L’Etiopia resta un inferno per i giornalisti

Posted on 12 novembre 2013

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Il regime etiope resta indifferente alle proteste internazionali e non concede tregua agli oppositori, la sparizione di Zenawi non sembra aver incrinato metodi e determinazione del partito unico al potere.

Il Fronte Democratico Rivoluzionario d’Etiopia (EPRDF) è al potere dal 1996 e non sembra aver risentito della dipartita di Meles Zenawi, che da allora fino alla sua morte avvenuta nel 2012 aveva ricoperto la carica di primo ministro. Le speranze di democratizzazione si sono già spente nel lontano 2005, quando il regime sparò sulla folla inerme degli oppositori che lamentavano elezioni-farsa. Da allora l’opposizione è stata invariabilmente bollata come terrorista, termine dal significato dilatato fino a comprendere anche giornalisti e attivisti politici, del tutto inermi di fronte all’aggressività del regime.

L’ultima novità politica in Etiopia è il Partito Blu, formazione neonata che ha manifestato per la prima volta questa estate la sua opposizione al governo portando in piazza migliaia d’etiopi nella capitale, per la prima volta in otto anni. La cosa ovviamente non è piaciuta al regime e così quando hanno provato a ridarsi appuntamento per il fine settimana scorso 100 dei suoi esponenti sono stati arrestati, gli uffici del partito devastati, materiali confiscati e parecchi sono anche stati bastonati, la manifestazione vietata. Il regime è meticoloso nella sua opera di repressione, finora con il bastone della respressione e la carota della cooptazione è riuscito a silenziare egregiamente le opposizioni, che da tempo hanno smesso di rappresentare una minaccia di qualsiasi tipo. Resta la questione della presentabilità all’estero di un regime che peraltro finora è più facilmente descritto come un modello che come un problema. Merito dell’impegno nell’ascoltare le ricette del FMI, pur applicandole in maniera abbastanza originale, e anche della grande collaborazione che il regime di Zenawi ha fornito alle amministrazioni americane, arrivando ad accollarsi un’invasione della Somalia in solitaria, rivelatasi poi costosa e inconcludente.

Così il governo ha organizzato una manifestazione contro l’estremismo al posto di quella dell’opposizione, radunando 40.000 persone, dicono le cronache, anche se là come qua certi numeri sono da prendere con il beneficio d’inventario e visto che non sarebbero nemmeno tanti. Il portavoce del governo ha spiegato che il Partito Blu non ha potuto manifestare per ragioni di sicurezza. Ha aggiunto poi che bisogna distinguere tra chi vuole manifestare e chi vuole sabotare (?), concludendo che non ci sono stati arresti e che il Partito Blu non ce li ha nemmeno 100 membri.

Proprio ieri, dopo un appello per i colleghi etiopi ai capi di stato africani riuniti nella capitale etiope per l’African Media Leaders Forum (AMLF) per la difesa dei giornalisti, la polizia etiope ha arrestato due giornalisti del settimanale indipendente Ethio-Mihdar. Getachew Worku e un collega sono finiti nei guai per un articolo che denunciava un episodio di corruzione, per ora sono detenuti senza imputazioni, possono passare mesi così, la giustizia in Etiopia si sintonizza sulle necessità politiche del regime. Anche il manager del giornale Million Degnew è stato arrestato sabato scorso, e da allora è in galera senza che sia stata formalizzata alcuna accusa nei suoi confronti. Ethio-Mihdar era già finito nel mirino del regime in passato e sul suo capo pesa una causa nella quale l’università pubblica di Hawassa chiede risarcimenti mostruosi e la chiusura del giornale per un’inchiesta sulla presunta corruzione dell’amministrazione universitaria, che se non fosse corrotta sarebbe una felice eccezione in un paese che svetta allo stesso tempo nelle classifiche degli affamati e in quelle dei corrotti.

Secondo il Committee to Protect Journalists l’Etiopia è il peggior paese in Africa per i giornalisti, anche se c’è da dire che altri paesi appaiono più virtuosi solo perché sono riusciti a mettere a tacere ogni accenno di critica. Il governo ha chiuso più di 75 pubblicazioni negli ultimi 20 anni e ci sono giornalisti che sono stati condannati a più di 10 anni di prigione con accuse di terrorismo platealmente infondate, com’è acccaduto a due giornalisti svedesi che hanno osato entratre in Ogaden, la regione a maggioranza somala che Addis Abeba ha reso off limits agli stranieri e nella quale il suo esercito e le milizie locali hanno perpetrato, e continuano, le peggiori atrocità ai danni dei locali.

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Processi farsa nei quali si sostiene che i giornalisti abusino della libertà d’espressione formalmente garantita dalla costituzione per coprire un’attività terroristica, quando al massimo il terrorismo è da temere da parte degli shabaab somali ed è vero che l’opposizione al regime non si è mai dimostrata incline alla violenza, niente armi e niente bombe, nessun omicidio, aggressione, niente, e niente terrorismo. E i giornalisti sono poi perseguitati anche nelle scomode prigioni etiopi durante la detenzione, con il risultato che un appello può accorciare la pena e mostrare la “benevolenza” di un regime che sconta una condanna da 14 a 5 anni, ma poi il comportamento in carcere, testimoniato solo dai carcerieri, può di nuovo allungarla o appesantirla.

Il regime ora guidato da Hailemariam Desalegn non sembra per nula impressionato dai rapporti del CPJ, di Amnesty o di altre organizzazioni umanitarie o libertarie, che ricordano che Reeyot Alemu, Woubshet Taye, Eskinder Nega, Yusuf Getachew, e Solomon Kebede sono tutti stati condannati per terrorismo e che l’Etiopia nel caso di Eskinder a rifiutato di adempiere a una pronuncia del Gruppo di Lavoro sulle Detenzioni Arbitrarie dell’ONU e a una decisione dello special rapporteur dell’ONU sulla tortura nel caso di Reeyot. C’è poi il caso di Saleh Idris e Tesfalidet Kidane, due giornalisti eritrei detenuti dal 2006 per accuse ugualmente discutibili.

Nonostante i ripetuti appelli alla democratizzazione e alla rimozione delle terribili leggi antiterrorismo, il regime di Addis Abeba continua a fare orecchie da mercante a ogni protesta, spalleggiato in questo dall’atteggiamento di Washington, che con la diregenza etiope negli ultimi anni ha trovato una grande sintonia e disponibilità a organizzare più di un intervento militare contro i “terroristi”, davvero difficile immaginare il Dipartimento di Stato premere e disturbare alleati tanto cortesi da permettere l’uso del loro territorio alle truppe americane e da spendere le vite dei loro soldati per inseguire e cacciare i terroristi dalla Somalia, l’Etiopia in Occidente piace così, anche al governo italiano, Addis Abeba è in rotta solo con Oslo, tanto che ha sloggiato i diplomatici norvegesi accusandoli, pure loro, di complicità con i terroristi, continuavano a lamentare il mancato rispetto dei diritti umani nel paese, quegli sfrontati sabotatori.

Pubblicato in Giornalettismo