L’Iran è diventato meno cattivo

Posted on 27 novembre 2013

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L’intesa conclusa ieri è solo un accordo-ponte verso quella che dovrebbe essere la fine di almeno un decennio di tensione che ha avuto per oggetto il programma nucleare iraniano, ma più di tutto è il segno tangibile di un cambiamento della politica americana nei confronti di Teheran.

Ora che l’accordo è stato siglato, l’Associated Press ha potuto raccogliere conferme sulla sua preparazione, che emerge in maniera convincente e coerente con la vera natura della contesa, che è tra gli Stati Uniti e l’Iran, con il resto del mondo a far da spettatore o, nel caso di alcune sedicenti potenze, da comparsa più o meno occasionale. La natura della questione è sempre stata nella pretesa sollevata con forza dall’amministrazione Bush e da quella Netanyahu, una volta esaurita la grande minaccia di Saddam, che l’Iran rappresentasse la nuova grande minaccia, anche se con i qaedisti non ha nulla a che fare e di preferenza li impicca. Gli iraniani, che con gli americani avevano collaborato sia all’invasione irachena che a quella afgana, si trovarono così oggetto della paranoia dei sauditi, della propaganda di Netanyahu e del bisogno dell’amministrazione Bush di continuare ad agitare minacce per evitare discussioni sull’andamento di due guerre fallimentari nonostante le facili vittorie. E occasionalmente anche quella di giustificare spese militari sempre crescenti nonostante la Guerra Fredda fosse finita da un pezzo. Una fiera alla quale il nostro paese ha partecipato tanto poco volentieri da rimanere visibilmente distaccato dalla faccenda, che ha danneggiato anche i rilevanti scambi economici tra i due paesi, oltre a quelli di altri che a sanzionare l’Iran non ci pensavano proprio.

Obama sembra convinto a dire basta, anche perché la pretesa di proibire agli iraniani di processare l’uranio che estraggono e di renderli dipendenti dall’estero per alimentare le loro centrali, non puzza solo di colonialismo. Ma anche di pretesa infondata visto che non è richiesto ad alcun paese al mondo e Teheran dovrebbe rinunciare alla possibilità di fare tutto in casa e all’indipendenza del suo ciclo nucleare. Che è strategicamente ed economicamente rilevante, ancora di più per un paese che ha una moneta debole e cambi incerti, per non dire del caso di un paese già sottoposto a un pesantissimo embargo fondato su un processo alle intenzioni.

L’Iran ha un programma nucleare sotto il controllo dell’AIEA e rispetta il Trattato di Non Proliferazione che ha sottoscritto e che nessuno gli contesta di non rispettare, non almeno dimostrandolo. Il fatto che con l’uranio delle centrali si possano fabbricare armi atomiche sarebbe la ragione per la quale l’Iran dovrebbe rinunciare ad arricchire l’uranio in proprio. L’Iran ha sviluppato il suo programma nucleare sulla copia di quello del Pakistan, che ha già prodotto qualche centinaio di ordigni e che non sottoscrive il TNP. E che nel 2004 è stato scoperto a spargere le sue cose in Liba, Arabia Saudita e Corea del Nord, che in cambio offriva la tecnologia missilistica. L’Arabia Saudita, che ha finanziato gran parte del programma pachistano, ha ricevuto o può ricevere in ogni momento gli ordigni pachistani, non ha sviluppato un’industria nucleare. La Libia ha consegnato quello che aveva a Bush al tempo di Gheddafi, quando i due hanno fatto la pace dopo decenni d’ostilità e persino un tentativo di far fuori il leader libico ai tempi di Reagan.

Gli Stati Uniti, Israele e i Saud hanno pestato sull’allarme per la minaccia iraniana, i primi due governi si sono macchiati di atti di terrorismo che hanno compreso la diffusione di disastrosi virus informatici (come Stuxnet, che poi hanno fatto danni anche in altri paesi) e l’assassinio di alcuni scienziati nucleari iraniani, oltre a promuovere la linea delle sanzioni arruolando europei e altri in ordine sparso. Dall’altra parte della barricata Ahmadinejad agiva come in uno specchio, esibendo un’aspra retorica nazionalista che, pur negando di perseguire un programma nucleare bellico, aiutava le cancellerie straniere a dipingere Teheran come una minaccia, anche se dal punto di vista militare il paese è del tutto inconsistente, meno attrezzato sia degli israeliani che dei sauditi, che non hanno firmato il TNP e che si sono potuti fare le bombe senza che nessuno abbia detto niente.

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Chiaro quindi che la volontà di cambiare segno a quest’azione sia partita da Washington e che il negoziato con gli iraniani sia stata una trattativa bilaterale che nella cornice internazionale di Ginevra ha solo trovato la sua consacrazione formale. Secondo quanto ricostruito da AP ci sono stati incontri diretti tra le rappresentanze dei due paesi fin da marzi, quando ancora era al potere Ahmadinejad, peraltro già tagliato fuori da qualsiasi decisione, tanto che a rappresentare gli iraniani c’erano negoziatori più vicini al probabile e prossimo vincitore che al presidente uscente. Gli incontri sono stati all’inizio segreti, in teoria anche per gli alleati nella regione, anche se si sono tenuti in Oman che non è esattamente impermeabile agli occhi dei sauditi, che infatti si sono infuriati moltissimo e hanno cominciato a vagheggiare d’allontanarsi dagli Stati Uniti. E dagli Stati Uniti per la prima volta è arrivato un bel rumore sulla questione delle atomiche tra sauditi e pachistani.
La delegazione americana è stata guidata dal vice Segretario di Stato William Burns e da Jake Sullivan, il primo consigliere per gli esteri del vicepresidente Biden, poi raggiunti in seguito dal capo dei negoziatori americani per il nucleare, la signora Wendy Sherman. Anche per gli iraniani c’erano diplomatici di carriera e negoziatori per il nucleare che avevano buona possibilità di continuare nelle loro funzioni a prescindere dal risultato delle presidenziali. A maggio il Segretario di Stato Kerry ha reso una vistosa visita e rumoroso omaggio al sultano Qabus bin Said Al Said, onorandolo con l’offerta di un accordo di collaborazione militare come ringraziamento per il suo ruolo di mediazione. E anche come rassicurazione verso le possibili ire dei vicini sauditi, già costate care alle ambizioni del Qatar.

