Iran e Stati Uniti, toni nuovi

Posted on 26 settembre 2013

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Barack Obama e Hassan Rouhani hanno parlato all’ONU e si sono scambiati parole nuove. Non si sono incontrati, ma le rispettive delegazioni hanno avuto contatti più intensi che mai.

Il riavvicinamento formale tra i due paesi segue l’elezione di Rouhani, che passa per moderato e la fine della presidenza Ahmadinejad, che aveva un’idea molto scenografica del ruolo e dell’uso che poteva fare della platea internazionale. Rouhani pur non distaccandosi dall’ortodossia iraniana si mostra amichevole e ragionevole con tutti ed è del tutto privo degli accenti antisemiti o violentemente anti-israeliani del suo predecessore. Barack Obama nel suo discorso ha riconosciuto nella sua elezione il segno della volontà di moderazione da parte degli iraniani e su questa volontà è parso fondare quella che potrebbe essere una svolta della politica americana verso Teheran.

I due non si sono incontrati, nonostante da parte americana si fosse manifestato l’interesse a un “casuale” incontro approfittando del ristoro per le delegazioni, ma gli iraniani hanno fatto sapere che sarebbe stato troppo complicato e che comunque nRouhani non poteva andare perchè lì servivano bevande alcoliche. A margine però, martedì il ministro degli esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha incontrato John Kerry e gli ambasciatori di altri paesi abbastanza ostili e non succedeva da anni.

A parlare per primo è stato Obama, che ha detto alcune cose degne di nota e anche assolutamente nuove. Il presidente americano ha riconosciuto il diritto degli iraniani all’uso pacifico dell’energia nucleare e ha detto che gli Stati Uniti non cercano un cambiamento di regime a Teheran. Affermazione che si lega al riconoscimento in Assemblea del ruolo di Washington come mandante del golpe antidemocratico che rovesciò il governo Mossadeq nel 1953, segnando in maniera brutale la storia recente del paese. Obama ha anche fatto riferimento alle sofferenze degli iraniani a causa degli attacchi di Saddam con i gas e non a caso, proprio nelle ultime settimane documenti americani declassificati hanno certificato che gli Stati Uniti orchestrarono il golpe e anche che nascosero agi ispettori dell’ONU le prove dell’uso di gas da parte di Saddam, che all’epoca assecondavano fornendogli intelligence utile a massacrare i soldati iraniani. Riconoscendo questi fatti Obama ha convenuto che la sfiducia tra i due paesi abbia “radici profonde” e questo è stato sicuramente un passo storico. Obama ha detto che ha dato a Kerry il mandato di parlare con gli iraniani e di vedere quale accordo sia possibile con il moderato Rouhani, che per parte sua già prima di partire per New York aveva parlato di un accordo per mettere fine a una tragedia assurda che si consuma inutilmente da anni.

Rouhani ha fatto un discorso (qui la versione integrale) in linea con l’ortodossia iraniana e l’aver ripetuto l’offerta di un accordo senza scendere troppo nei dettagli non lo ha sicuramente impegnato troppo agli occhi dei falchi di casa, anche perché non ha mancato di ricordare le sofferenze dei palestinesi e l’occupazione illegale della Palestina. Tuttavia il presidente iraniano non ha mai nominato una sola volta Israele, ha anzi citato la Torah e invocatoo un nuovo sforzo di tutti i paesi per guidare il mondo in direzione della costituzione di coalizioni per la pace ovunque al posto delle coalizioni per la guerra in diversi luoghi. Coalizioni inefficaci, giochi a somma zero per i quli non è più tempo. Non c’è una soluzione militare per la Siria secondo Rouhani, c’è solo la via della collaborazione.

