I piani del Pentagono per l’Artico

Posted on 30 novembre 2013

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La liberazione dell’Artico dai ghiacci apre territori enormi allo sfruttamento economico e strategico e c’è già chi si prepara all’evenienza.

Se c’è una regione del pianeta da dove si guarda al fenomeno del riscaldamento globale come a una manna dal cielo questa è quella artica, anche se poi questa botta di fortuna per una regione oggi desertica equivale alla disgrazia diretta per un paio di miliardi e forse più di umani che vivono sulle coste e alla probabile rovina d’insediamenti rivieraschi millenari e intere metropoli con perdite di capitale economico, storico e culturale incalcolabili se andrà secondo gli scenari moderatamente pessimistici ai quali ci stiamo avvicinando di gran carriera, con il rischio d’andare anche oltre.

L’Artico invece in questi scenari gode in maniera inversamente proporzionale alle disgrazie del resto del pianeta ed è quindi possibile, se non auspicabile, che in un futuro non troppo lontano buona parte della regione sia liberata dalla presenza dei ghiacci perenni che la caratterizzano, come già sta in effetti accadendo sempre più velocemente. Si libereranno preziose vie d’acqua e apriranno nuove rotte commerciali, all’inizio per qualche mese all’anno e poi in permanenza e con le vie d’acqua s’aprirà la strada allo sfruttamento delle immense risorse minerarie che una regione tanto vasta deve per forza contenere e che in parte sono già state individuate, il petrolio su tutte, ma anche la pesca, visto che l’Artico è l’unico oceano nel quale la pesca industriale non abbia già più che dimezzato lo stock di fauna ittica e di conseguenza la resa della pesca.

Le compagnie petrolifere non attenderanno certo che vaste regioni diventino accessibili, già oggi russi e americani spingono verso l’estremo Nord le loro trivelle , al punto che le operazioni più ardite sono ancora respinte dalla durezza di una regione nella quale il clima e il ghiaccio sono solo una parte della sfida. che comprende anche una quantità particolarmente scarsa d’irraggiamento solare e distanze enormi. Il Mar Glaciale Artico se dovesse liberarsi dai ghiacci meriterebbe sicuramente il titolo di oceano, per ora riconosciutogli ufficialmente dall’Organizzazione Idrografica Mondiale che lo definisce Oceano Glaciale Artico e pochi altri, visto che nella maggior parte delle mappe è indicato come mare.

È bene tener presente che anche in uno scenario terrificante, il riscaldamento globale non porterà a una massiccia colonizzazione delle terre che lo costeggiano perché la latitudine estrema rende la regione decisamente inadatta alla vita umana e anche a quella vegetale e animale con o senza la presenza di ghiacci perenni. Se mai l’aumento della temperatura spingerà le masse verso le regioni polari vorrà dire che il pianeta sarà diventato molto diverso da come lo conosciamo ora e che probabilmente nemmeno un esodo tanto disperato finirebbe per servire a molto.

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La regione è oggi governata dall’Arctic Council, al quale partecipano i paesi che s’affacciano ai confini della regione, Canada, Danimarca (anche per Groenlandia e le Isole Faroe), Finlandia, Islanda, Norvegia, Svezia, Russia e Stati Uniti, più i rappresentanti dei popoli nativi. Non ci sono al momento questioni territoriali rilevanti e il Consiglio nella sua esistenza si è occupato per lo più di questioni scientifiche ed ecologiche. Negli ultimi anni le sue competenze si sono naturalmente estese con il ritirarsi dei ghiacci e continueranno a farlo a lungo, visto che per il prossimo mezzo secolo almeno è sicuro che i ghiacci non faranno altro che retrocedere, salvo eventi astronomici o umani ora imprevedibili. Nemmeno l’estensione della Zona Economica Esclusiva marina dei paesi interessati prevista dalla Legge del Mare provocherà conflitti, lo spazio abbonda e piuttosto qualche tensione potrà venire dal tentativo di altri paesi di godere delle risorse divenute accessibili. Molti più paesi partecipano infatti al Consiglio in qualità d’interessati, su tutti giganti come India e Cina che dall’Artico sono lontane, ma che giustamente come altri tengono a ribadire che l’Artico liberato non sarà diverso dagli altri oceani e apparterrà all’umanità e non a un condominio di paesi. Di certo il Consiglio, che ora opera con il metodo del consenso, subirà lo stress di maggiori responsabilità e per questo non è improbabile una sua riforma sul medio-lungo periodo.

Proprio su questioni del genere si potrebbero aprire contenziosi rilevanti, ad esempio per i canadesi è pacifico che il Passaggio a Nord Ovest, che bordeggia il Nord del continente americano ai bordi dell’Artico ormai sgombro passando in mezzo alle isole canadesi, sia da considerare un mare domestico e sotto la sovranità canadese. Non così per il resto del mondo, che una rotta del genere la vorrebbe libera da diritti nazionali e aperta a tutti senza condizioni, a cominciare da Washington. In realtà finora la regione è stata occupata da chi aveva i mezzi e l’interesse per farlo, al punto che di recente i canadesi hanno acquisito dai russi le mappe del loro mari e dei rispettivi fondali. I sottomarini nucleari sovietici a qualcosa sono serviti e probabilmente lo stesso hanno fatto quelli americani, attività che ora offrono ai due paesi una conoscenza invidiabile e non condivisa con altri nel resto del mondo.

