Sudan, due dittatori falliti dove ce n’era uno

Posted on 28 settembre 2013

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Salva Kiir e al Bashir hanno appena fatto la pace, com’era comprensibile visto che l’interesse alla difesa delle rispettive cariche oggi precede quello a farsi la guerra, che non funziona più nemmeno come diversivo.

Il regime di al Bashir ha annunciato la riduzione dei sussidi al prezzo dei carburanti e si è trovato per le strade della capitale una folla di sudanesi infuriati per un provvedimento che porterà al raddoppio del prezzo della benzina. Folla infuriata che ha dato alle fiamme un paio di distributori, attaccato i commissariati e persino edifici e sedi del partito di Bashir, al potere dal 1989. Nel resto del paese s’è visto poco, segnalata s olo una piccola folla dispersa con i lacrimogeni, mentre nella capitale la mano pesante del governo ha fatto una trentina di vittime e un centinaio di feriti.

Per il resto il governo ha chiuso per alcune ore internet e solo 5 giornali sono usciti nelle edicole, in genere riportando le dichiarazioni del vice presidente Ali Osman Taha che ha denunciato la violenza dei manifestanti. Gli editori denunciano l’interferenza da parte dei servizi governativi e molti hanno deciso di non pubblicare per non sottostare alle minacce e diffondere propaganda governativa, che ha avuto l’idea di dipingere le manifestazioni come “sabotaggi” e attacchi alle attività dìinermi cittadini spaventati. La televisione invece ha completamente ignorato le proteste, trasmettendo musica e partite di calcio, mentre le scuole sono state chiuse fino al 30 passato, misura abituale visto che in passato è dalle scuole che si sono mosse le manifestazioni più numerose.

La primavera araba in Sudan non è mai sbocciata, nonostante il governo e l’esercito abbiano difficoltà a controllare il vastissimo territorio, ma la vita politica del paese ruota attorno alla capitale, che ha poco più di 600.000 abitanti e sorge alla confluenza tra Nilo Bianco e Nilo azzurro e controllare quella significa controllare la vita politica del paese e il suo baricentro, che è proprio tra i due fiumi. Non c’è da credere che l’esercito sudanese sia una potenza, negli anni scorsi la capitale è stata attaccata persino da una colonna di fuoristrada che è arrivata indisturbata fin dal Darfur, ma la supremazia militare del regime è indiscussa e quando provano a discuterla finisce con una sanguinosa repressione. Il cambiamento formale dal regime militare a una repubblica parlamentare non ha cambiato i termini del confronto politico nel paese. Non che cambi molto per il curriculum di al Bashir, che proprio in questi giorni ha avuto qualche problema a raggiungere New York per l’assemblea ONU, perchè nonostante goda indiscutibilmente dell’immunità in quanto capo di stato, è anche destinatario di un mandato di cattura da parte del Tribunale Penale internazionale per le accuse di genocidio e crimini contro l’umanità, crimini per i quali sono già stati condannati altri ufficiali sudanesi e che si sarebbero consumati in Darfur, anche se pare che almeno l’accusa di genocidio sia eccessiva.

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La buona notizia per Bashir è venuta dai nemici del Sud, proprio lunedì con i rappresentanti di Juba è stato concluso un accordo per l’abolizione dei visti tra i due paesi per chi ha i passaporti dei due paesi, che ora saranno liberi di muoversi, risiedere e avere proprietà dove vorranno nei due paesi, proprio come accadeva fino a due anni fa, prima dell’indipendenza e della nascita del Sud Sudan. La notizia è sicuramente positiva perchè dall’indipendenza del Sud il presidente Kiir aveva animato una serie di ostilità verso Khatum che sono culminate con la chiusura delle esportazioni di petrolio, che passa attraverso il Nord per raggiungere i mercati, ma che è anche l’unica risorsa del neonato paese.

Se Bashir ha avuto problemi con le minoranze nell’attuale Sud di quel che rimane del Sudan, che avrebbero voluto congiungersi con Juba, Kiir si è mostrato del tutto incapace sia di gestire il neonato governo del paese, che di mantenere una parvenza d’ordine. La vita del nuovo paese è presto stata sconvolta da conflitti tribali ai quali hanno contribuito moltissimo armi e uomini smobilitati dopo la fine del ventennio speso a far la guerra al Nord. Al cattivo governo del Sud, accusato storicamente dai secessionisti di trascurare la provincia meridionale perché non a maggioranza araba come il resto del paese, si è così sostituito il nessun governo di Kiir, che non governa su un paese a maggioranza cristiana come si è detto fin troppo spesso. Spendere le magre entrate per comprare vecchi carri armati ucraini e chiudere il rubinetto del petrolio non gli ha certo fatto guadagnare punti e il paese è presto rimasto appeso agli aiuti internazionali, l’unico segno di organizzazione in un paese fallito nel quale il governo è sembrato più incline a incarcerare e minacciare i giornalisti che a rispondere alle critiche. Una situazione che ha presto fatto fuggire i sudanesi della diaspora giunti a ruota dell’indipendenza e lasciato Kiir in crisi di consensi anche tra i suoi, al punto che poche settimane faquesti ha sciolto il governo e ne ha nominato uno di suo gusto. Più o meno un golpe, anche se nessuno lo ha chiamato così perché la nascita del Sud Sudan era stato un successo della “comunità internazionale” che fa e disfa in Africa, e un golpe a due anni dall’indipendenza non ci stava bene.

I problemi del Sud si sono risolti in un lasciapassare per Khartum, che ora è di nuovo un partner indispensabile per cercare di tenere in piedi il Sud al quale aveva concesso l’indipendenza e così i diversi crimini del regime di al Bashir sono tornati a passare sotto silenzio, cadono nel disinteresse per la maggior gloria d’interessi superiori. Nel meccanismo restano incastrati quanti credono ancora di poter affrontare il regime gridando alla libertà e finiscono invariabilmente in galera o alla tortura, per di più giovani studenti, sudanesi globalizzati e qualche oppositore occasionale, spesso illusi che sperano un giorno di vedere qualche intervento esterno che li liberi di un regime che invece appare saldo e che negli anni si è dimostrato in grado di superare ogni rovescio e prove che avrebbero schiantato organizzazioni all’apparenza più monolitiche e regimi che possono contare su risorse molto più consistenti.

Pubblicato in Giornalettismo

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