Accordo tra Letta e Obama, in silenzio ci siamo accollati la Libia

Posted on 4 novembre 2013

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La liberazione da Gheddafi è stata molto più semplice di quanto non sia dare al paese un assetto politicamente sostenibile in un contesto nel quale troppi vogliono avere voce in capitolo.

C’è chi vorrebbe che il nostro governo diventasse una specie di tutor della Libia e del suo cammino verso il futuro, convinto che noi italiani possiamo venire a capo dei problemi che sta vivendo il paese, per questo dice che bisognerebbe convincere Obama a lasciarci fare. Poco più del riflesso dell’antico tutore coloniale, anche perché l’ultima volta che abbiamo discusso di come rimettere in piedi un paese allo sbando con gli americani, è finita che ci hanno mandato via a calci dalla Somalia, al fallimento della quale abbiamo contribuito come pochi. Che nel nostro paee esistano energie per combinare qualcosa di buono in Libia sembra poi smentito dalla cornaca politica, che sulla Libia come sul resto ha sempre mostrato poche idee, ma molto confuse. E pare che Barack Obama nel corso del recente incontro alla Casa Bianca abbia davvero scaricato il problema a un Letta che condivide questa visione e che, «data la delicatezza della situazione», i due abbiano deciso di non dare «pubblicità» all’argomento. Affare fatto tra noi che la vogliamo e loro che non la vogliono più, ma senza garanzie che gli altri più o meno partner che ingeriscono in Libia la smettano o si adeguino, niente d’entusiasmante a prima vista. La situazione è delicata e si capisce perché Letta non lo voglia far sapere in giro, se falliremo molti non sapranno nemmeno cosa stavamo cercando di fare, figurarsi poi se si riuscirà a scoprire chi avrà dettato la linea sulla Libia, che sarà discussa in qualche segreta stanza. Fatto sta che da ieri l’Italia si è assunta ufficialmente la «sorveglianza elettronica e aerea dei confini libici». Non esattamente una robetta, secondo il premier libico Zeidan, da Al Awaynat vicino all’incrocio dei confini di Egitto e Sudan, fino all’altro incrocio con quelli di Algeria e Niger, dice il premier che serverà a impedire l’afflusso d’immigranti, ma è sperabile che si concentri su obiettivi più degni e pericolosi. Per il resto nessuno si sbottona su durata, scopi e costi della missione, bocche cucite a Roma come a Tripoli.

Il problema in Libia è evidentemente rappresentato dalla presenza di troppi galli stranieri in un pollaio già di suo poco stabile dopo la caduta di Gheddafi. Lasciare mano libera nel paese al Qatar e ad altri sovrani del Golfo è stata una pessima mossa, ma non di meglio hanno fatto le potenze occidentali, che in Libia non hanno saputo giocare insieme e anzi sulla Libia hanno giocato sfide assurde, a coinciare da quella a chi l’avrebbe bombardata per primo. Il nostro paese, che come gli Stati Uniti aveva trovato un modus vivendi e affari più che soddisfacenti con Gheddafi, ha sicuramente perso buona parte della sua influenza a Tripoli, difficilmente recuperata nel passaggio da Berlusconi a Monti e a Letta, visto che la qualità della nostra azione diplomatica non ha certo fatto balzi da gigante in questo procedere, ma rimane tra le sponde preferite dalla politica libica. Restiamo i clienti più importanti, ma non certo i padroni o amati dai libici che di noi giustamente diffidano. L’Italia è tornata a preoccuparsi della Libia con un’evidente urgenza per una doppia ragione. Da un lato c’è il timore di una potenziale e futura invasione di libici in fuga da un disastro prossimo e dall’altro da una ben più concreta e attuale chiusura delle importazioni di gas e prodotti petroliferi dalla Libia e quindi del flusso di forniture energetiche e guadagni che garantiscono. Dalla Libia viene quasi il 20% delle nostre importazioni, l’Eni è da sempre il primo importatore da Tripoli e a settembre sono queste calate a circa un terzo del solito.

Vista dall’altra parte del Mediterraneo la cosa assume la dimensione di una disgrazia, perché l’export energetico rappresenta più del 95% dell’export e delle entrate governative della Libia. Ne risentono le quotazioni internazionali di gas e petrolio, ma ne risente prima di tutto la Libia e ancora di più il suo fragilissimo governo, che non ha un dollaro da spendere e non ne avrà fino a che il paese non ritorna alla calma e al business as usual. Eppure la normalità era stata recuperata straordinariamente in fretta già nel 2102 quando l’export era tornato ai livelli dei tempi del regime di Gheddafi, proprio un anno fa, poi qualcosa è andato storto.

