Quello che Mario Calabresi finge di non capire

Posted on 23 ottobre 2013

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Sono parecchie le inesattezze contenute nell’articolo di Riotta che gli ha guadagnato l’accusa di bugiardo da parte di Glenn Greenwald, tutte facilmente identificabili. Intanto Riotta fa finta di niente e prova a fare la macchinina del fango contro l’avversario, usando come fonte Wikipedia, di sicuro dopo approfondite verifiche.

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Riotta fonda il suo articolo su una sua antica pretesa, quella che “giornalismo” sia quello che dice lui e che tutto quello che non gli piace non abbia la dignità di esserlo. Coerentemente con questa sua impostazione, nega la qualifica di giornalista a Greenwald fin dalle prime righe, definenendolo un “attivista”. Si tratta di un espediente dozzinale per squalificare chi scrive e con esso quello che scrive, tanto più che Greenwald non solo è da anni un noto giornalista professionista, ha persino ricevuto diversi prestigiosi premi dedicati al giornalismo investigativo.

Greenwald peraltro non è nemmeno “L’ex giornalista del Guardian” come lo definisce Riotta di seguito, il suo profilo sul sito del quotidiano lo dimostra, ma è semplicemente in attesa di lanciarsi in una nuova avventura giornalistica, il divorzio è stato annunciato, ma non si è ancora consumato. E non è vero nemmeno che: «La campagna di Edward Snowden, ora rifugiato nella Russia di Putin a gestire la cassaforte di dati trafugata in Nsa, non è finita. L’ex giornalista del Guardian Glenn Greenwald è stato assunto dal miliardario Pierre Omidyar, fondatore della catena di aste online eBay, e il duo intende lanciare nuovi documenti, senza le precauzioni giornalistiche «old media» dei quotidiani, considerate obsolete. La filosofia di Greenwald e Snowden, condivisa dall’ex agente Kgb Putin e ora corroborata dalla ricchezza e diffusione digitale di Omidyar, è opposta a quella del giornalismo professionale, senza controllo delle fonti, ricerca dei motivi per cui certi documenti vengono diffusi, analisi delle conseguenze che la pubblicazione comporta, per esempio sull’antiterrorismo».

Tutte cose che s’inventa Riotta, finora si è detto esattamente il contrario e spetterebbe a lui controllare le sue fonti prima di lanciarsi in sentenze al termine di un processo alle intenzioni nel quale tira in mezzo anche Putin, che non è un giornalista e che perore alcuna filosofia giornalistica che non sia quella che impone con durezza ai giornalisti russi. Può essere che Riotta sia in buona fede, non è nuovo a cantonate terrificanti nelle traduzioni dalla lingua degli angli, ma resta il fatto che quel che ha scritto non è vero, e che spetterebbe a Riotta quotare dove si siano mai espressi in questi termini.

La posizione di Riotta sul Datagate è marmorea, gli Stati Uniti fanno quel che devono fare, ma sono accusati ingiustamente. Così per difenderli snocciola i classici, dal «tutti rubano» declinato in «l’opinione pubblica, in America e in Europa, deve maturare. Tutti i paesi, nessuno escluso, conducono analisi Big Data del traffico di informazioni, online e offline», all’affermazione secondo la quale non leggerebbero le mail e non ascolterebbero le telefonata, che ripete spesso, ma che è totalmente infondata, tanto che per di più le conservano anche per leggerle ed ascoltarle quando ne abbiano bisogno. E il «tutti rubano» lo ribadisce poi paragonando NSA a Google, Facebook e altre aziende voraci di dati: «Ma quel che i cittadini perdonano a Google, Amazon, Facebook, Twitter, studiare e raccogliere i nostri gusti online, perdoneranno anche allo Stato?».

Quella di Riotta è una parata dei talking points più azzardati contro Wikileaks, roba ormai consumata dall’uso come l’affermazione secondo la quale la rivelazione di documenti riservati che denunciano crimini governativi americane «è un regalo immenso ai terroristi». Fantasie già smentite dal fonti del governo americano, com’è fantasia che «La rete del fondamentalismo, attiva dall’Africa, al Medio Oriente, gli Usa e l’Europa, utilizza gli stessi modelli analitici della polizia e, una volta dedotto l’algoritmo usato per snidarli, può con facilità eluderlo e confonderlo. I Big Data sono arma letale a doppio taglio, chiunque può impugnarli». È noto infatti da anni che fin da quando gli Stati Uniti hanno posto sotto controllo le transazioni bancarie i “terroristi” non usano più le comunicazioni elettroniche, se non con la presunzione che gli americani faranno di tutto per intercettarle, e nessuno ha reso pubblici degli algoritmi di ricerca usati dal govenro americano, sempre che Riotta parli di algoritmi sapendo di cosa si tratta.

Il problema di Riotta è che è schierato a difesa dell’amministrazione americana e non ha i mezzi per sostenere l’onerosa posizione, così non può fare altro che mettere insieme il pacchetto noto delle balle prodotte finora e provare a riconfezionarlo per i suoi lettori, per lui quelli come Assange, Greenwald e Snowden sono «pirati e nichilisti» che minano il «coordinamento ed efficacia nella lotta al terrore globale» e l’Europa si pentirà di aver protestato quanto «Anonymous tramerà a Bruxelles».

E non basta, perché pirati e nichilisti «malgrado collaborino con caudillos latinoamericani, oligarchi russi e padroni del web, si vestiranno da Robin Hood, sottraendoci utili armi contro terrorismo e criminalità organizzata». Insomma, complici di criminali e anche un po’ criminali, per contrastare i quali: « i giornalisti professionisti veterani dovrebbero spiegare al pubblico qual è la posta in gioco, come funziona davvero la raccolta dati, che differenza c’è tra informazione libera e furto di dossier segreti». Tutta roba per la quale Riotta non è chiaramente qualificato, visto che si confonde anche sul furto, che al limite riguarda persone come Manning o Snowden e non certo i giornalisti come Greenwald o come i colleghi di The Guardian, Washington Post e tutte le testate di molti altri paesi, compreso in Italia l’Espresso.

Una belle lista d’inesattezze, sulle quali ha sorvolato anche Mario Calabresi intervenuto in soccorso, pure lui a lamentarsi che: «Non mi è chiaro se Greenwald abbia avuto modo di leggere l’articolo o se gli sia stato invece riportato in modo perlomeno malizioso, ma durante la giornata non ha mai spiegato dove l’articolo contenesse falsità o notizie inventate». Non è chiaro e non si può sapere se Calabresi manchi delle informazioni sufficienti a farsi un’idea precisa oppure se stia giocando inutilmente lo stesso gioco di Riotta, se gli siano sfuggiti persino i numerosi messaggi e gli interventi che hanno illuminato le falsità e le notizie inventate nell’articolo di Riotta. Ma il resto del mondo le ha riconosciute senza difficoltà. E lo ha capito anche Riotta, al quale non è rimasto altro che provare a gettare fango su Greenwald, usando come fonte Wikipedia(!!!) e quello che ha ramazzato velocemente in rete. Una terrificante figuraccia internazionale per la quale possiamo ringraziare questi sedicenti maestri del giornalismo, che al primo confronto con quello anglosassone finiscono nella polvere e ci rimangono volentieri.

Pubblicato in Giornalettismo