Quei cannibali degli africani

Posted on 30 ottobre 2013

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I popoli cannibali non esistono, non esistono gruppi o tribù cannibali e probabilmente non sono mai esistiti gruppi umani che hanno inserito la carne umana nella loro dieta, anche se ancora oggi c’è chi si nutre di carne umana.

Il cannibalismo non è un fenomeno associato alle esigenze alimentari, la storia ci consegna episodi di cannibalismo alimentare nati dallo stato di necessità, una scelta per la sopravvivenza e non altro, ed episodi di cannibalismo rituale legato al consumo delle carni o di parte del corpo dei defunti, una pratica generalmente legata all’idea di assumere insieme al corpo anche parte dello spirito del morto. Decisamente più diffuso al giorno d’oggi è il cannibalismo inquadrato come patologia dagli psichiatri e praticato individualmente da alcuni egregi assassini, che cederebbero a una torbida psicosi che mette in relazione l’atto con qualche turba della sessualità.

Non stupisce quindi che i casi effettivamente rilevati di episodi, non individuali, di cannibalismo in tempi recenti, siano da rilevare in coincidenza con eventi traumatici che hanno mescolato guerre sanguinose con la pratica dello stupro sistematico usato come arma contro le popolazioni considerate ostili da parte di truppe addestrate sommariamente e indottrinate allo sterminio e all’umiliazione dell’avversario. Nel 1980 Médecins Sans Frontières mostrarono ai rappreentanti di Amnesty International le immagini di banchetti rituali consumati durante la sanguinosa guerra civile liberiana, ma l’allora segretario generale dell’organizzazione rifiutò di divulgarle, anche se poi le notizie furono confermate anche da altre fonti.

Il cuore dell’Africa è lo scenario più recente di episodi del genere, le leggende nere su alcuni leader o aspiranti tali hanno messo nella lista dei cannibali il centrafricano Bokassa, l’ugandese Idi Amin Dada e più di recente il suo compatriota Joseph Kony, ma vere o false che siano queste storie non hanno mai prodotto fenomeni d’emulazione sensibili, se non in circostanze estreme, come in Liberia o durante il terribile conflitto congolose o ancora in alcuni dei numerosissimi conflitti che anno punteggiato la regione negli ultimi due decenni.

A oggi, a parte una tribù della Papua Nuova Guinea che fino agli anni ’70 non sapeva dell’esistenza di altri esseri umani e praticava ancora il cannibalismo rituale all’interno del gruppo (endo-cannibalismo), e che oggi gioca sul mistero per attirare i turisti, non esistono gruppi o tribù per quanto feroci e impresentabili nei quali il cannibalismo sia una pratica sociale accettata. Anche nel cuore dell’Africa il rischio correlato al cannibalismo non è quello di essere mangiati da qualcuno, ma semmai di essere indicati come cannibali. Un sospetto che può produrre veloci linciaggi o esecuzioni sommarie, di preferenza piazzato in capo a persone sospettate di praticare la stregoneria, anche se il confine tra riti ammissibili e quelli che puzzano di zolfo è ovviamente molto sfumato.

La ritrosia di Amnesty nel caso della Liberia è facilmente spiegabile con l’uso che nella storia si è fatto dell’accusa di cannibalismo, soprattutto come legittimante coloniale, con conseguenze devastanti. Accusa per lo più infondata, ma anche quando fondata è stata in realtà la presa a pretesto di qualche rito funerario locale per vendere ai puri di cuore l’invasione delle loro terre e la loro riduzione in schiavitù, per civilizzarli perchè erano cannibali, e se poi non lo erano davvero faceva lo stesso.

Agli antipodi si è arrivati anche a risultati come quelli esposti in “From Cannibalism to Genocide: The Work of Denial”. The Journal of Interdisciplinary History (MIT Press Journals) di Gillian Gillison, che arriva al risultato opposto di negare incredibilmente l’esistenza di qualsiasi atto di cannibalismo, persino quello endogeno, ampiamente documentato dalla storia e dall’antropologia. Un testo spesso citato a sproposito, perché anche se fa giustizia di molti miti, finisce per invalidare l’impianto dell’opera esagerando.

Una recente serie di cronache dal campo in Uganda, a lungo teatro di storie molto atroci e pochissimo presentabili, è pubblicata a puntate da allafrica.com e rende ampiamente giustizia alle leggende ancora in circolazione. Una lunga serie di interviste mirate alla ricerca dei presunti cannibali, si è risolta invece in una raccolta di voci e in un’egregia raccolta di storie esemplari, infine verificate, su come ancora in quelle zone oggi sia possibile usare l’accusa di cannibalismo come pericoloso stigma sociale.

