Il Tribunale Penale Internazionale è un fallimento

Posted on 8 settembre 2013

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Il Tribunale Penale Internazionale (TPI-ICC International Criminal Court) per ora si è risolto in un aborto, un foro internazionale dirottato a uso e consumo dei disegni politici, che non è diventato universale, ma che è anzi in piena crisi, persino di legittimità.
La corte è entrata in funzione nel 2002 e la sua competenza è limitata ai crimini più seri che riguardano la comunità internazionale, cioè il genocidio, i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra. È un limite importante da tenere a mente, perché al di fuori di queste ipotesi tipiche, la corte non si può attivare. E non si può attivare nemmeno se i governi nazionali che hanno giurisdizione sui casi s’attivano e processano i colpevoli. L’ICC ha quindi una funzione sussidiaria, si può attivare solo quando i governi nazionali e la sua giurisdizione s’estende sui paesi e sui cittadini dei paesi che hanno ratificato lo Statuto di Roma, la carta costitutiva di questo tribunale che, nelle intenzioni dei proponenti, doveva rappresentare la sede istituzionale nella quale dispiegare e sviluppare i principi di giustizia internazionale abbozzati fin dal processo di Norimberga. La sua sede è all’Aja, dove gia corti speciali come quella sul Ruanda e quella sulla ex-Jugoslavia hanno aperto la strada alla sua istituzione, anche se in più di dieci anni deve ancora trovare una sede definitiva, per ora è a Voorburg, una cittadina nei pressi.

I paesi che aderiscono allo Statuto di Roma sono 122. Altri 32 paesi hanno firmato ma non ratificato il trattato. Fra questi, Israele, Stati Uniti e Sudan hanno dichiarato di non avere intenzione di ratificarlo. Tra i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU solo Francia e Regno Unito, l’hanno ratificato, MA USA, Cina, India e Russia, no. I paesi firmatari coprono tutto il Sudamerica, quasi tutta l’Europa e circa metà dell’Africa, ma è evidente come tra gli assenti ci siano le quattro principali potenze militari, un pessimo viatico per una giurisdizione che s’estende sulle guerre, quasi la certificazione di una giustizia destinata a punire i pesci piccoli, che ora dovranno temere di essere trascinati in tribunale anche quando la giustizia del loro paese non abbia nulla da rimproverare loro.

La corte ha, coerentemente con questa ipotesi, respinto tutti i ricorsi presentati contro l’invasione americana dell’Iraq, pur essendo paesi come Australia, Gran Bretagna e Polonia firmatari dello Statuto e pienamente coinvolti nella fase dell’invasione, e il procuratore Luis Moreno Ocampo ha cassato più di 200 petizioni di giustizia. Così come ha cassato le denunce per crimini commessi in Palestina, anche se nel 2009 l’Autorità Palestinese aveva sottoscritto lo Statuto, il 3 aprile 2012 Ocampo di dichiarà incapace di determinare se la Palestina fosse uno stato e ha rimandato la questione all’ONU, il 29 novembre l’Assemblea Generale ha votato il riconoscimento dello stato di Palestina. Anche se Israele non ha sottoscritto lo Statuto, i crimini commessi in Palestina, stato firmatario, ricadono indubbiamente sotto la giurisdizione dell’ICC, tanto che i palestinesi non possono processare gli israeliani e questi non ci pensano neppure a processare i propri soldati e ancora meno i politici che hanno promosso la pulizia etnica nella West Bank.

Ci sono anche paesi che finora hanno ratificato lo Statuto e hanno evitato i processi all’ICC processando con una discreta celerità gli accusati di crimini di guerra, come la Gran Bretagna, che ha anche un robusto programma di risarcimento alle vittime o ai loro parenti che riescono ad arrivare ad attivare la giustizia britannica, ma sono pochi e comunque non arrivano a rappresentare un esempio significativo, visto che i paesi più versati a guerre e interventi militari hanno evitato con cura di ratificare lo Statuto e visto che Moreno Ocampo ha dimostrato di avere interesse solo per l’Africa.

