Obama all’attacco

Posted on 7 ottobre 2013

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Un colpo a vuoto in Somalia, un successo in Libia, ma la risposta di Obama agli attentati in Kenya non si esaurirà qui. Uno sbarco a sorpresa sulle coste somale e un rapimento per le strade di Tripoli per catturare due leader qaedisti. Un’operazione fallita e una che ha assicurato la facile cattura di al Libi, Obama non può accontentarsi del mezzo risultato e deve fare di più, ma le opzioni disponibili scarseggiano.

I Navy Seals sono sbarcati sulla spiaggia somala di Baarawe, a Sud di Mogadiscio, hanno scambiato colpi con gli al shabaab residenti e poi se ne sono andati. Il resoconto finale e ufficiale statunitense parla di un somalo ucciso e di una ritirata strategica per evitare di far strage di civili insieme ai militanti. Secondo quanto confermato anche dagli al Shabaab i commando americani non avevano supporto aereo, evidentemente l’idea era quella di un blitz silenzioso, sfumata la sorpresa è abortito. L’attacco segna un cambio nella strategia americana in Somalia, per lungo tempo affidata ai colpi da lontano o a truppe dei paesi africani per il controllo del territorio somalo e la sua liberazione dai talebani locali.

Proprio le truppe del Kenya supportate dagli americani hanno sloggiato gli ultimi shabaab dalle loro roccaforti nel Sud, con la caduta di Kisimayo gl islamisti hanno perso il controllo del territorio, ma non per questosono evaporati, anche se molti militanti stranieri hanno preso la via dello Yemen o della Siria. Non così i somali della diaspora, molti dei quali si sono ritrovati tra gli attaccanti che hanno scatenato l’inferno all’interno del centro commerciale Westgate di Nairobi. Un’esplicita rappresaglia per l’impegno in Somalia, che per il Kenya è stato motivato sia dagli stimoli americani che dalla necessità di risolvere il problema rappresentato da una marea di profughi somali che il Nairobi ospita con grande sacrificio. Una risposta statunitense agli attacchi era dovuta, ma l’esito fallimentare dell’incursione a Baarawe si è risolto con gli shabaab a gridare vittoria e a minacciar sfracelli, un’umiliazione che difficilmente resterà impunita nel prossimo futuro, il dispositivo militare statunitense al largo delle coste somale è robusto e la volontà di colpire è già stata dimostrata.

Diverso invece l’esito dell’intervento dei Delta Force a Tripoli, la cattura di Nazih Abdul-Hamed al-Ruqai, conosciuto anche come Abu Anas al-Libi è filata via liscia, unica violenza la rottura di un finestrino dell’auto sulla quale al Libi stava rientrando a casa dopo la preghiera. Casa sua, dove viveva con la moglie e dove stava da almeno da un anno, al punto che avrebbe anche cercato lavoro presso il ministero del petrolio. Su al Libi c’era un taglia di 5 milioni di dollari ed era nella lista dei maggiori ricercati, era stato incriminato da anni da un tribunale americano come responsabile dell’attacco all’ambasciata americana a Nairobi nel 1998, una strage che ha fatto oltre 200 morti e 4000 feriti e da Washington hanno fatto sapere che sarà tradotto davanti ai giudici per rispondere di quelle accuse. Quattro dei responsabili di quegli attacchi sono stati condannati all’ergastolo senza possibilità di uscire sulla parola e lo stanno scontando nel Supermax in Colorado, mentre il leader operativo dell’attacco, Fazul Abdullah Mohammed (aka Harun), è stato ucciso in Somalia e Bin Laden in Pakistan, così tutti gli altri, solo 3 dei 21 imputati sono rimasti in libertà.

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Il quarantanovenne al Libi ha una storia particolare, nemico del regime di Gheddafi ottenne l’asilo politico in Gran Bretagna nel 1995, dopo che il regime sudanese cacciò i qaedisti dietro pressioni americane. Fu fermato fermato e interrogato nel 1999 a Manchester, ma poi fu rilasciato con grande fastidio degli americani che temevano sparisse, e infatti sparì. Tra le sue cose fu poi rinvenuto quello che è stato chiamato “il manuale di Manchester”, nel quale si riassumevano alcune tattiche qaediste, al Libi era infatti uno stimato addestratore e organizzatore, fu lui e fare i sopralluoghi per l’attentato a Nairobi ben 5 anni prima dell’attacco. Nel 2002 secondo voci robuste, al punto che due ex dei servizi francesi ci hanno scritto un libro, al Libi sarebbe stato arruolato dai britannici per uccidere Gheddafi, ma poi il leader libico trovò un accomodamento con l’amministrazione Bush e passò dalla parte dei “buoni” arruolati contro i qaedisti e non se parlò più. Nella Libia post-Gheddafi al Libi era tornato e viveva alla luce del sole, tanto che non adottava alcuna particolare precauzione e girava senza scorta e viveva al suo indirizzo di famiglia, segno probabilmente che le autorità libiche non ritenevano di offrirlo agli americani, che nei giorni scorsi se lo sono andati a prendere.

Secondo Washington le autorità di Tripoli erano state avvertite, ma da Tripoli dicono di no e protestano per l’offesa alla sovranità e agli interessi nazionali, definendo la cattura del connazionale un rapimento. Difficilmente l’incidente incrinerà i rapporti tra le due capitali, il governo libico al momento ha altri problemi e gli americani sono particolarmente abituati a fare orecchie da mercante in casi del genere. Di sicuro il carniere di Obama è mezzo vuoto e servirà qualcosa di più per segnare i punti necessari in un momento nel quale le opzioni si restringono e all’indomani del mezzo fallimento nel mostrare i muscoli ad Assad. Per di più Obama non può pù fare molto affidamento sull’arma d’elezione, l’impiego dei droni non solo è molto meno efficace di quanto atteso, ma ormai si sta rivelando inefficace anche come strumento di propaganda.

Al netto del fatto che anche nei giorni scorsi i bombardamenti avevano realizzato un’altra strage di civili, i bombardamenti con i droni non permettono di esibire le prede nemiche e si risolvono in qualche passaggio frettoloso sui media, troppo poco per le esigenze attuali di un’amministrazione che ha bisogno di segnare punti nella lotta ai cattivi senza arrivare a un’escalation degli interventi militari, sgraditissima in patria e con pochi sostenitori anche all’estero. Un bel dilemma anche per il Pentagono, che ultimamente sta trattando con le autorità di Baghdad per aprire alla caccia dei droni anche i cieli iracheni per far fronte all’impennata della violenza islamista, ma che sa benissimo che i droni contro le autobomba servono a poco. Troppo poco per fermare il debordare della violenza dalla Siria, troppo poco anche solo per convincere gli iracheni che a Washington siano seriamente interessati e rimediare alle conseguenze delle politiche dei suoi alleati del Golfo in Siria. Nei prossimi mesi servirà qualcosa di più della cattura di qualche cattivone.

Pubblicato in Giornalettismo

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