Tra accademia e corporation è guerra sul costo della conoscenza

Posted on 25 dicembre 2013

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Il sistema delle riviste scientifiche e della gestione della proprietà intellettuale sui lavori che pubblicano, è da tempo al centro di critiche feroci, alle quali i monopolisti del settore hanno deciso di reagire difendendo fino all’ultimo dollaro di profitto.

Dopo che i primi mesi dell’anno si erano consumati nella polemica sui costi delle riviste scientifiche, inspiegabilmente schizzati verso l’alto nonostante l’informatizzazione dell’editoria abbia abbattuto nettamente i costi di produzione e distribuzione, ad agosto è arrivata la pubblicazione dell’inchiesta di John Bohannon dal titolo “Who’s Afraid of Peer Review?» sulla rivista Science. Bohannon ha testato i processi di peer review delle riviste scientifiche Open Access sottoponendo lo stesso studio sulle proprietà anticancro di una molecola ricavata dai licheni, minato da errori e mancanze evidenti e presentato da un accademico inesistente, all’attenzione di 304 riviste che pubblicano a pagamento. Il modello di queste riviste, definite come «fee-charging open access Journals» prevede che gli autori, o più spesso i loro datori di lavoro o di borse e finanziamenti, paghino per il servizio di validazione scientifica che dovrebbe essere garantito dalla peer review controllata da un editore più meno esperto. Tra queste riviste ce ne sono parecchie gestite dai giganti del settore e i pessimi risultati del test hanno investito prima di tutto la loro credibilità, il difetto non è nell’Open Access, che invece  è importante perché, pagando o meno, l’autore pubblica  l’opera libera dal copyright altrimenti imposto dall’editore, permettendo così la libera circolazione gratuita del suo lavoro.

157 riviste hanno accettato il paper e solo 98 lo hanno respinto. Sulle 255 che hanno completato il processo di accettazione o di rigetto, solo il 40% ha mostrato segni dell’esistenza di una peer review e impegnati nel test erano anche leader del settore come  Elsevier, Sage, Wolters Kluwer e alcune università. L’inchiesta ha generato anche un’interessante mappa, costruita unendo IP, IBAN e tutti i dati possibili sulle riviste in questione, che mostra visivamente come l’India sia sicuramente un serbatoio di «manodopera» a basso costo anche per alcune prestigiose riviste scientifiche occidentali, anche se poi la percentuale d’accettazione dall’India è stata superata solo dal 100% della Nigeria.

boycott_ElsevierDalla pubblicazione dell’articolo, che ha fatto rumore ovunque nel mondo, Italia compresa, la discussione ha spesso preso una piega difensiva del modello dell’Open Access, che a dire il vero non è esattamente il cuore del problema illuminato da Science. Open Access non vuol dire affatto che si debba finire per pubblicare qualsiasi cosa senza scrutinio, tanto più che i grandi editori che offrono la «Gold Road» a pagamento hanno mancato esattamente come le riviste sconosciute o con Impact Factor rasoterra. Da quando la storia è stata pubblicata nessuno degli editori l’ha contestata o ne ha contestato le conclusioni, hanno scelto quasi tutti la via del silenzio e nessuno ha messo pubblicamente in discussione le proprie procedure di controllo, solo tre riviste sono state chiuse dai rispettivi editori. La Directory of Open Access Journals che raccoglie l’elenco delle migliaia di riviste del genere nel settore ha annunciato una revisione delle sue liste e dei criteri d’accesso, mentre la “Open Access Scholarly Publishers Association” (OASPA) ha formato una commissione per verificare come a 3 dei suoi membri americani (su 26 riviste testate) sia capitato di cadere in errore. L’11 novembre ha poi espulso due riviste (Dove Medical Press and Hikari Ltd.) e messo Sage Press sotto osservazione per 6 mesi.

