Trans-Pacific Partnership, un Acta quasi morto

Posted on 15 novembre 2013

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La pubblicazione da parte di Wikileaks di documenti relativi ai negoziati sul Trans-Pacific Partnership (TPP) ha confermato che non si tratta altro che della riproposizione delle stesse pretese già bocciate insieme a progetti simili, come il SOPA e l’ACTA.

Al trattato, o meglio alla trattativa ancora in corso sul trattato, partecipano con gli Stati Uniti i governi di Australia, Brunei, Cile, Malaysia, Nuova Zelanda, Vietnam. Perù e Singapore. Ai quali si sono di recente uniti Messico e Canada. Più defilato il Giappone, che si è aggiunto poi e che sembra però guardare con più favore all’ASEAN+6 e alla sua Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), previsto nel 2015 e nel quale ci sono Nuova Zelanda, Australia, Corea del Sud Cina e India, ma non gli Stati Uniti, con i quali il Giappone ha già comunque numerosi accordi commerciali bilaterali. Nella realtà un TPP esiste già e vede tra i firmatari alcuni dei paesi dell’area del Pacifico già menzionati, quello di cui si parla è la sua estensione a Stati Uniti, Messico, Canada e forse Giappone dopo che sarà profondamente riscritto, da quello che si è capito.

L’evidente tensione americana verso la protezione della proprietà intellettuale (PI) deriva dall’essere quella americana un’economia che oggi si poggia principalmente sul suo sfruttamento. Il 74% dell’export americano è merito di industrie ad “alta intensità di PI” (Global Intellectual Property Center: “IP Creates Jobs for America,” NDP Consulting, May 2012.), che valgono il 38% del Pil statunitense e 14.6 miliardi di surplus commerciale con l’estero. La retorica sull’innovazione però non deve ingannare. Non corrisponde al vero che i brevetti siano lo stimolo e il giusto risarcimento per investitori e inventori, visto che questi ultimi raramente raccolgono retribuzioni significative. Vero invece il contrario, esistono modelli di business che consistono nel rastrellare brevetti a migliaia, anche e soprattutto da aziende fallite, e poi utilizzarli per estorcere denaro in nome del diritto al copyright violato, è il caso del business che vede protagonisti i patent troll, un’attività che già produce fatturati miliardari e che ha finito per preoccupare persino il Congresso, seppur con moderazione . Niente che aiuti l’innovazione o gli investimenti, semmai l’esatto contrario. E a ricorrere a queste pratiche non sono oscure società pirata, ma le maggiori industrie dell’informatica e dell’IT su tutte che si associano in imprese del genere che spesso finiscono per far causa persino ai loro associati.

Quello che traspare dai documenti pubblicati da Wikileaks è un insieme di misure già viste e bocciate in altri contesti, ad esempio con il naufragio di SOPA e ACTA, ma è chiaro le corporation interessa ad imporre queste regole, estremamente vantaggiose per loro e per loro soltanto, sostenute con argomentazioni che alla prova dei parlamenti di Stati Uniti ed Europa sono già state respinte malamente. Il motivo per il quale i lobbysti hanno spinto l’amministrazione verso la difficile impresa di rifilare il TPP ai paesi partner del Pacifico non è tanto per assicurarsi la presa su un mercato che vale circa il 40% del PIL mondiale, quanto perché portando a casa un trattato internazionale l’amministrazione metterebbe il Congresso davanti a un fatto quasi compiuto e, una volta recepito il trattato, far entrare in vigore negli Stati Uniti quelle stesse disposizioni che sono già state più e più volte respinte dai legislatori, negli Stati Uniti come in Europa.

Dal testo della bozza emergono proposte note e già avanzate da tempo in altri contesti, quali la criminalizzazione delle infrazioni del copyright, l’introduzione di «misure di protezione tecnologica», la solita pretesa che vorrebbe gli Internet Service Provider responsabili delle infrazioni del copyright attraverso le loro reti, il potere di rimuovere prima e indagare poi i materiali sospetti di violare il copyright, la brevettabilità di piante e animali, e la possibilità per le case farmaceutiche di resuscitare i brevetti scaduti, una pretesa talmente nota, e a volte comunque conseguita, da aver già ricevuto il nome di evergreening.