Quelli che per ora hanno guadagnato in assoluto di più dall’evolvere della situazione sono gli abitanti della Groenlandia, circa 50.000 persone che abitano il dodicesimo paese per estensione al mondo e che guardano al futuro con la consapevolezza che vendendo pezzettini delle risorse di quel vastissimo territorio camperanno da nababbi per generazioni. Un bel colpo per una piccola comunità che da poco ha recuperato la propria lingua come lingua nazionale e un’autonomia simile all’indipendenza dalla Danimarca, che per un accidente della storia acquisì la sovranità sul paese quando ancora era un regno e una landa che nessuno aveva interesse a contendere ai danesi. Che comunque in loro onore possono vantare di aver mantenuto per decenni con gli standard garantiti a tutti i loro cittadini anche i groenlandesi, che ora si avviano democraticamente anche verso l’indipendenza economica e un futuro che tutti pronosticano costellato di rose e fiori. A onore dei danesi va anche il rifiuto della generosa offerta di Washington, che nel 1946 offrì cento milioni di dollari ai danesi per accollarsi l’incomodo, la storia insegna che ai groenlandesi sarebbe stato molto più difficile liberarsi della tutela americana.

Greenland:  A Laboratory For The Symptoms Of Global Warming

A Nuuk, la capitale del paese dove abitano tutti fanno fatica a star dietro alle novità, ma la popolazione, l’85 e il 90% è di origine Inuit e il resto danese, non sembra sconvolta dall’improvviso benessere, uno dei crucci principali continua a essere quello di vedere la propria nazionale che non può essere ammessa alle competizioni internazionali perché una delle condizioni invalicabili e possedere campi in erba e l’erba nella Groenlandia, che si traduce in Terra Verde, non ce l’hanno proprio e nemmeno il riscaldamento globale potrà far molto sul medio periodo, buona parte dell’isola giace ancora sotto ghiacci spessi centinaia di metri che non si scioglieranno tanto in fretta neppure nei casi peggiori e forse uno de lussi che i groenlandesi vorranno regalarsi sarà proprio quello di qualche prato artificiale.

Tra chi adegua i suoi piani non potevano mancare russi e americani, i primi procedono dritto per dritto in perfetto stile Putin e arrivano fin dove possono, i secondi si sono affacciati con le trivelle oltre le coste settentrionali dell’Alaska solo per vedersi chiudere la finestra temporale adatta prima di aver portato a termine il lavoro. I russi pensano a centrali nucleari a bordo di navi per portare la potenza necessaria in zona, gli americani più prosaicamente devono combattere con gli ambientalisti e i residenti, oltre che con i canadesi che hanno trovato il petrolio in-shore e pensano solo a scavare le sabbie bituminose. Come i canadesi, anche i russi hanno territori terrestri immensi che potrebbero aprirsi a uno sviluppo più comodo e nel loro caso la frontiera marina rappresenta una frazione delle opportunità offerte complessivamente dall’impatto del riscaldamento globale sulle vastissime regioni fredde e inospitali che caratterizzano i due paesi.

Il segretario della difesa americano Chuck Hagel invece ha presentato venerdì scorso il primo «Arctic Strategy», cioè il primo documento «di programma» del Pentagono sull’Artico della storia. Il documento è intitolato nemmeno a dirlo ai propositi di difendere l’interesse alla sicurezza degli Stati Uniti, l’ambiente e la «libertà» delle rotte. Prevedibile l’irritazione dei canadesi. Il documento sottolinea che la regione è stabile, ma che la prevedibile corsa all’oro potrebbe portare qualche tensione, motivo per il quale gli americani hanno deciso di presidiare più attivamente la regione. Ci sarebbe stato da stupirsi di una conclusione diversa, anche se lo stesso documento mette in guardia dall’esagerare con le presunte minacce e relative contromisure, perché oggi come oggi un aumento della presenza militare, ci sono già 27.000 militari in Alaska, la metà della popolazione groenlandese, potrebbe ingenerare negli altri paesi una corsa a bilanciare quelle presenze o a denunciare interessi inconfessabili degli statunitensi. E quindi a sfiducia tra partner che ora collaborano bene e alla possibile lesione degli accordi esistenti, per questo il documento consiglia un approccio collaborativo, citando le esercitazioni militari bilaterali come strumento per estendere influenza e controllo senza irritare i vicini. Paradossalmente è quindi il Pentagono che si conferma e si riconosce come possibile agente destabilizzante, visto che suggerisce di aumentare uomini e basi nella regione, pur facendo presente che è un rischio e che per ora non ce ne sarebbe bisogno, ma nemmeno questa è una novità e in fondo era prevedibile che prima o poi intenzioni del genere sarebbero divenute manifeste con l’aumentare della posta in gioco. In fondo anche per il Pentagono si sono aperti spazi nuovi e nuove opportunità di spesa, fosse pure una spesa per far la guardia al niente. Storicamente poi, in particolare quando ci sono in gioco la difesa della Sicurezza Nazionale e soprattutto quella del bilancio del Dipartimento della Difesa, quelli del Pentagono sono sempre qualche passo avanti al governo e al Congresso.

Pubblicato in Giornalettismo