Il problema a monte di questo business è che i governi pagano gli scienziati per produrre articoli, che questi poi danno gratis per la pubblicazione ad aziende private. Dopo di che, queste fanno pagare gli scienziati e gli scolari per leggerli. Nel mezzo, se va bene, altri scienziati pagati dai denari pubblici faranno le peer review, che le case editrici d’abitudine non retribuiscono e che i volontari si prestano a fare gratuitamente perché la loro attenzione è un capitale importante nella carriera di tutti gli accademici.

elsevier_sla_burstElsevier, società del gruppo Reed-Elsevier, è il maggior editore mondiale in ambito medico e scientifico. Con base ad Amsterdam, l’azienda è presente in 24 paesi e impiega oltre 7.000 dipendenti e pubblica circa 20.000 testate in tutte le lingue, tra le quali “The Lancet”, “Journal of Molecular Biology”, “Cell” e secondo il bilancio del 2012 ha incassato profitti per un miliardo di dollari con uno spettacolare margine di profitto del 34%, di cui circa il 65%proveniente dalle sottoscrizioni degli abbonamenti alle istituzioni accademiche di tutto il mondo. Abbonamenti cari, se persino la miliardaria Harvard è giunta a notare come il loro costo impatti come un’anomalia sgradita sulle istituzioni universitarie e sulla ricerca, il «costo della conoscenza» come lo definisce una campagna volta a comprimerlo.

L’apparente ritrosia e il basso profilo scelto da Elsevier dopo la pubblicazione dell’inchiesta di Science sono diventati un ricordo all’inizio di dicembre, quando Academia.edu è stata investita da qualche migliaio di richieste di rimozione di contenuti protetti da copyright da parte Elsevier. L’attacco ha suscitato proteste, ma anche Academia.edu è un’azienda for profit e fino a quel punto le obiezioni avevano un senso relativo, anche se non peregrino. Poi è successo che lo stesso sia stato richiesto alla University of Calgary, alla University of California-Irvine e anche a quella di Harvard. Richieste teoricamente legittima, ma che in questo caso vanno contro una prassi consolidata per la quale le riviste accademiche non reagiscono se l’autore pubblica il suo lavoro nel suo sito o in quello del suo dipartimento. Secondo quanto riferito da Thomas Hickerson, bibliotecario dell’università di Calgary,le richieste sono arrivate da Digimarc, evidentemente un’azienda specializzata in questo tipo di difesa del copyright, che ha colpito le pagine di facoltà, dipartimenti e laboratori.

Elsevier ha inizialmente negato interessi diversi dal proteggere l’inquinamento delle ricerche ricerche a protezione del sistema con il quale misura la diffusione degli articoli, come se fosse una garanzia per gli autori e solo più tardi ha ammesso che «indubbiamente c’è anche una ragione economica per le richieste di rimozione. Quale biblioteca continuerebbe a sottoscrivere gli abbonamenti se una parte crescente degli articoli fosse disponibile altrove?»

Una domanda diversa se la pongono da tempo gli scienziati, che per parte loro finora hanno faticato a convincere i politici dell’opportunità di costruire soluzioni alternative e più economiche, che permettano allo stesso tempo l’accesso aperto alla conoscenza scientifica e la pubblicazione di testi corredati di peer review affidabili. In fin dei conti i soldi che incassano Elsevier e le sue sorelle vengono tutti o quasi dalle casse pubbliche, spenderli senza regalarli in profitti principeschi ai falchi del copyright e garantire allo stesso tempo una maggiore qualità, magari pagando chi fa le peer review, non appare impossibile. Ma la resistenza è enorme e le corporation del settore possono contare sulla docilità di buona parte dell’ambiente accademico, che continuerà a dipendere ancora a lungo da quelle stesse corporation per la promozione e validazione del suo lavoro, l’inerzia del sistema è imponente e anche di fronte all’evidenza ci vorranno anni prima di giungere a miglioramenti sensibili in tema d’accesso alla conoscenza e all’abbattimento di questa vera e propria tassa sulla sua diffusione. Una tassa paradossale che tutti paghiamo ad esclusivo beneficio di poche aziende private, intente a guadagnare ancora di più restringendo per quanto possibile l’accesso alla conoscenza affidata loro dalla comunità scientifica.

Pubblicato in Giornalettismo