Anche i soldi per il disastro di Haiti sono finiti altrove

Posted on 24 novembre 2013

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Nel paese caraibico non c’è traccia di ricostruzione, i problemi strutturali restano tali e la parata degli aiuti è andata più a beneficio dei cittadini dei paesi “donatori” che degli haitiani, che restano in una situazione senza via d’uscita.

I 10 milioni d’abitanti d’Haiti da tempo sembrano colpiti da una maledizione. Prima repubblica americana dopo degli Stati Uniti, prima repubblica a maggioranza nera, rappresentò il sogno della liberazione degli schiavi fino a che la Francia non la strangolò condannandola alla miseria perenne. Il tramonto dell’influenza francese sull’isola degli schiavi liberati non cambiò il segno della sfortuna sulla parte dell’isola d’Hispaniola conquistata da Parigi e già nel 1915 teatro di un primo intervento militare da parte di Washingoton, e ancora oggi il confine che divide l’isola con la Repubblica Dominicana segna il passaggio tra due mondi diversi che si sono sviluppati sullo stesso scoglio a partire dallo sterminio dei locali da parte dei colonizzatori europei e dall’importazione degli schiavi dall’Africa, più resistenti alla fatica e alle malattie.

Anche dall’altra parte del confine sono in dieci milioni, ma su un territorio più vasto, in Haiti hanno una densità di circa 350 abitanti per kmq, dall’altra parte del confine di 200. Haiti è il paese più povero del mondo e in Repubblica Dominicana apprezzano talmente i vicini che ora il locale partito nazionalista fa manifestazioni per de-nazionalizzare gli abitanti di origine haitiana, che ormai sono dominicani a tutti gli effetti, alcuni da generazioni. Non che gli haitiani non siano stati responsabili in parte del loro destino, l’élite creola che ha dominato il paese non ha fatto che prendere il posto e gli insegnamenti dei bianchi e depredare le già scarse risorse locali, lo sviluppo non è mai stato in agenda e così gli haitiani sono cresciuti poveri e disperati, al punto che la loro parte d’Hispaniola è ormai priva di alberi, una notevole eccezione per quella che è una rigogliosa isola dei Caraibi, ma glialberi non hanno resistito ai morsi della povertà.

Su una situazione già pessima, l’isola era da tempo priva di un vero governo e veniva da una lunga serie di dittature chiusa da quelle Papa e Baby Doc, alle quali erano seguiti anni di rigurgiti violenti e diversi interventi militari più o meno sotto l’egida dell’ONU, il 12 gennaio del 2010 si è abbattuto un terribile terremoto che oltre a fare una strage ha demolito un terzo degli edifici dell’isola. Al terremoto è succeduta un’enorme commozione internazionale e una pioggia d’aiuti e di promesse d’aiuto che finora hanno prodotto niente. Cosa sia successo è presto detto usando i conti dell’esperienza americana, su 1.3 miliardi di dollari di contratti sigliati da USAID per gli aiuti ad Haiti, solo l’1% è finito a organizzazioni locali, si sono fermati per lo più negli Stati Uniti. E lo stesso è successo al resto degli aiuti, perché nel comitato dei donatori ogni paese ha difeso gli interessi delle proprie imprese, frammentando così gli interventi, che per di più per ora non hanno prodotto risultati e, forse per questo, anche pochissime valutazioni pubbliche di quello che è stato fatto o non fatto. Una situazione in teoria incredibile, visto che queste aziende e associazioni sono state finanziate con denaro pubblico e che gli stati d’origine altrimenti pretendono riscontri per i denari spesi, ma è proprio quello che succede.

HAITI-PROTEST

L’ambasciatore americano ad Haiti, M. Kenneth Merten, è stato colto a comunicare in patria, in un cable diffuso da Wikileaks, che le aziende americane erano impegnate sull’isola in una “corsa all’oro”. Che era quello dei contribuenti americani, e in effetti se ne sono fatti scappare poco. 267 milioni di dollari di aiuti gestiti dalla CIRH (Commission Interimaire pour la Reconstruction d’Haiti), la creatura di Bill Clinton che si era offerto come garante dei progetti finanziati dalla Banca Mondiale insieme a un ex presidente haitiano, hanno prodotto 1.500 contratti per aziende americane e 20 per le imprese locali. Poi la CIRH è stata dichiarata una truffa dal locale parlamento, parere condiviso anhe da Oxfam, ma non ditelo in giro, pare la commissione si attribuisse addirittura la realizzazione di progetti finanziati dall’Europa o dalla Banca Interamericana.

Il terremoto aveva colpito duro una realtà già alla miseria, alla fine si sono contati 230.000 morti, 300.000 feriri e un milione e trecentomila persone senza casa. I danni materiali sono ammontati al 120% del Pil dell’anno precedente, un po’ meno di 8 miliardi di dollari. I paesi donatori ne avevano promessi 5.7, ma ne sono arrivati circa la metà, nei modi e nelle maniere ricordate sopra, non deve quindi stupire che gli sfollati vivano ancora dentro le tende di plastica. La maggior parte delle ONG sono rimpatriate, con loro le macchine movimento terra e i mezzi pesanti usati per rimuovere le macerie, ma di ricostruzione non c’è traccia, spunta spradicamente qualche edificio nuovo, ma non ci sono cantieri per le centinaia di migliaia di persone che vivono nelle tende e non c’è alcuna speranza di uscita dalla povertà più nera nemmeno per chi una casa ce l’ha. «Haiti è aperta agli affari», era lo slogan del presidente Michel Martelly, che ha vinto le elezioni nel maggio del 2001 e che per ora non è riuscito ancora a dare una parvenza di solidità tale da soddisfare i donatori che vorrebbero dare soldi veri, ma che li consegneranno solo quando ci saranno isitituzioni affidabili, capaci di trasformarli in qualcosa di utile per gli haitiani. Qualche affare forse è arrivato e arriverà, Haiti in teoria è un serbatoio di manodopera che si compra davvero con poco a poca distanza dai mercati nordamericani e sudamericani, ma è chiaro che l’isola non si riprenderà certo grazie a qualche capannone imbottito di operaie agli ordini di qualche terzista dei grandi marchi d’abbigliamento, per il resto Martelly si è rivelato inutile e oggi governa con la gente in strada che protesta per la crisi economica

Ad Haiti manca una classe dirigente e una direzione è mancata anche allo sforzo per la ricostruzione, che infatti ancora non si vede, nonostante buona parte dei fondi siano già stati spesi, e una direzione è mancata persino alle truppe ONU che negli anni scorsi hanno provato a portare un po’ di “sicurezza” agli abitanti in balia di una lotta politica che sembrava tanto una guerra tra gangster. Nel 1994 il presidente Aristide, riportato al potere dagli Stati Uniti doppo un golpe, aveva sciolto l’esercito con una delle poche decisioni condivise da Washingotn che abbia mai incontrato grande favore tra la popolazione, visto che è sempre servito solo contro gli haitiani. Haiti resta il palcoscenico di una tragedia che ogn itanto lancia un acuto e che non finirà mai nonostante decenni di qualificata assistenza da parte di tutor internazionali all’apparenza onnipotenti, quanto del tutto disinteressati al destino degli haitiani.

Pubblicato in Giornalettismo