Gli eredi di Gengis Kahn alla sfida delle corporation

Posted on 28 ottobre 2013

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La scelta dell’economia di mercato, la democratizzazione e infine l’Eldorado minerario, tutto sembrava andare per il meglio in Mongolia, ma le porte del paradiso sono ancora da attraversare.
Grande circa cinque volte l’Italia e con appena (forse) tre milioni d’abitanti, la Mongolia è il paese meno densamente popolato al mondo, il diciannovesimo per estensione. Metà degli abitanti abita nella capitale Ulan Bator, il 25% circa nomade nelle steppe e il resto in cittadine che non raggiungono i 100.000 abitanti. La metà degli abitanti della capitale vive in iurte, tende che compongono quella che altrove sarebbe chiamata bidonville o favela, alimentata da un rapido fenomeno d’inurbamento nell’ultimo decennio. Diversamente da altre periferie arrangiate, non soffre dei tipici problemi di sicurezza o di gravi problemi sanitari, se non di uno.

Ulan Bator ha una temperatura media annuale di zero gradi, è la capitale più fredda del mondo, con un’estate corta, un inverno che tocca punte di -40 e, anche se le iurte tengono bene il clima al quale i mongoli sono avezzi, hanno pur sempre bisogno di essere riscaldate e per farlo si utilizzano stufe a carbone o a legna, quando va male a rifiuti, che a loro volta producono un inquinamento tale da fare della capitale mongola la seconda capitale più inquinata al mondo, con una ricaduta tale sulla salute pubblica che una morte su 10 nella capitale è attribuita con buona certezza all’effetto dello smog. Avezzi al freddo, ma non all’inquinamento atmosferico, il vanto del paese è il cielo blu e quel po’ d’industrializzazione che si è vista da quelle parti non è mai stata tale da alimentare fenomeni tanto sensibili.

Oyu-Tolgoi-Profile-Framed

Per 70 anni satellite sovietico, cuscinetto tra ll’URSS e la Cina, negli anni ’90 la Mongolia è passata senza traumi alla democrazia, mettendo insieme un quasi-bipolarismo che poi si è spesso risolto in una grande coalizione tra i due partiti maggiori. La relativa tranquillità si è accompagnata a un timido progresso economico, all’inurbamento e all’adozione di stili di vita diversi. A cambiare in particolare è stato il tasso di fecondità delle donne, crollata dai 7,33 figli per donna degli anni ’70 allo 1,87 delle stime più recenti, un’evoluzione che ha frustrato le speranze di un boom demografico, ma che ha anche sopito le tensioni sociali, che pure esistono in un paese nel quale molti vivono ancora in uno stato di grande povertà.

Negli ultimi anni il paese è sembrato cambiare marcia e riuscire finalmente a monetizzare le grandi risorse minerarie che sono conservete nel suo immenso territorio, nel 2011 il paese è così finalmente apparso negli elenchi dei paesi emergenti, risultando uno dei pochi con un tasso di crescita economica spettacolare, candidandosi a mantenerlo addirittura fino al 2050 sull’onda delle concessioni minerarie già siglate negli ultimi anni. L’export di minerali rappresenta l’80% del PIL mongolo e nei prossimi anni è previsto che raggiunga il 95% grazie alle 3.000 concessioni già distribuite a società per lo più russe, cinesi e canadesi che già operano nel paese o che s’apprestano a farlo.

Il governo ha siglato la concessione più grande con Rio Tinto e la Ivanhoe Mines, per sviluppare i depositi di rame e oro di Oyu Tolgoi, un accordo che vale il 30% del PIL da qui al 2020 e oltre. L’accordo però ultimamente è stato rimesso in discussione dalle autorità e la mossa ha provocato un brivido nella comunità degli investitori, che all’improvviso hanno smesso di fare la fila nella capitale. A complicare le cose ci sarebbe anche il movimento Tsagaan khas (svastica bianca) un curioso risultato dello scontento per l’inquinamento e le ingiustizie sociali che ha radunato alla guida di Ariunbold Altankhuum, un ex militare, un gruppo di mongoli che va in giro vestito di nero e si scambia saluti nazisti e che propugnano idee naziste pur negando di essere nazisti. Il movimento è spiccatamente nazionalista e se la prende con le compagnie straniere, accusate di provocare l’inquinamento della patria e di rubare il lavoro ai mongoli, visto che buona parte della manodopera specializzata e no, viene importata. Anche perché il lavoro in miniera non è esattamente in cima alle aspirazioni dei locali. Eco-nazi li definiscono, fortunatamente godono di un consenso marginale.

Turquoise Hill, la società alla quale fa capo la concessione e di cui il governo mongolo detiene il 34% e finora ha investito circa sei miliardi di dollari e altrettanti ne investirà, ma ora il governo vorrebbe ridiscutere la divisione degli utili. Il progetto di Oyu Tolgoi è stato piagato anche da altri problemi nel far arrivare il minerale in Cina, il cui confine è ad appena 80 chilometri e che rappresenta per ora l’unico mercato realistico per il prodotto. Tuttavia finora il minerale si è accumulato appena al di là del confine cinese per una questione di permessi e fino ad allora Rio Tinto non incassa e non versa al governo. Non sembra un problema che si risolve in fretta, Rio Tinto che pure ha il suo maggior azionista nel gruppo statale cinese dell’alluminio Chinalco, ha potuto annunciare la settimana scorsa che i problemi saranno risolti entro la fine dell’anno.

Oyu Tolgoi 3Si tratta di un progetto ultradecennale, la miniera avrà una vita di almeno un secolo, ed è opinione comune che non stia bene rinegoziarlo, sono accordi che hanno bisogno di stabilità, soprattutto per le compagnie e di sicurezza e il progetto di Rio Tinto ha assunto il ruolo di bandiera del settore, le altre compagnie stanno alla finestra per vedere come va a finire, e pare proprio che finirà con il governo mongolo tornare a più miti pretese. Quel che fatto è fatto e il governo farà meglio a dedicarsi ad altro, non ha la forza né l’interesse a frenare il boom minerario e ha bisogno di quelle risorse, sia per soddisfare le esigenze dei cittadini che per arricchire i corrotti. Il futuro del paese si giocherà tutto sulla redistribuzione della rendita mineraria, solo il tempo dirà se sarà distribuita tra tutti i cittadini o se tra qualche anno vedremo l’élite mongola rivaleggiare con gli sceicchi come già succede in quasi tutti i paesi asiatici un tempo nell’orbita sovietica che hanno cominciato a monetizzare le ricche risorse del loro sottosuolo.

Pubblicato in Giornalettismo

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