Rouhani non ha mancato di denunciare come una violenza le sanzioni imposte al suo paese, che onora gli obblighi imposti del Trattato di Non Proliferazione e nonostante questo è messo in croce per il sospetto che un giorno possa decidere di dotarsi dell’atomica. Rohuani ha dichiarato in Assemblea Generale che l’atomica e le armi di distruzione di massa non rientrano nella dottrina iraniana e che il paese soffre pene “inumane” ingiustamente. L’Iran di Rouhani è contro la proliferazione delle armi di distruzione di massa anche in Siria e teme che possano diffondersi nella regione sfuggendo al controllo del regime, ma più di tutto teme l’interventismo e il militarismo che continua a imbottire la regione di armi e combattenti che vengono da fuori.

Se son rose fioriranno, intanto sono novità che allontanano dal panorama internazionale le solite minacce stantie e lo sbraitare della propaganda scomposta, cambia il tono della rappresentazione e non tutti la prendono bene. A parte alcuni congressisti che hanno reagito alla novità accusando Obama di farsi prendere in giro, c’è da registrare l’evidente irritazione dei falchi israeliani, in fondo da quando Netanyahu si è esibito dallo stesso podio con il disegno della bomba dei cartoni animati, la sua strategia si è rivelata decisamente fallimentare, il mondo non ha paura del nucleare iraniano.

israele-rouhani

Il problema per Netanyahu è se smettono di averne paura gli israeliani, che sono stati bombardati con la minaccia iraniana anche più di quanto non sia accaduto alle opinioni pubbliche globalizzate a ripetutamente in quanto feroce guerriero che mostrava il petto a chi voleva distruggere Israele. Che ora non c’è più, perché al posto del rozzo e feroce Ahmadinejand c’è il felpato, bonario Rouhani, che porta il suo paese ad esempio di stabilità democratica in una regione del mondo nella quale la democrazia è un miraggio perquasi tutti i paesi. La democrazia iraniana a base teocratica è alquanto discutibile e difficilmente le tante aperture promesse da Rouhani o immaginate dai suoi fan si materializzeranno, ma ormai è chiaro a tutti che l’Iran non è una minaccia, ma al più uno spauracchio usato fin troppo sistematicamente per coprire altre questioni, dalla repressione dei palestinesi ai discutibili rapporti delle grandi democrazie con le grandi tirannie del Golfo, ferocemente anti-iraniane.

Se gli Stati Uniti vogliono davvero rilassare i rapporti con Teheran non dovranno far molto altro che smettere azioni come gli attacchi informatici, l’uccisione degli scienziati e rinunciare alle sanzioni, magari in cambio di qualche controllo in più, perché al momento le accuse rivolte all’Iran si sono rivelate poco più che processi alle intenzioni e perché difficilmente Teheran accetterà imposizioni draconiane in cambio del ritorno a una normalità che ritiene suo diritto.

Resta da vedere come evolverà la vicenda e la solidità delle intenzioni delle due parti, così come bisognerà valutare la capacità di contrasto alla svolta che sicuramente si manifesteranno sia negli Stati Uniti che in Israele, da dove già sono arrivati segnali d’irritazione accompagnate da fantaipotesi come quella di uno scambio tra l’abbandono del prgramma nucleare e la liberazione della Palestina, deliri dei falchi. Non che le istituzioni siano state tanto più morbide, mentre il mondo assisteva ai discorsi dei due presidenti la delegazione israeliana sceglieva di boicottare quello di Rouhani. Ma pessima davvero è stata l’idea dell’ambasciata israeliana negli Stati Uniti di creare un falso profilo del presidente iraniano su Linkedin, nel quale lo presenta come terrorista sanguinario e piccolo Dottor Stranamore. Ancora peggio l’idea di darne la notizia su Twitter, dove Rouhani è discretamente popolare anche tra gli occidentali e dove il giochino è stato giudicato grossolano e inappropriato.

È vero che non si può sapere se Rouhani sia sincero, ma è altrettanto vero che non lo si può dire di Obama e in fin de conti di nessuno degli attori in campo, solo il tempo potrà dire se dietro all’apparente svolta ci sono volontà precise e coincidenti o se si tratti di un teatrino, per ora anche chi sia immune dalla Rouhani-mania non può che accogliere con favore il cambio di tono nei rapporti tra i due paesi.

Pubblicato in Giornalettismo