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A luglio è cominciata una serie di scioperi ai quali si sono aggiunte le rivendicazione delle milizie che garantiscono la “sicurezza” degli impianti, ma di recente sono esplose nuove proteste ai porti e agli impianti che ancora non ne erano stati investiti, dilagando verso le regioni occidentali e abbattendo l’esportazione da oltre un milione di barili al giorno a picchi negativi di appena novantamila. Il degradare della situazione è testimoniato anche dalla decisione di alcune compagnie aeree di sospendere i voli per Tripoli o da episodi quali la rapina d 54 milioni di dollari a un furgone della banca centrale ibica

Gli americani per parte loro sembrano puntare a un disimpegno, dopo Exxon anche la Marathon Oil minaccia di lasciare la Libia e vendere le sue quote nella società libica Waha Oil Company, non proprio un problema per i libici ai quali i clienti alla porta non mancano, ma comunque è il segnale di uno sgradimento americano che è abbastanza paradigmatico. Il problema non è solo quello delle milizie, che agiscono con un disegno politico e non banditesco, per quanto sicuramente interessate ai proventi del petrolio. Ibrahim Jadhran ad esempio, appena 33 anni, è il misterioso leader delle Petroleum Facilities Guard, che nei giorni scorsi ha proclamato un governo autonomo della cirenaica, ennesima pietrata allo specchio di un’unità nazionale ancora minata dalle frizioni tra regioni e tribù, tra le quali non si è ancora riusciti a trovare un accordo per una soddisfacente divisione degli utili petroliferi. Uno dei virtuosi del sequestro degli impianti come strumento di pressione e protesta, poi imitato da altri quando s’è visto che la tattica paga e che il governo è debolissimo.

Le milizie a base locale o tribale da un lato sono un problema per un governo che non riesce ad imporre loro la sua volontà e il rispetto dello stato di diritto in molte situazioni, dall’altro sono una risorsa preziosa per tenere basse le aspirazioni di gruppi come le brigate di Ansar al-Shariah, i mebri delle quali hanno una pericolosa vicinanza con le bande qaediste della regione sahariana e anche con i talebani in Siria e possono spendere i soldi degli emiri, ma che militarmente devono stare attenti a non farsi prendere, soprattutto dopo che sono stati accusati per l’attacco al compound americano di Bengasi, ci sono i droni nel loro futuro e gi americani hanno già dimostrato che se vogliono li rapiscono anche in centro a Tripoli. Come un vaso di coccio, in mezzo ci sono i Fratelli Musulmani, che potrebbero guadagnare consensi solo in una situazione di calma e che quando parlano le armi sono messi fuori discussione dalla loro irrilevanza militare. In chiara difficoltà, non si sa fino a quando potranno contare sui soldi del Qatar, visto che i sauditi li odiano e che per ora puntare su di loro è una scommessa su un futuro non prossimo, gli è anche tramontata ogni speranza americana dopo che Washington ha abbandonato i fratelli egiziani alla repressione dei militari. Non per niente proprio i Fratelli Musulmani, che con i “liberali” sostengono il fragile governo di Alì Zeidan sono tra quelli che invocano un intervento italiano, ma nemmeno lor o al loro interno sono immuni da fratture su base regionale.
La politica libica è lì che attende il 2014 per le elezioni dell’assemblea costituente, con il primo ministro Zeidan che di fatto continua a governare, costretto a fare una sintesi delle pressioni che riceve e impossibilitato a fare altro che parare i colpi che tutti indistintamente tirano alla teorica guida del paese, perché un governo forte non lo vuole nessuno ed è irresistibile la tentazione di difendere le proprie ragioni con le armi, in un paese nel quale pare che Gheddafi e poi i paesi donatori ne abbiano accumulate qualcosa come 3 a testa. Non per niente il disarmo delle milizie era una priorità e non per niente non c’è modo d’implementarlo, dato che le forze a disposizione del governo sono più scarse di quelle di chi si vorrebbe disarmare. La priorità immediata per il governo libico come per quello italiano è quella di ripristinare l’export petrolifero, ma è chiaro che la soluzione non sia nell’accogliere tutte le richieste di chi imbraccia le armi, per quanto è altrettanto chiaro che da sola non basterà tutta la nostra diplomazia a trarre il paese da questa crisi. Pare che Letta abbia chiesto a Obama di non essere lasciato solo e di ricevere almeno il sostegno dell’ONU, ma è da sperare che a Roma o all’ENI ci sia qualcuno che ha idee più precise per la Libia. E sperare che siano davvero buone idee.

 

Pubblicato in Giornalettismo