Pechino e Washington insieme per le centrali al torio

Posted on 26 dicembre 2013

1



Cinesi e americani collaborano nella ricerca per i reattori al torio, che per molti rappresentano il futuro più praticabile per il nucleare.

Gli Stati Uniti hanno smesso di credere nei reattori molto presto per via di un difetto capitale ai tempi della guerra fredda: non serve a produrre materiale convertibile per fare le bombe e, ai tempi, la tecnologia che poi arriverà ad affermarsi era matura anche per essere infilata in un sottomarino a l’Ammiraglio Rickover, considerato il padre della marina nucleare americana non ebbe dubbi, così come non ebbero dubbi altri generali e politici perché i reattori al torio non servono per fare le bombe e gli Stati Uniti avevano in programma di produrne migliaia e velocemente. C’è anche da dire che una volta conseguito l’obbiettivo militare gli Stati Uniti hanno smesso d’investire pesantemente nella tecnologia nucleare, che com’è noto richiede grossi investimenti in cambi di grossi rischi e relativa soddisfazione, tanto che nessun privato al mondo ha mai finanziato la costruzione di un reattore.

Dalla loro parte c’era il fisico e scienziato Alvin Weinberg, che guidava la ricerca nei laboratori di Oak Ridge dal 1955 al ’73, quando fu licenziato per la sua «insistenza» e quando i laboratori avevano già concepito persino un piano per la loro commercializzazione. Non che si tratti di particolare malvagità americana, diversi paesi hanno tentato la stessa strada con metodi diversi, ma esiti simili, solo India e Cina sono ancora attive nel campo.

E proprio la Cina si è lanciata nell’impresa partendo da un accordo di collaborazione con i mitici laboratori nucleari di Oak Ridge, avallato senza problemi dal governo americano che negli anni aveva persino lasciato spirare i brevetti senza rinnovarli. A presentare e sollecitare l’accordo è stato Jiang Mianheng figlio dell’ex presidente Jiang Zemin e secondo gli impegni presi gli americani offriranno pieno accesso ai piani e agli esperti americani da parte dell’Accademia delle Scienze cinese. Dall’accordo, siglato nel 2011, i cinesi si sono già mossi in avanti radunando fornitori e mettendo a disposizione 350 milioni di dollari, una cifra modesta se paragonata ai miliardi di dollari già spesi nel mondo, ma i cinesi stanno esplorando tutta la gamma degli impianti possibili senza pregiudizi, da quelli a letto di sfere fino agli autofertilizzanti come il fallito Superphenix francese, l’enfasi posta su questa collaborazione da alcuni sembra più da riferire all’insolita cooperazione che a fondate speranze, se non ci saranno rimpolpamenti del budget. Il piano prevede comunque la costruzione di diversi impianti di dimensioni sempre maggiori fino al 2040, data che è l’orizzonte attuale del piano.

Che il torio non serva a far le bombe se bruciato nei reattori è davvero un peccato, tanto più che potrebbe già essere impiegato in molti reattori che bruciano uranio con enormi vantaggi per la collettività. Nei reattori al torio l’energia è prodotta lo stesso da una reazione fissile, ma si tratta di una reazione molto più controllabile, più efficiente, più pulita e più sicura. Il grosso delle scorie di un reattore al torio infatti diventa meno radioattivo  del minerale d’uranio grezzo dopo un centinaio di anni, la differenza nel decadimento delle scorie è anche più pronunciata di quanto non appaia visivamente nel grafico e il ciclo del torio risulta quindi estremamente più pulito e sicuro di quello dell’uranio.

«Il più il torio è un combustibile nucleare molto abbondante in natura, più dell’uranio. Un reattore autofertilizzante al torio avrebbe il vantaggio di non generare plutonio ma di essere comunque in grado di “bruciarlo”, se inserito nel reattore; inoltre non richiede nuove tecnologie, potendo essere costruito e gestito con le conoscenze e gli impianti già esistenti,  può essere impiegato anche in reattori nucleari termici tradizionali come gli LWR o gli HWR, con ovvie conseguenze sulla possibilità di una rapida adozione di tale “combustibile” anche in reattori di 2ª o 3ª generazione.[15] Ad esempio, i promotori della filiera CANDU, sostengono la possibilità di usare il torio nei loro reattori senza apportare sostanziali modifiche ai reattori».

La Cina inoltre possiede abbondanti riserve di torio, che ora si procura come sottoprodotto dell’estrazione delle terre rare e la circostanza rende il progetto ancora più appetibile, mentre appare decisamente ancora nel campo della paranoia che i cinesi possano realizzare subito motori nucleari al torio per la loro flotta, anche se è stato proprio l’anno passato che un gruppo d’ingegneri militari britannici ha presentato un progetto analogo. Raffreddati da sali fusi e inerentemente sicuri in quanto il carburante non può innescare una reazione incontrollata o raggiungere la massa critica, in quanto l’uranio che produce la reazione è prodotto progressivamente estraendolo dalla carica di torio, i reattori rappresenterebbero un un significativo miglioramento in termini di sicurezza e della quantità di scorie altamente radioattive da stoccare per millenni lontano da persone, acque e agenti atmosferici.

698px-Nuclear_waste_decay_it.svg_

I reattori al torio hanno molti e autorevoli sostenitori, tuttavia hanno anche grossi ostacoli di fronte al loro cammino e qualche incognita la conservano comunque, soprattutto in relazione alla durata degli impianti, che usando metalli fusi per raffreddare i reattori, pongono discrete sfide tecniche in termini d’affidabilità e di durata. Anche se non bisogna dimenticare che un reattore intrinsecamente sicuro costa molto meno in misure di sicurezza, non impone piani d’evacuazione, non minaccia di produrre un terra bruciata di decine di chilometri quadrati per migliaia di anni e per di più taglierebbe drasticamente i costi di decomissioning e, soprattutto, di custodia e processamento delle scorie, che se proiettati nel tempo di decine di migliaia di anni finiscono per diventare un costo occulto addirittura superiore a quelli di costruzione e gestione degli impianti. Un debito che nessuno oggi contabilizza, ma che resterà lo stesso a carico delle generazioni a venire anche quando degli impianti che li hanno prodotti si sarà persa memoria.

Pubblicato in Giornalettismo

Messo il tag: