Bhutan, il prezzo nascosto della ricerca della felicità

Posted on 22 dicembre 2013

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L’unica ricchezza del paese monetizzabile a breve sembra essere la produzione di energia idroelettrica grazie a dighe che sfruttano le acque che scendono dall’Himalaya. Una soluzione che potrebbe emancipare il paese dal ritardo sul resto del mondo.

Il Bhutan è un paese vagamente noto in Occidente come un luogo esotico nel quale gli abitanti sono straordinariamente felici, i più felici d’Asia e gli ottavi del mondo secondo un sondaggio annuale che echeggia per ogni dove, che pare aver risolto i suoi problemi iscrivendo nella costituzione il perseguimento della felicità. Prima di loro un precedente illustre, ci avevano pensato già gli americani nella Dichiarazione D’Indipendenza con la famosa pursuit of liberty, life and happiness.

Uscendo dal film e tornando alla realtà, bisogna ricordare che il Bhutan è un paese con appena 700.000 abitanti e poco più e che fino al 2008 era una monarchia assoluta, un paese nel quale solo dal 1999 nel paese sono arrivate internet e la televisione grazie alla rimozione di un divieto rimasto in vigore fino all’epoca, che ne facevano l’unico paese al mondo non raggiunto da Tv e Internet. Questa grande trasformazione è stata calata dall’alto dal re Jigme Singye Wangchuck, che ha trasformato il paese da un piccolo principato vassallo dell’India come lo era stato della Corona britannica, in una monarchia costituzionale formalmente più indipendente e decisamente più democratica.

Lo stesso re che poi ha fatto scrivere e varato la nuova costituzione nel 2005, abdicato in favore del figlio nel 2006 e che ha infine accompagnato il paese alle prime elezioni della sua storia, che nel 2007 e nel 2008 hanno per la prima volta nominato una classe politica che ha ricevuto l’investitura popolare. Ora il paese ha un parlamento con due camere, amministrazioni locali elettive e un re giovane e sposato con una plebea, anche se ovviamente l’improvvisa uscita dal medioevo ha provocato qualche scompenso e la transizione è ancora lontana dal dirsi completata, il futuro del paese e della sua particolarissima cultura restano incerti.

La difesa dell’identità del paese sembra comunque in cima alle preoccupazioni della monarchia, anche del giovane Jigme Khesar Namgyel Wangchuck, il primogenito che nel 2008 è diventato re ad appena 28 anni e che con il suo matrimonio, più che con la sua incoronazione, ha subito conquistato le copertine di mezzo mondo. A macchiare tanta felicità bisogna però ricordare che negli anni ’90 il Bhutan, su decisione dell’altrimenti illuminato Jigme Singye, ha espulso o costretto ad andarsene quasi un quinto della sua popolazione, proprio il fine di preservare la tradizionale cultura buddista himalayana. Gli allontanati erano la popolazione di origine nepalese e religione hindu, che sono stati per la maggior parte dichiarati residenti illegali anche se abitavano nel paese da generazioni. Secondo i dati dell’UNHCR, nel 2008 sono stati censiti 107.000 rifugiati bhutanesi in sette campi al di fuori dei confini del paese. I partiti e le organizzazioni che li rappresentavano sono stati dichiarati illegali e terroristi. Da lì poi, persa ogni speranza, sono emigrati in Canada, Norvegia, Gran Bretagna, Australia e Stati Uniti che li hanno accolti come rifugiati, più di 30.000 sono finiti negli Stati Uniti tra il 2008 e il 2010. Persone che hanno pagato il prezzo del perseguimento della felicità da parte dei loro compatrioti buddhisti, ma all’epoca erano sudditi di una monarchia assoluta e dopo nessuna tra le grandi potenze ha fatto pressione sui bhutanesi. Quelli che sono rimasti sono costretti a indossare gli abiti tradizionali buddhisti, anche se il governo fa rispettare la legge a tutela dell’identità storica che li impone a tutti «solo» negli edifici religiosi buddhisti, negli uffici pubblici, nelle scuole e nelle celebrazioni ufficiali.

