Iraq, il contagio siriano porta massacri

Posted on 22 dicembre 2013

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Le conseguenze della guerra in Siria si fanno sempre più pesanti per l’Iraq, che continuerà a lungo a rappresentare un problema per Washington.

Se c’è una cosa che bisogna riconoscere alla gran parte dei commentatori americani è che non hanno nessuna difficoltà ad ammettere che l’Iraq l’ha rotto l’amministrazione Bush e che ora si sta sfasciando di nuovo tra le mani di Obama, senza gloria e senza guadagni per gli americani, pochi e selezionati a parte. A Washington la guerra è già costata 2.000 miliardi di dollari e alla fine il conto supererà i 3.000 anche se si dovesse smettere di spendere oggi, ma quella data è ancora lontana. La cacciata di Saddam è costata anche la vita di 4.500 soldati americani, circa il doppio tra i contractor stranieri, 135.000 vittime certe irachene (con un bilancio reale che si avvicina di più al milione), più i feriti e mutilati e 4 milioni di profughi, metà fuggiti dalle loro case all’interno dei confini e metà all’estero, buona parte dei quali han trovato rifugio in Siria.

I numeri sono brutali, oltre 3.000 morti dall’inizio dell’anno, con un picco di 100 a settembre e la giornata di ieri che si è conclusa con 70 morti, su una media giornaliera nell’anno attorno ai 10 morti e non si sa quanti feriti tutti i giorni, festivi compresi. Si tratta di violenza settaria, per lo più di matrice sunnita, ma non mancano nemmeno le rappresaglie sanguinose e anche la mano pesante delle milizie vicine al governo fa la sua parte.

Ad alimentare nuovamente una violenza settaria che non si è mai spenta nel paese, è chiaramente la recrudescenza del conflitto in Siria, perché in Iraq sono fuggiti molti profughi siriani, ma soprattutto perché l’Iraq è diventato retrovia delle milizie talebane in Siria e via di collegamento con il Golfo, da dove arrivano soldi, armi e volontari per la guerra contro Assad, dalla quale gli americani si sono disimpegnati proprio la settimana scorsa annunciando anche la fine delle forniture di materiali non letali all’opposizione, ormai controllata dai qaedisti con i laici messi sotto militarmente e quindi ridotti all’impotenza anche politicamente, tanto che è notizia di queste ore che i padrini occidentali dell’opposizione siriana abbiano deciso che Assad è il male minore Così che gli oppositori dovrebbero trattare con lui senza chiedere che lasci il potere. D’altra parte Obama supporta chiaramente al Maliki, come dimostra la soddisfazione di quasi tutte le sue richieste quando ultimamente si è presentato a Washington con quella che è stata descritta come una lista della spesa «lunga un miglio». Gli hanno dato tutto a parte gli elicotteri da combattimento Apache della Boeing, nonostante la pesante azione di lobbying del Podesta Group, che tra i suoi clienti oltre al governo iracheno ha anche un’industria aeronautica americana a caso. Maliki comunque si è portato a casa F-16 e missili senza che nessuno facesse una piega, come sempre, anche se il conto di quella lista della spesa sarà coperto come al solito dal Tesoro americano.

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L’iraq è tornato ad essere un paese molto insicuro, si uccidono i giornalisti, i membri dell’amministrazione e soprattutto i semplici passanti, con un’incessante pioggia di autobombe. Dieci anni dopo l’invasione gli obbiettivi sensibili, sono robustamente fortificati, così come sono protettissimi i politici, i leader religiosi e gli alti gradi militari, così le stragi assumono un carattere più causale, ma non per questo meno inquietante. Ci sono al lavoro diverse squadre di assassini che seminano il terrore tra la classe media irachena, ma ci sono soprattutto le autobombe nelle città e una situazione nella quale la sicurezza diventa sempre più vaga mano a mano che ci si addentra nelle provincie sunnite e ci si avvicina al confine siriano. Ne ha risentito anche il Kurdistan, più stabile e controllato del resto del settentrione iracheno, ma non per questo immune da attacchi degli islamisti, che anche in Siria hanno trovato nei kurdi e nelle province dove sono presenti e numerosi, un bastione di esagerata laicità per i loro gusti.

Un clima che alla fine ha spinto alla fuga quasi tutti i cristiani presenti nel paese, ridotti a 200.000 da un milione che erano nonostante non ci sia traccia di una persecuzione diretta contro di loro. La fine del vaso di coccio tra i vasi di ferro è stata quasi inevitabile venendo a mancare una difesa efficace alle loro vite e alle loro proprietà, paradossalmente molto più garantite sotto il tallone di dittature come quella degli Assad o di Saddam che dal nuovo governo più o meno democratico. Un discorso che vale per tutti e non solo per i cristiani, che comunque non hanno alcun peso politico né militare.

Quello che funziona in Iraq è per ora l’estrazione e l’esportazione del petrolio, conquistata in buona parte alle aziende di stato di Pechino, che hanno comprato più o meno la metà della produzione, inviato migliaia di lavoratori a costruire gli impianti e investito nel paese almeno due miliardi di dollari. Il successo dei cinesi è relativo, il governo di Baghdad concede profitti risicati alle compagnie straniere, il che tiene lontano quelle americane, ma non quelle cinesi. A Pechino non interessa fa guadagnare le proprie compagnie petrolifere di stato, quanto assicurarsi a ogni costo il petrolio per alimentare le sue fabbriche, che comunque producono fior di profitti anche per le aziende americane.

Michael Makovsky, un ex ufficiale del Dipartimento della Difesa che sotto Bush si occupava della politica petrolifera spiega che: «I cinesi non avevano niente a che fare con la guerra, ma da un punto di vista economico ne stanno beneficiando e la nostra Quinta Flotta e l’aviazione proteggono i loro approvvigionamenti.» C’è anche da dire che era stato lo stesso embargo imposto da Washington a limitare drasticamente le esportazioni irachene e che sempre Washington sta ora facendo lo stesso con la produzione iraniana. I cinesi inoltre non si lamentano come fanno le loro controparti occidentali e firmano i contratti contenti, lavorano sodo e veloce e pagano puntuali. Obbiettivamente è difficile biasimare gli iracheni, che sulla questione del petrolio hanno proceduto uniti e consci che da come lo avrebbero venduto sarebbe dipeso il futuro del paese, almeno nel medio periodo. Non per niente ci hanno messo anni per non approvare la legge che gli uomini di Bush avevano già scritto per loro e alla fine sembrano aver scelto per il meglio.

Non così per il resto, i rapporti tra sunniti e sciiti sono i nuovo ai minimi e l’iniezione di violenza dovuta al contagio siriano ha peggiorato nettamente le cose, non solo dal punto di vista del grezzo conto dei cadaveri, ma soprattutto segnando un netto allontanamento dal traguardo di una pacificazione nazionale nel quadro della quale siano garantiti ai sunniti lo stesso accesso alle istituzioni, alla politica e all’economia del paese. Un traguardo in teoria condiviso anche dalla maggioranza sciita e dai kurdi, che con la loro autonomia sembrano contenti e non sembrano sentire le sirene di un progetto nazionale kurdo, quanto piuttosto subire in prima fila i morsi della guerra in Siria, che ha portato loro un enorme flusso di profughi e attirato la violenza islamista sulle loro regioni.

Pubblicato in Giornalettismo

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