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Senza che nessuno ne sapesse niente, e probabilmente senza saperne molto, Obama aveva già provato a vendere agli americani il TPP nel 2011: «Il TPP rafforzerà le nostre economie, abbassando le barriere al commercio e agli investimenti, aumentando le esportazioni e creando più posti di lavoro per la nostra gente, che è la mia priorità numero uno». Secondo il presidente: «L’accordo ha il potenziale per essere un modello non solo per l’area del Pacifico, ma anche per futuri accordi commerciali». Da allora la sua amministrazione ha incassato legnate sia in casa con il SOPA che in trasferta con l’ACTA, stracciato dal parlamento europeo e del quale il TPP è fratello, figlio degli stessi genitori. Per non farsi scoprire, i negoziatori hanno pensato bene di condurre i negoziati in gran segreto, al riparo dai legislatori come dai giornalisti, e lo hanno anche detto esplicitamente che lo facevano per non farsi turbare dalla «opposizione pubblica». Un’uscita che non aveva mancato di colpire la senatrice Elizabeth Warren che in una lettera alla Casa Bianca aveva rilevato l’ovvio: «Se la trasparenza portasse a una diffusa opposizione pubblica a un accordo commerciale, allora quell’accordo commerciale non dovrebbe essere tra le politiche degli Stati Uniti».

I documenti diffusi da Wikileaks illustrano bene anche dinamica della trattativa poiché le bozze sono annotate con osservazioni sulle posizioni dei diversi paesi, che in ordine sparso hanno proposto misure di promozione della salute pubblica, o dei diritti degli utenti della rete o ancora limitazioni della proprietà intellettuale che evitino che la stessa si trasformi in un macigno sulla libertà di commercio e di fruizione delle conoscenze. Mentre Giappone e Stati Uniti sono sulla trincea opposta e l’Australia non sembra prendere posizione. Secondo la Electronic Frontier Foundation le proposte contenute nel TPP «avrebbero ampie ramificazioni negative per la libertà d’espressione degli utenti, per il diritto alla privacy e minerebbe la capacità d’innovare delle persone», ma nelle bozze non c’è segno di preoccupazione per la protezione di questi, più che legittimi interessi, evidentemente non rappresentati al tavolo delle trattative.

Gli Stati Uniti vorrebbero poi che i frimatari dell’accordo sottoscrivessero altri 10 accordi internazionali sulla protezione della proprietà intellettuale, se non li hanno già firmati, tra i quali il trattato sul copyright WIPO e la Convenzione di Berna del 1971. Particolare sensazione ha destato la posizione dell’Australia, che è molto vicina a quella di Washington, ma in una maniera spettacolarmente autolesionista, visto che da quel che si ricava gli australiani che già pagano medicinali e prodotti e supporti informatici molto di più degli americani, finirebbero per pagare ancora di più senza alcun beneficio apparente.

I documenti di Wikileaks però forniscono anche una preziosa conferma, perché sembra proprio che ai lobbysti delle corporation la battaglia del Pacifico stai andando esattamente come quella già persa sul fronte europeo, con le pretese di Washington e dei suoi occasionali alleati respinte a larghissima maggioranza dai paesi ai quali si vorrebbe imporre, più che concordare, un regime della proprietà intellettuale che andrebbe a esclusivo vantaggio dei suoi veri proponenti. Difficilmente il TPP vedrà mai la luce a queste condizioni, perché anche se fosse formalizzato così, sarebbe poi massacrato dai singoli parlamenti. Molto più probabile che finisca archiviato insieme ad iniziative simili già osservate nella loro parabola fallimentare. L’ennesimo tentativo arrogante e velleitario che si schianta sotto il peso delle sue stesse esagerate pretese.

Pubblicato in Giornalettismo