INDIA-BHUTAN-DIPLOMACY-POLITICSIl perseguimento della felicità ha avuto anche rovesci che hanno reso poco felici molti abitanti, come ad esempio la legge che ha messo al bando il tabacco nel regno, dove non ci sono divieti di fumo perché è proprio vietata l’importazione di tabacco. Il paese peraltro è povero (circa 1.500$ di reddito pro-capite all’anno) e il 60% del budget dello stato proviene dalle casse del ministero degli Esteri indiano, che evidentemente non ha ritenuto di usare questa leva per impedire la pulizia etnica dei bhutanesi-nepalesi e che ha continuato a coltivare ottimi rapporti con la monarchia. Nonostante la povertà non esistono mendicanti e l’amministrazione sembra essere fondamentalmente onesta e capace di spendere il poco che c’è a vantaggio dei cittadini. La modernità però ha i suoi costi e il paese sembra aver deciso di ripagarli producendo e vendendo energia elettrica, ovviamente all’India, da dove arrivano gli investimenti, il know-how e la manodopera per costruirle. Per questo l’idea è di costruire un discreto numero di dighe per sfruttare il territorio, che dalle vette hymalaiane che lo separano dalla Cina declina fino ai limiti delle pianure indiane. A riferire lo stato dei lavori e dei piani è stato un gruppo di ambientalisti che ha visitato di recente il paese prendendo visione dei progetti.

Già oggi il paese produce 1.480 megawatt a fronte di un fabbisogno di appena 300, ma conta d’arrivare a 10.000 entro il 2020, che per il paese sono un’enormità, ma che per l’India significano 6 reattori nucleari in meno o meno petrolio e carbone da bruciare per alimentare un boom energivoro che si trova compresso proprio dalla relativa disponibilità di energia. i nuovi impianti dovrebbero permettere al paese di non dover importare energia dall’India durante la stagione invernale, quando la produzione ora cala quasi a zero, ma è chiaro che tale abbondanza non è cucita sulle esigenze di un paese con appena 700.000 abitanti.

Il governo del paese, al netto della pulizia etnica e dello spiccato etno-nazionalismo fuso con un buddhismo che sembra simile a quello che guida la caccia alla minoranza musulmana in Myanmar, sembra comunque discretamente efficiente. Garantisce sanità, istruzione e l’energia elettrica a tutti gli abitanti anche nei villaggi più piccoli o nelle località più remote e la monarchia si è fatta interprete di una politica severa in tema di protezione dell’ambiente, dighe a parte, scrivendo nella costituzione che almeno il 60% del paese deve rimanere coperto da foreste o ancora con leggi che proibiscono i sacchetti di plastica o il consumo di carne nei periodi delle feste religiose, che abbondano e possono durare fino a un mese. Di gusto meno ecologista la legge che limita gli ingressi nel paese degli stranieri e consente ai turisti l’accesso solo in gruppi organizzati e pascolati da locali, sarebbe intitolata a preservare l’ambiente e le tradizioni, ma il sospetto che serva anche ad evitare visite e ritorni sgraditi è forte. Avevano anche provato a dichiarare il martedì giorno pedonale, tanto per rendere la vita difficile ai pochi che si possono permettere un’auto con le tasse che sono imposte sulla sua circolazione e vendita, ma poi si sono dovuti accontentare della prima domenica del mese quando il provvedimento si è rivelato disastroso, anche se tutto questo furore ecologista ha portato alla nascita della prima industria locale, dedicata alla produzione di auto elettriche.

E così è successo che il governo ha perso clamorosamente le elezioni e la prima cosa che è saltata è stato il giorno pedonale, dinamica che ha portato gli esperti a chiedersi se la democrazia bhutanese non possa concludere qualcosa di simile mano a mano che la costruzione d’impianti e invasi impatterà sulle vite degli abitanti, alcuni dei quali saranno costretti a lasciare le loro case o a vedere modificato per sempre l’aspetto di luoghi familiari. Resta da vedere se l’azione del tempo e l’allargamento dell’orizzonte della società, ancora oggi dominato dall’influenza pesante e abbastanza ossessiva del clero che nelle leggi per la protezione dell’identità culturale ha trovato la conferma a religione di stato, privilegi e persino strumenti che consentono la repressione delle minoranze religiose.

La ricerca della felicità dovrà passare anche attraverso l’inevitabile contaminazione della tradizione, preservata intatta dal medioevo ai giorni nostri, con la modernità. Una contaminazione che è già iniziata e che ha già visto la tradizione accusare i primi colpi e altri ne accuserà quando il regno dovesse affrancarsi dalla carità indiana e cominciare a godere dei dividendi della produzione energetica e quando la televisione, la rete e consumi e costumi un tempo impensabili saranno diventati parte integrante della vita di un paio di generazioni adulte di bhutanesi.

Pubblicato in Giornalettismo