Dal villaggio di Katooma arrivano numerose denunce di cannibalismo, dice la polizia, che spiega che quando i locali sospettano qualcuno d’essere un cannibale lo linciano. La polizia però non ha mai incriminato nessuno per cannibalismo, per mancanza di prove. Perché ci sia il cannibale ci vuole un corpo da mangiare e quello non c’è mai. Il capo di una sotto-contea vicina racconta dell’impegno nella repressione dei danzatori della notte, che compiono riti notturni e che a volte sono stati trovati in possesso di piedi di bambino, ma si pensa che se li procurino dai cadaveri e a nessuno è venuto in mente che se li mangino. Però dice che Katoona è la capitale della stregoneria. accuse respinte dal suo omologo che amministra l’area del villaggio incriminato e che spiega che quello è in villaggio occupato dai Bakooki, che vengono da un’altra regione e quindi agli occhi dei locali Banyankole diventano sospetti capaci di tutto. L’evidente xenofobia dei Banyankole non è certo originale o tipicamente locale.

In effetti alle autorità locali mancano i casi concreti per supportare l’idea che il cannibalismo sia diffuso, ma i sospetti colpiscono a macchia di leopardo, c’è anche il caso della famiglia di cacciatori che con l’abbondanza di carni appese si è guadagnata il sospetto di cannbalismo e persino l’accusa di aver mangiato un bambino sparito, poi riemerso dopo 20 anni, e ci sono altri villaggi che condividono la pessima fama di Katooma, ma non si sa di chi si siano nutriti tutti questi cannibali.

A rimediare allora ecco la credenza locale che dice che i cannibali sono capaci di attirare i morti a sé con rituali simili a vodoo o che il cannibalismo sia una forma di possessione malvagia e, infine, ci sono anche i rintronati devoti occidentali, che ancora oggi arrivano laggiù per fare il bene dei poveri neri e finiscono per fare disastri oltre ad egregie figure da pirla, come nel caso di Richard Potthast, un prete americano che ci ha messo del suo. Potthast è stato missionario della cattolica American Holy Cross in Uganda per più di 30 anni, attraversando guerre e disastri con un discreto spirito, ma quando è arrivato nella parrocchia di Kyarusozi era così bello carico che ha riso delle storie di cannibalismo e ha sfidato i cannibali locali a mangiarlo per provare che il cannibalismo esiste. Secondo i locali la sfida sarebbe stata raccolta da un “temuto cannibale” di nome Kahonaho, che avrebbe detto all’americano di tenersi pronto.

Due giorni dopo hanno trovato Potthast che vagava in una palude come sonnambulo, lo hanno portato all’ospedale e tutti i cattolici si sono raccolti in preghiera. La storia è narrata anche in un libro che tratta proprio della caccia alle streghe nell’Uganda occidentale e che cita il racconto di prima mano dello stesso prete. Secondo Potthast una notte che era in camera sua, ha sentito un freddo insopportabile ed è svenuto. E quando ha riacquistato conoscenza era in ospedale. Gli hanno poi detto di averlo trovato mentre “andava dal cannibale”. Lo scettico Potthast invece di pensare a cosa s’era mangiato a cena ci ha creduto tantissimo, ha abbandonato il suo scetticismo e ha lanciato una crociata contro i cannibali nella regione. Quando l’autore del libro lo ha intervistato lo ha trovato che credeva profondamente nel cannibalismo, nei miracoli e nelle campagne d’esorcismi, uno che girava armato d’acqua santa e la spruzzava ovunque e che poi ritornato in patria è ricordato come un fiero nemico del vodoo e della stregoneria.

Il problema è che i cannibali non sono mai saltati fuori, mentre i parrocchiani di Potthast e di altri timorati di Dio come lui, invece hanno linciato parecchi sospetti cannibali, proprio come ai vecchi tempi. Lui stesso dichiarò cannibale una vecchia di nome Kafanani, dopo aver ricevuto la “confessione” dagli spiriti di cannibale cacciati dalle sue preghiere dal corpo dei fedeli durante gli esercizi spirituali. Gli “spiriti” dichiararono di essere mandati dalla già sospetta cannibale. Potthast registrò persino le voci degli spiriti, più sicuro di così. La povera Kafanani si salvò solo perché combattè il delirio con il delirio, cercando rifugio presso Owobusobozi Bisaka e attribuendo a lui la sua completa liberazione da qualsiasi spirito. Bisaka è uno che si spaccia per una divinità e che ha un seguito di due milioni di fedeli, un personaggino che con sceneggiate del genere ci va a nozze e che vive da ricco santone blindato, godendosi il meritato successo dopo che nel passato il governo aveva persino messo al bando il primo culto che aveva messo insieme, ora sono i politici a cercare il suo appoggio, mentre per i cattolici locali resta una bestia nera. I culti cannibali non esistono più, nemmeno nel cuore dell’Africa nera o nelle foreste del Sudamerica o dell’Oceania, il cannibalismo oggi è una manifestazione episodica che l’umanità associa alla malattia quasi ovunque e che ovunque è ritenuta socialmente inaccettabile. L’accusa di cannibalismo invece è un evergreen che ancora oggi resiste, non dissimilmente da altre tipiche calunnie usate in ogni tempo e in ogni luogo contro il nemico o lo straniero.

Pubblicato in Giornalettismo

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