La storia della bomba atomica sudafricana

Posted on 20 dicembre 2013

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La storia della bomba atomica sudafricana è a suo modo unica, ma anche per questo offre scorci interessanti su un lungo periodo storico e sulla storia del regime dell’apartheid e dei suoi rapporti con il resto del mondo.

Il Sudafrica è stato l’unico paese nella storia a rinunciare a un arsenale atomico dopo aver tanto penato e speso per metterlo insieme. La rinuncia è stata presentata come una decisione virtuosa ed è passata alla storia come parte del ravvedimento del governo dell’epoca, anche se in realtà la sequenza degli eventi dimostra semplicemente che il regime sudafricano al tramonto ha semplicemente fatto tutto quanto in suo potere per privare dell’atomica il futuro Sudafrica governato dai neri. La rinuncia all’arsenale atomico e il suo smantellamento ebbero infatti luogo pochi mesi prima della liberazione di Mandela nel 1990. Di seguito il Sudafrica firmò il Trattato di Non Proliferazione con l’AIEA, collaborando con l’agenzia anche oltre il richiesto. In meno di tre anni i sudafricani bianchi distrussero i missili balistici, smantellarono le sei atomiche prodotte e anche i motori per missili rimanenti. Il regime inoltre varò una delle leggi più rigorose al mondo, che impone il controllo all’export anche dei materiali dual-use, che possono cioè essere usate per un programma nucleare come per altro.

Il programma nucleare sudafricano nasce grazie all’apporto israeliano, nel quadro di una serie di accordi siglati fin dal 1974 tra Pretoria e Tel Aviv: Agli atti c’è una lettera firmata da Shimon Peres nella quale s’esprime vicinanza al regime dell’apartheid e si dice che i due governi condividono l’essere minacciati e l’essere vittima d’ingiustizie. Il programma nucleare sudafricano nasce in realtà nel 1948 e dal 1969 abbandona l’idea di produrre plutonio con i reattori e opta per l’arricchimento aerodinamico di uranio estratto nel paese. Sarà Israele a fornire le cariche nucleari e gli inneschi a Pretoria, mentre nel frattempo USA e URSS collaboravano per controllare gli sforzi del regime sudafricano, anche in un periodo nel quale le tensioni tra i due blocchi rimanevano altissime. È anche a causa di questa pesante eredità che Netanyahu non ha presenziato ai funerali di Mandela dicendo che costava troppo andarci e che il presidente Peres che firmò quelle lettere e quegli accordi si è dato malato temendo contestazioni, solo all’ultimo minuto Israele ha evitato la figuraccia mondiale inviando lo speaker del parlamento a un paio di figure istituzionali minori.

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Nel 1977 ad esempio Leonid Brezhnev comunica a Jimmy Carter che i satelliti russi hanno notato i preparativi per un test nucleare nel deserto del Kalahari. Da documenti americani declassificati di recente sappiamo che l’U.S. National Reconnaissance Office (NRO) diresse immediatamente i suoi satelliti-spia sulla zona e che gli esperti americani convalidarono le conclusioni di quelli sovietici. Due test furono effettivamente condotti nel sito nel 1976 e nel ’77, mentre i satelliti americani coglieranno il bagliore di un’esplosione atomica nel 1979, in prossimità dell’isola del Principe Edoardo, un arcipelago australe poi dichiarato riserva naturale, nel quale risiedono a turno solo i tecnici di una stazione meteo e radio. Durante gli anni ‘8o Israele assisterà il Sudafrica anche nello sviluppo dei missili balistici RSA-3 e RSA-4 simili agli israeliani Shavit e Jericho. Sul test registrato dal satellite Vela, le amministrazioni americane hanno lasciato le tracce di un’evidente copertura, anche se negli archivi c’erano i documenti e le conclusioni che lo confermavano come un test atomico, probabilmente portato a termine nel quadro dell’accordo con Israele. A partire dai primi anni ’80 il regime sudafricano comincerà la costruzione del piccolo deterrente poi smantellato, al momento del ripensamento c’era anche una settima bomba in costruzione.

