Sud Sudan, il golpe di chi?

Posted on 17 dicembre 2013

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Nota: Nella notte di ieri e oggi i combattimenti sono ripresi e si contano almeno una ventina di vittime e qualche centinaio di feriti, con oltre 16.000 persone che hanno cercato rifugio presso i compound dell’ONU. Il Dipartimento di Stato ha consigliato ai propri cittadini di lasciare il paese, anche se non è chiaro se l’aeroporto sia stato riaperto.

Il presidente sud-sudanese Salva Kiir è apparso in televisione e ha annunciato che è stato sventato un golpe e che la capitale Juba è sotto coprifuoco.

Riek-Machar

Riek Machar

Quello che che si sa è che nella notte tra domenica e lunedì la capitale è stata scossa da diversi combattimenti e che il presidente ha accusato il rivale Riek Machar di aver provato a rovesciare il governo. Secondo il presidente ci sono stati diversi attacchi da parte di uomini in uniformae, compreso uno contro una riunione del Sudan People’s Liberation Movement, il partito di governo e al momento praticamente l’unico. «Hanno tentato un golpe, ma hanno fallito» ha spiegato il presidente alla radio, aggiungendo che il governo non intende dire quanti e chi siano gli arrestati.
Tra Kiir e Machar la frattura risale al luglio scorso, quando il presidente ha di fatto licenziato buona parte del governo piazzando uomini a lui più vicini. Nonostante il governo fosse composto da un monocolore SPLM infatti, la sigla comprendeva tutte le fazioni riunite nella guerra per l’indipendenza dal Nord, ottenuta meno di due anni fa. Tra queste si può dire che Kiir rappresenti la maggioranza Dinka e Machar i Nuer, il secondo gruppo etnico del paese, che ancora devono risolvere qualche problema di convivenza. James Gatdet Dak, il portavoce di Machar ha negato che sia stato arrestato e affermato che si trova ancora nella capitale Juba, non esattamente una metropoli.

I combattimenti hanno provocato l’accorrere di centinaia di cittadini spaventati alla missione dell’ONU, in una chiesa e all’ambasciata degli Stati Uniti, che ha negato di aver offerto rifugio a politici locali. L’aeroporto della capitale è stato chiuso al traffico, anche se Kiir ha assicurato che il governo ha il pieno controllo della situazione. Stati Uniti e ONU hanno espresso generici appelli alla calma, mostrando di non prendere immediatamente per buona la versione di un presidente già accusato di tendenze dittatoriali da più di un osservatore, Hilde Johnson, l’inviata speciale dell’ONU nel paese si è detta «profondamente preoccupata» e ha invitato «tutte le parti nel conflitto a cessare immediatamente le ostilità e a esercitare autocontrollo».

Nonostante la versione offerta dal presidente al canale di stato SSTV, poi chiuso a lungo, secondo la quale si tratterebbe di un golpe, le cronache locali segnalano piuttosto una lite degenerata e l’assenza di qualsiasi preparazione da parte dei presunti golpisti. Secondo la locale Radio Dabanga, che ha raccolto numerose testimonianze concordi, i primi scontri sarebbero scoppiati all’ospedale militare, originati da una lite tra un sodato della tribù di Kiir e uno di quella di Machar, che alla fine si è allargata fino a dar vita a diversi scontri in luoghi diversi della città, alcuni dei quali a colpi di mortaio. Solo la loro relativa intensità ed evidente estemporaneità ha evitato che restassero cadaveri sul terreno, si ha notizie solo di alcuni feriti.

Le tensioni sembrano essere montate dal fallimento dell’incontro del National Liberation Council di sabato scorso, fino a sfociare in battagli aperta all’interno delle caserma. Il portavoce di Machar, che fino a luglio era vicepresidente, ha affermato che lui non ha nulla a che fare con i combattimenti e ha negato che possa aver chiesto protezione all’ambasciata americana, in teoria l’unico posto veramente sicuro.Libero sarebbe anche Pagan Amum un tempo Segretario Generale dello SPLM e pure lui licenziato da Kiir, al quale era stato persino negato l’accesso al National Liberation Council, un divieto che secondo Amum e i suoi sarebbe in violazione dello stesso statuto dello SPLM. All’incontro non ha così partecipato neppure Riek Machar, lamentando la mancanza d’interesse di Kiir per le riforme democratiche, di cui il neonato paese ha già mostrato d’avere un gran bisogno. Non male per un meeting durante il quale si sarebbero dovute discutere e risolvere le divergenze sul tappeto, soluzione che forse a Kiir non interessava troppo e così ha preferito giocarsi la carta del presunto golpe contro un fronte che insieme ad Amum e Machar vede schierata anche la moglie del defunto John Garang, Rebecca, erede del patrimonio spirituale di quello che è stato il vero padre dell’indipendenza dal Nord e fin troppo indomito guerriero fino all’ultimo.

La giornata di lunedì è trascorsa in attesa di un comunicato presidenziale annunciato dal portavoce Philip Aguer quando in mattinata ha invitato civili e militari a rimanere nei propri quartieri. L’impressione è quindi che più che un tentato golpe da parte dell’opposizione sia il presidente a piazzarsi per condurne a termine uno in proprio, che peraltro sarebbe la logica continuazione del rimpasto di governo operato senza chiedere niente a nessuno nel lugli scorso. L’apparizione di Kiir in divisa alla televisione è un altro segno che depone a sfavore del presidente, che in mancanza di un’evidente attacco minimamente coordinato alle istituzioni resta pesantemente indiziato di fare il gioco sporco con l’opposizione interna al partito, che per parte sua non è per niente vergine e condivide buona parte della responsabilità sia del fallimento assoluto dell’opera di governo dall’indipendenza a oggi, sia del non aver saputo evitare scontri tribali che hanno provocato centinaia di morti e la fuga dalle loro case di decine di migliaia di persone.

Decisamente un brutto viatico per il paese più giovane del mondo, in teoria sotto la tutela dell’ONU e l’occhio benevolo dei governi di Londra e Washington, in pratica lasciato libero di sperperare i pochi fondi a disposizione acquistando vecchi carri armati ucraini che non è chiaro a cosa dovrebbero servire, visto l’impegno di pace con gli ex fratelli sudanesi e l’assenza di conflitti con altri vicini. Il timore che l’indipendenza sud-sudanese si risolva in una guerra civile per il controllo di Juba e della rendita petrolifera finora sperperata è forte in tutti gli osservatori, anche perché sarebbe un disastro nel disastro, visto che già ora buona parte della popolazione vive degli aiuti alimentari umanitari e che già in tempo di pace per le organizzazioni umanitarie è un’impresa raggiungere chi ha bisogno, in un paese che è ancora privo di tutto, persino delle strade.

Pubblicato in Giornalettismo