È finita la farsa dei droni tra Pakistan e Stati Uniti

Posted on 28 ottobre 2013

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Per anni gli americani hanno bombardato in Pakistan con i droni con il consenso e la collaborazione d’Islamabad, un accordo che i due governi hanno negato strenuamente nonostante l’evidenza, ora dimostrato dai documenti ottenuti e pubblicati dal Washingotn Post.

I file ottenuti al Washington Post, che l’amministrazione americana non ha voluto commentare, ma dei quali non ha negato l’autenticità hanno un’utilità relativa, ma comunque robusta, visto che serviranno a mettere fine a una pantomima che dura ormai dal 2007 nonostante l’evidenza. Sono inoltre una racccolta di materiali che aiuta a sciogliere ogni pur modesto dubbio sui circa 3.000 omicidi più o meno mirati compiuti dagli americani in Pakistan in poco meno di sei anni. Ora i governi dei due paesi dovranno abbandonare la posizione di comodo che hanno conservato a lungo a difesa del programma e dovranno in qualche modo rispondere a queste rivelazioni.

I file servono anche a confermare la bontà del lavoro svolto da diverse organizzazioni che negli Stati Uniti come in Pakistanhanno tracciato gli attacchi, corrispondono i luoghi, corrisponde persino il totale delle vittime, peccato solo che alla voce civili uccisi i documenti del Pentagono portino sempre e invariabilmente zero. La politica americana comprende anche la temeraria affermazione secondo la quale tra i 3.000 uccisi dai droni in Pakistan non ci sono vittime civili. Il lavoro delle organizzazioni sopra ricordate situa invece sopra l’80% la percentuale di vittime per le quali non è possibile confermare la qualifica di combattenti, che per gli standard adottati dagli americani in questo macabro conteggio significa semplicemente uomini in età adatta al combattimento.

I memo confermano anche l’evoluzione del numero e della qualità dei bombardamenti registrata dagli osservatori, con il picco nel 2010 al quale non è seguita comunque una flessione tale da indicare un cambio nella politica degli omicidi mirati. Che mostra gli evidenti segni di un’evoluzione anche qualitativa, passando dal tiro ai militanti più importanti a colpi su bersagli troppo spesso scelti semplicemente perché avevano un comportamento sospetto. Un uccidere poco più che a caso che si è tramutato in una vera e propria campagna terroristica, se osservata dal lato degli abitanti dei villaggio sorvolati per ore dai droni in attesa del missile fatale che colpisce secondo criteri imperscrutabili. Un’attività svolta di concerto con i pachistani, che in alcuni casi hanno indicato i bersagli o “chiesto” i bombardamenti e in altri hanno collaborato nel convalidare le identità dei colpiti.

I documenti ottenuti dal Washington Post riportano indicazioni evidenti della condivisione d’informazioni e tattiche con i pachistani, dei quali comunque gli americani non si fidano, come testimoniano alcuni episodi nei quali le autorità d’Islamabad, che in questo caso sono poi i militari, hanno messo i bastoni tra le ruote a quelle americane, che da tempo li accusano di fare il doppio gioco. Non per niente, grazie a un’altra fuga di notizie che ha permesso di sbirciare il Black Budget della Cia, si sa da tempo che buona parte delle risorse riservate e spese in maniera opaca dall’agenzia sono investite proprio per spiare gli alleati pachistani.

Pakistani tribesmen shout anti-US slogan

Il segreto che non era tale, i droni erano stati fotografati persino nelle basi aeree pachistane, ora non lo è più neppure formalmente e l’imbarazzo registrato dal Washington Post è stato notevole, sia nei silenzi a Washington che nella vaga dichiarazione ufficiale che è riuscita a strappare al portavoce del ministero degli Esteri del governo pachistano del nuovo premier Nawaz Sharif, al potere da giugno. “I bombardamenti di droni devono finire” ha detto in linea con la campagna elettorale di Sahrif e con le sue affermazioni concordi anche dopo l’elezione, anche perché sharif sta provando a fare la pace con i talebani. “Quali che siano o non siano stati gli accordi in passato” devono finire, perché il governo li considera una violazione della sovranità nazionale e delle leggi internazionali e perché sono contro-producenti. Ovviamente in virtù dell’accordo emerso non c’è stata alcuna violazione della sovranità, ma i pachistani hanno le loro buone ragioni per dire basta a una pratica che fino a oggi non ha portato risultati sensibili, ma in compenso fa vivere i cittadini nel terrore in diverse regioni ed eccita il risentimento antiamericano nel resto.

Se il governo pachistano ora è concorde nel dire basta ai droni e se anche l’ONU e alcuni alti ufficiali americani si sono espressi con durezza contro i bombardamenti, non così l’ammmiistrazione Obama che in quelli sembrava aver trovato la quadratura del cerchio per rendere l’immagine del comandante in capo che bastona i cattivi senza impegnare gli Stati Uniti sul terreno e senza esporli al rischio di perdite tra i loro soldati. Un’immagine che dopo le recenti evoluzioni della crisi siriana si è decisamente appannata ed è evidente che se Obama dovesse rinunciare all’opzione dei droni, usati in abbondanza anche in Yemen e occasionalmente altrove. Tanto più che la rivelazione dell’accordo potrebbe avere come effetto quello di smorzare le polemiche in Pakistan da parte governativa, se vogliono dimostrare di voler fermare i bombardamenti ora dovranno denunciare l’accordo e stracciarlo, ipotesi che incontrerebbe le sue difficoltà dentro e fuori il paese. Oppure smorzare i toni, se non tacere.

Pubblicato in Giornalettismo

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