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Gli analisti della CIA continuarono a lungo a sostenere che non c’erano «chiari» segni di un programma nucleare militare quando già l’AIEA e alcune organizzazioni contro la proliferazione nucleare lo davano per scontato, anche sul sito del Kalahari la CIA non andò oltre l’affermare che poteva essere usato per i test nucleari e che forse lo era già stato, ma parrebbe strano che l’agenzia non avesse registrato quanto già accaduto.

Tra i documenti pubblicati di recente c’è anche un’interessante rapporto del 1979 sul reattore iracheno di Osirak, che sarà bombardato dagli israeliani nel 1981 (Document 4) che analizza il programma nucleare di Saddam, che nel 1980 entrerà in guerra con l’Iran usando come arma di distruzione di massa i gas che gli stessi Stati Uniti evitarono di denunciare all’ONU. Il rapporto si conclude dicendo che non c’è una prova robusta che Saddam stia perseguendo la bomba e che il reattore di Osirak, che stavano costruendo i francesi, non poteva produrre «più di qualche grammo di plutonio negli elementi carburanti» e che «Sarebbe un’operazione tecnica estremamente difficile» e della durata di anni per produrre abbastanza plutonio per un’arma e che avrebbe dovuta essere portata a termine «sotto il naso» degli ispettori e degli scienziati in visita». Gli ispettori dell’AIEA visitavano gli impianti in Iraq come visitano quelli in Iran e come non hanno mai visitato quelli del Sudafrica, d’Israele, Pakistan e India, tutti paesi che invece le armi atomiche le hanno costruite davvero e in discrete quantità.

Anche sulla Corea del Nord ci sono documenti del 1992 che concludono che «potrebbe già avere una bomba», anche se in questo caso la previsione si rivelerà in anticipo sui tempi di un paio di decenni rispetto al primo test. In generale si può quindi dire che ben poco di quanto è accaduto in giro per il mondo sul piano della proliferazione nucleare e della armi di distruzione di massa, sia sfuggito agli americani, ai sovietici e a buona parte dei loro alleati. La tendenza che si delinea mano a mano che i documenti sui periodi meno remoti emergono, anche se pure quelli che sono stati pubblicati di recente sono ancora macellati dagli omissis, è quella di amministrazioni americane che hanno fatto ben poco per ostacolare i piani di questi paesi, vuoi perché alleati, vuoi perché vederli armati di atomiche non andava contro gli interessi americani, che in particolare in Pakistan, Israele e Sudafrica ha potuto contare come bastioni dell’anticomunismo e argini all’espansionismo sovietico in regioni nelle quali l’intervento diretto americano era fuori questione. Non bisogna dimenticare che il regime segregazionista sudafricano il 14 ottobre 1975 si è lanciato nell’invasione dell’Angola che aveva appena risolto la questione dell’indipendenza dal Portogallo cacciando i portoghesi e concludendo la Guerra di indipendenza angolana con l’ascesa al potere di un governo di sinistra sostenuto dall’Unione Sovietica e da un robusto contingente di soldati cubani.

E non bisogna dimenticare che Pretoria sferrò l’attacco dalla Namibia, ex colonia tedesca inglobata abusivamente dai sudafricani contro il parere dell’ONU e della comunità internazionale, che la libereranno solo nel 1990 permettendole così diventare l’ultimo paese africano ad affrancarsi dal dominio dei coloni bianchi. Liberata insieme a Mandela alla fine della Guerra Fredda, quando il regime di Pretoria non servirà più in chiave antisovietica o anticomunista. Sembra questo i motivo che spiega perché a nessuno sia venuto in mente di andarla a liberare prima, nemmeno ai liberatori per eccellenza, che per decenni e anche dopo il processo di de-colonizzazione hanno ignorato le sofferenze e le ragioni della Namibia e dei suoi abitanti come quelle come dei sudafricani neri, sottomessi e segregati da un regime delirante organizzato sul presupposto della superiorità razziale dei bianchi. Regime che, in tutta evidenza, fino a che ha fatto comodo a Washington ha potuto prosperare e persino farsi le atomiche senza che un solo presidente americano minacciasse bombardamenti o invasioni nonostante il regime sudafricano sia stato a lungo un paria messo al bando dalla comunità internazionale.

Pubblicato in Giornalettismo