondo, si è sfasciato e adesso la comunità internazionale cerca di rimetterne insieme i pezzi con una certa urgenza per scongiurare disastri peggiori

La natura di quanto è successo in Sud Sudan è abbastanza chiara e nota a tutti e ha poco a che fare con il confronto tra le etnie Dinka e Nuer, alla quale appartengono i due leader che incarnano le parti in causa. La frattura è tutta interna al partito quasi-unico dello SPLM, nel quale il presidente Salva Kir ha cacciato il suo vice, anche al governo, Riek Machar e ora sembra deciso ad emarginarlo definitivamente con la forza delle armi. Lo SPLA era il fronte di liberazione dal Sudan, ma una volta ottenuta l’indipendenza si è rivelato incapace d’esprimere una leadership civile all’altezza e alla fino sono emerse inevitabili fratture, anche perché il governo di Kiir e le iniziative velleitarie che ha intrapreso già prima d’andare al governo sono mal sopportate anche dai generosi sponsor statunitensi e occidentali, per non dire dei cinesi che comprano il petrolio, unica risorsa del paese. In queste ore si sono visti per le strade di Juba diversi carri armati e già la storia di quei carri armati faceva presagire 5 anni fa che il paese non stava per partire con il piede giusto.

Si tratta di una fornitura di decine di carri e lanciarazzi di provenienza ucraina, che nel 2008 finirono preda dei pirati somali mentre viaggiavano verso il Kenya su una nave. Liberata la motonave faina con il pagamento di un generoso riscatto, la BBC pubblicò i documenti d’imbarco della merce a bordo, che risultava diretta in Sud Sudan. Che allora era ancora parte del Sudan e attendeva di tenere il referendum sull’indipendenza dal Nord e che per di più era sotto embargo ONU per quel che riguarda le armi, visto che la questione con il Sudan era ormai risolta. Finì con il Kenya che disse che quei carri erano roba sua, ma oggi sono in Sud Sudan e li vediamo per le strade di Juba senza che l’ONU abbia mai fatto una piega o qualcosa per impedirlo o incriminare i responsabili.

Eppure i milioni di dollari spesi per la fornitura sono stata l’unica uscita e spesa pubblica che abbia restituito risultati visibili a parte qualche strada asfaltata nella capitale, che comunque Kiir ha deciso di far costruire ex novo altrove. Kiir ha così reagito alle critiche emarginando gli oppositori e infine prendendo a pretesto una sparatoria per dichiarare l’esistenza di un golpe in atto e scatenare la caccia agli avversari, decisione che ha seminato il panico in quasi tutti gli stati della federazione Sud-sudanese e acceso conflitti quasi ovunque tra lealisti e critici che hanno cominciato a temere per le loro vite. Il governo di Kiir ha già una pessima fama nel trattamento dei giornalisti e degli oppositori e ha osservato incapace d’azione massacri ben più robusti di quelli di questi giorni, quelli sì tra gruppi etnici confinanti, conflitti che si teme possano riaccendersi nella situazione d’anarchia che si respira negli ultimi giorni nel paese.

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Paese dal quale sono fuggiti non senza difficoltà buona parte degli stranieri, gli americani hanno dovuto abortire un tentativo dopo che gli hanno sforacchiato gli aerei inviati in soccorso e ferito 4 Navy Seals, mentre tre peacekeeper indiani sono rimasti uccisi e i compound dell’ONU nel paese sono stati invasi da decine di migliaia di persone in cerca di protezione. La reazione internazionale si è materializzata in severi moniti e nella decisione di raddoppiare il contingente ONU nel paese, da 7.000 a 14.000 unità, con le prime unità da combattimento che arriveranno entro un paio di giorni dal Congo, sottratte alla missione MONUSCO.

I contingenti presenti sono infatti autorizzati solo al peacekeeping, si possono solo difendere e alcuni non avevano nemmeno le munizioni per farlo da combattimenti di un certo peso, almeno a giudicare dal siparietto tra coreani e giapponesi. I coreani hanno circa 280 uomini nel paese, i giapponesi 400,  e quando i coreani si sono accorti che non avevano munizioni per far fronte a problemi seri hanno chiesto agli altri contingenti e scoperto che solo i giapponesi avevano il calibro 5.56 richiesto. I rapporti tra Corea del Sud e Giappone però non sono rilassati e proprio in questi giorni i due paesi sono di nuovo ai ferri corti per quelle che i coreani ritengono offensive manifestazioni nazionaliste del governo di Abe, che onora i criminali di guerra che invasero la Corea. La costituzione giapponese in più è ultra-pacifista e, oltre a vietare la vendita di armi ad altri paesi, ha costretto i giapponesi a finanziare un contingente ruandese per proteggere i genieri inviati nel paese. Le munizioni alla fine le hanno date ai coreani, ma c’è voluta una riunione apposita per siglare l’eccezione in nome dell’emergenza umanitaria.

Intanto attorno si è mossa anche l’IGAD, l’alleanza regionale africana, prima dell’Unione Africana e i leader di Kenya ed Etiopia hanno minacciato d’intervenire con le loro forze se i Sud-sudanesi non regoleranno le loro divergenze pacificamente entro quattro giorni. Machar, che non sembra dotato di forze militari o di avere un seguito tra l’esercito, e quindi nemmeno delle capacità per ordire il fantomatico golpe, ha già detto che è disposto a discutere della crisi e anche Kiir sembra essere stato velocemente ricondotto alla ragione, anche se solo i fatti diranno dove vuole arrivare e cosa è disposto a fare per arrivarci. L’iniziativa di Etiopia e Kenya, tanto netta, porta un’evidente impronta americana, perché a Washington sono molto irritati per il disastro di quella che hanno sempre presentato come una storia di successo.

Se le parti cesseranno davvero il fuoco sarà davvero un gran risultato, anche se 1.000 morti e 120.000 sfollati non sono stati un prezzo da poco per l’incapacità di giungere a compromessi da parte degli ex alleati di guerra e di governo e bisogna temere davvero che Kiir abbia tentazioni dittatoriali e l’idea di provare a tradurle in pratica, in fondo non sono pochi i dittatori che prosperano indisturbati in Africa e l’idea non è così peregrina. La crisi umanitaria per conto suo ha bisogno di risposte urgenti e non è facile in un paese privo di strade gruppi di rifugiati sparsi negli stati di Jonglei, Lakes, Warrap e Unity, con gruppi di decine di migliaia che ancora non sono stati raggiunti dagli aiuti a causa dei timori per la sicurezza, in 7 dei 10 stati sono stati segnalati scontri a fuoco, saccheggi e uccisioni. Il rischio che il conflitto possa evolvere in una guerra civile o in estesi massacri non è tanto remoto da poter essere ignorato. Ma un dato certo e sottaciuto è che nessuno dei paesi e delle istituzioni internazionali coinvolte nella nascita del Sud Sudan ha fatto il minimo sindacale per evitare d’arrivare a questo punto, oltre al fatto che questa crisi era tutto fuorché inaspettata, ci sarebbe stato anzi da stupirsi del contrario date le premesse.

Pubblicato in Giornalettismo

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