Ricordando Giovanni Lo Porto

Posted on 25 settembre 2013

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Bernd Muehlenbeck e Giovanni Lo Porto sono stati rapiti in Pakistan all’inizio del 2012 mentre lavoravano per l’ONG tedesca Welt Hunger Hilfe.

Il rapimento di Giovanni Lo Porto non ha mai fatto notizia e non ha suscitato alcuna mobilitazione nel nostro paese. L’indifferenza verso il caso è tale che la persona che è stata rapita insieme a lui, il tedesco Bernd Muehlenbeck è citato da diverse fonti italiane come Bernd Johannes Mohlarback, secondo alcuni olandese. I due lavoravano nella zona di Multan, nel Punjab pakistano e lì sono stati rapiti il 19 gennaio del 2012, hanno compiuto venti mesi esatti in cattività ieri, ma di loro in questi venti mesi si è saputo poco.

Nell’immediatezza del sequestro si sono susseguite diverse voci, rivendicazioni e smentite da parte dei talebani pakistani, inicazioni da persone ritenute informate che invece parlavano di un rapimento da parte della criminalità comune. Quello che è certo è che l’ultima prova di esistenza in vita di cui si abbia notizia risale a poco prima del Natale del 2012, quasi un anno fa. In poco meno di un minuto registrato in video, Muehlenbeck a detto «siamo in difficoltà» lasciando intendere che Lo Porto fosse con lui. «Ora siamo in difficoltà. Per favore accogliete le richieste dei mujahidin. Posso ucciderci in qualsiasi momento. Non sappiamo quando. Può essere oggi, domani o tra tre giorni». L’ostaggio tedesco si presentava affermando di avere 59 anni e di lavorare per l’ong tedesca Welthungerhilfe e metteva in guardia da ”piani folli” per la liberazione. Nel video, secondo l’agenzia pachistana che lo ha diffuso, i rapitori non avanzavano richieste, mentre in precedenza i talebani del Pakistan (Tehreek-e-Taliban Pakistan, Ttp) avevano chiesto il pagamento di un riscatto e la scarcerazione di alcuni prigionieri detenuti nelle carceri pakistane in cambio della liberazione degli ostaggi.

A ricordare Lo Porto sono ormai solo le ONG, che quattro mesi fa hanno rivolto un ennesimo appello al ministro degli Esteri Emma Bonino:

«Conosciamo bene Giovanni perché ha lavorato con diverse delle nostre ong in situazioni di emergenza, nella Repubblica Centro Africana, ad Haiti, in Pakistan. Giovanni è un giovane uomo italiano ed europeo che incarna la sfida lanciata dal Consenso europeo sull’aiuto umanitario, facendo propri i principi di umanità, neutralità, imparzialità. È un giovane competente, consapevole e preparato che, persino mentre lo stavano rapendo, cercava di mantenere la calma e tranquillizzare il suo collega. Ci rendiamo conto che agire nei territori in cui Giovanni, insieme al suo collega Bernd Muehlenbeck è stato rapito, è difficile, che le trattative richiedono tempo e delicatezz. Tuttavia, non possiamo dimenticare che sedici mesi di prigionia pesano come un macigno nella vita di Giovanni, nell’angoscia della mamma, dei familiari, degli amici con cui siamo in contatto, e di tutti noi. Chiediamo al Governo italiano e a lei un impegno massimo, perché la sua famiglia e noi possiamo riabbracciare Giovanni presto e rivederlo al fianco di quella gente per cui lui si è sempre prodigato, persone che nel mondo sono le più colpite e vulnerabili, e spesso anche le più sole, proprio come è Giovanni in questo momento. Ora tocca a tutti noi fare qualcosa per lui.»

Dal dicembre dell’anno scorso non si è saputo più niente, almeno ufficialmente, ma molti sono convinti che dietro la “massima riservatezza” della Farnesina nasconda l’assoluta mancanza di contatti con i rapitori, che secondo le notizie che sono trapelate sarebbe detenuto insieme al collega in qualche parte del Waziristan, la provincia montagnosa del Pakistan divenuta un vero e proprio santuario per i talebani pachistani. Lo stesso gruppo di sequestratori è indicato come l’autore del sequestro di David Och e Daniela Widmer, due cittadini svizzeri, fuggiti dai loro carcerieri nel marzo del 2012 dopo otto mesi di prigionia e apparsi al confine tra Afghanistan e Pakistan dopo essere stati rapiti nel Balocistan, a testimonianza del fatto che nelle dinamiche pachistane non è affatto raro che gli ostaggi siano trasferiti a grande distanza dal luogo del rapimento o addirittura venduti da un gruppo all’altro, come pare sia stato il caso di Lo Porto e Muehlenbeck. Anche nel caso dei due cittadini svizzeri la vicenda è stata poco chiara, tanto che loro hanno affermato di essere fuggiti e l’esercito pachistano che sono stati liberati dai talebani e consegnati alle autorità pachistane, potrebbe essere un escamotage per nascondere il pagamento di un riscatto.

Lo Porto si è laureato alla London Metropolitan University e alla Thames Valley University. Ha lavorato come project manager con il Gruppo Volontario Civile, con Cesvi Fondazione Onslus, Coopi-Cooperazione Internazionale e poi ha iniziato l’esperienza con Welt Hunger Hilfe in Pakistan, un curriculum di tutto rispetto che però non sembra avergli guadagnato grandi simpatie o interesse nel nostro paese, dove sembra rimasto nella memoria solo di parenti, amici e dei colleghi delle ONG impegnate nello sforzo umanitario.

Per il resto silenzio, nessuna mobilitazione, niente striscioni appesi dai comuni, eppure a oggi uno dei due ostatti italiani ancora in cattività all’estero, dopo la recente liberazione di Domenico Quirico, ma di lui non si parla più da molto e non se ne parlerebbe per niente se non fosse per i periodici appelli delle ONG. Anche l’interesse sulla sorte degli ostaggi sembra seguire l’interesse più generale per i paesi nei quali spariscono, una dinamica che si è potuta apprezzare anche nel caso dei rapiti in Siria o nel caso di Rossella Urru, ritornato alle cronache solo quando il gruppo che le deteneva ha conquistato le prime pagine prendendo possesso di parte del Mali. Il Pakistan e l’Afghanistan sono due paesi finiti in una specie di buco nero dell’informazione, nonostante si tratti di un teatri di guerra nel quale anche le nostre truppe sono impegnate da ormai 12 anni. O forse proprio per questo, visto il grande successo dell’intervento militare occidentale in quei paesi.

Le speranze per Lo Porto sono legate al nuovo clima politico che in Pakistan potrebbe seguire la vittoria elettorale di Nawaz Sharif, a capo di un partito d’ispirazione islamica che ha già mostrato di tendere a un rilassamento dei rapporti con i talebani. C’è chi dice che si tratti di paura e non di simpatia, ma quello che importa nel caso di Lo Porto e del suo compagno di sventura è che la nuova situazione politica potrebbe aprire nuovi canali di comunicazione e trattativa e riaccendere la speranza di una loro liberazione.

Pubblicato in Giornalettismo