Dopo l’elezione di Rouhani i contatti si sono ravvicinati e gli ultimi due si sono tenuti in ottobre, dopo un mese e la melina francese è arrivata la storica firma. Il linguaggio dell’accordo permette alle due parti di aver portato a casa un risultato, anche se in definitiva si tratta solo di un patto dalla durata di appena sei mesi, al termine del quale si dovrebbe pervenire all’accordo che per ora non c’è. Nel frattempo gli iraniani non faranno certe cosacce e gli americani alleggeriranno le sanzioni, che come previsto non hanno menomato il programma nucleare, quanto la vita degli iraniani. Il pacioso presidente iraniano ha annunciato l’accordo al mondo con il retweet di un messaggio del Dipartimento di Stato, ma poche ore prima aveva ringraziato di persona le famiglie degli scienziati nucleari uccisi definendoli martiri. Non che ce ne fosse bisogno, pochi mesi fa i documenti della CIA desegretati hanno rivelato agli iraniani i dettagli del golpe organizzato contro il governo Mossadeq proprio da americani e britannici, è la storia che dice agli iraniani che il loro paese è decenni vittima dell’ingerenza violenta degli americani e dei vicini, senza che in realtà abbia mai minacciato altro che di rispondere a chi lo attaccava.

Se il difficile comincia adesso, come ha affermato più d’uno di fronte all’annuncio dello storico accordo, è altrettanto vero che il sapore di altri sei mesi di distensione può promuovere il ripensamento di Washington verso Teheran e può diluire la furia inutile di chi ora rema contro alla fine delle ostilità. Non ci sarebbe niente di strano, solo nell’ultimo decennio gli Stati Uniti hanno invertito a 180° la loro politica verso diversi nemici storici senza che in patria succedesse il finimondo. Nessuno può pensare che la richiesta di Netanyanhu, lo smantellamento del programma nucleare iraniano, abbia qualche cittadinanza nella realtà e per questo da Tel Aviv partono strali non meno arrabbiati di quanti ne partano da Riyad, il ministro dell’Economia Bennett ad esempio ha detto che: «Se tra cinque anni da adesso una valigia nucleare esploderà a New York o Madrid, sarà a causa dell’accordo siglato questa mattina». Gufata terroristica a parte, non si vede perché gli iraniani dovrebbero fare una cosa del genere anche qualora si dotassero di armi nucleari, l’accordo potrebbe privare alla lunga l’ultradestra israeliana di una formidabile arma di propaganda interna, anche se al momento offre invece l’ennesima possibilità di gridare all’abominio. È appena il caso di notare che che l’Iran non ha mai minacciato di attaccare i vicini, mentre è puntualmente accaduto il contrario, tanto basterebbe a confermare negli iraniani il senso di dotarsi del deterrente nucleare, essendo circondato da potenze che ce l’hanno, il paese è infatti a tiro anche delle atomiche russe, indiane e americane, oltre quelle che dei vicini sauditi, pachistani e israeliani, tutti paesi che possono esser considerati stabili e responsabili non più di quanto appaia il regime degli Ayatollah, che ha il solo torto di essere sopravvissuto alle numerose aggressioni di cui è rimasto vittima fin dai suoi esordi.

Rouhani ha così potuto ribadire che i diritti dell’Iran sono stati riconosciuti e rispettati e potrà godere di un respiro maggiore per un’economia che dalle sanzioni è rimasta pesantemente segnata. Niente che abbia provocato ripensamenti nel regime o ribellione nella popolazione, che anzi è convinta che gli americani non abbiano ragioni lecite e che l’indipendenza del ciclo dell’uranio abbia la lo stesso senso dello sforzo fatto dal paese negli ultimi anni per dotarsi d’impianti di raffinazione. Per decenni gli iraniani hanno venduto petrolio e importato benzina rimettendoci moltissimo, ma proprio l’anno scorso la National Iranian Oil Refining and Distribution Company (NIORDC) ha raggiunto una capacità di raffinazione pari al fabbisogno e negli anni a venire, sanzioni permettendo, mira a diventare esportatrice di prodotti lavorati.

Posto che gli iraniani non rinunceranno al loro programma nucleare e che gli americani non sono riusciti a convincerli nemmeno con sanzioni pesantissime, ottenendo anzi il risultato opposto, la schiarita dei rapporti con Washington ha senso solo se l’amministrazione Obama invertirà davvero il segno della sua politica verso l’Iran, che per ora segna al suo attivo già diversi mesi senza l’apparire di dubbie “rivelazioni” su attività segrete degli iraniani e anticipazioni di clamorosi dossier che poi si rivelano vuoti di sostanza. Può essere un buon inizio, ma il cammino non è del tutto sgombro d’ostacoli e quanti l’osteggiano hanno ancora qualche carta da giocare.

Pubblicato in Giornalettismo

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