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Il primo imputato di questo organo giudiziario è stato il congolese Thomas Lubanga il cui processo è iniziato il 26 gennaio del 2009. I processi in corso riguardano i presunti responsabili dei presunti crimini commessi nella Repubblica Democratica del Congo, nella Repubblica Centro Africana, in Uganda e nel Darfur, in Sudan. Per anni ci fu una disputa che infestò il mainstream internazionale, un’indegna polemica attorno alla definizione dei massacri in Darfur, se fossero o no da considerare un genocidio. Il tutto in funzione dell’imputazione del presidente/dittatore sudanese al Bashir, che poi è stata portata avanti lo stesso, con tanto di mandato di cattura, che tutti i paesi firmatari dovrebbero rispettare aprendo però delicate questioni perché l’uomo fino a che è presidente in teoria è coperto dall’immunità garantita a tutti i capi di stato.

L’ICC ha così perseguito alcuni egregi massacratori africani, ovviamente tra i perdenti e seguendo una policy abbastanza trasparente, lasciando indisturbati i molti che in giro per il mondo hanno commesso o ispirato atroci delitti uscendone impuniti, ma poi è riuscito a fare anche di peggio, mettendosi in testa d’intromettersi nella politica del Kenya con un’iniziativa che ha spinto il paese a ritirare la propria adesione allo Statuto di Roma e a disconoscere l’ICC. Lo ha ammesso lo stesso Moreno Ocampo nella prima intervista dopo che ha lasciato l’incarico a Fatou Bensouba, lui si è attribuito il merito dello svolgimento pacifico delle elezioni in Kenya quest’anno, inquadrando il procedimento in una serie d’iniziative internazionali volte a rimettere in riga i kenyani. Una pessima performance, a coronare un mandato disastroso durante il quale ha rimediato anche accuse di molestie sessuali da parte di una giornalista.

Nel 2007 si erano affontati alle presidenziali Mwai Kibaki, e Raila Odinga, il primo sostenuto fra gli altri da Uhuru Kenyatta e il secondo che aveva William Ruto come braccio destro. Vinse il presidente uscente, tra le proteste furiose di Odinga e accuse di brogli decisamente fondate, ci furono scontri e in due zone in particolare il confronto si accese lungo linee etniche, la violenza che ne sguì provocò corca 1000 morti e qualche migliaio di sfollati, che sono ancora tali. L’incapacità dei kenyani di risolvere la questione politica, spinse gli Stati Uniti a intervenire e a imporre un governo di coalizione e a sedare i bollori. Il Kenya oltre a essere lo sbocco al mare di diversi paesi africani, è anche partner nell’impresa di rimettere in piedi il governo somalo, impegnato negli ultimi tempi a invadere il Sud della Somalia per cacciarne gli Shabaab.

Alle recenti elezioni presidenziali si sono sfidati Kenyatta e Odinga, due figli d’arte, con Ruto che nel frattempo è passato nel campo di Kenyatta, che ha prevalso per poco. Ma questa volta non ci sono state violenze, tutti, dai partiti politici ai media, hanno vistosamente fatto di tutto per evitarlo, le elezioni sono state dichiarate free & fair e Odinga ha riconosciuto la sconfitta, ma a questo punto il Kenya si è ritrovato con presidente e vicepresidente, Kenyatta e Ruto, accusati dall’ICC come motori della violenza durante la precedente tornata elettorale. Per di più, il fatto che sia finito sotto accusa Ruto e non Odinga, all’epoca capo del suo stesso partito e noto per il controllo ferreo e meticoloso con il quale ne mantiene la guida, agli occhi dei kenyani proprio non si spiega.

Così in settimana il parlamento del Kenya ha votato una mozione che chiede al governo di “sospendere ogni relazione, cooperazione e assistenza” alla corte e d’intraprendere le procedure per ritirare la propria adesione dello Statuto. La giustizia del Kenya non ha saputo o potuto individuare il nesso che secondo l’ICC lega gli imputati alle violenze, che peraltro non ha ancora spiegato come i fatti potrebbero rientrare tra “il genocidio, i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra”. La defezione del Kenya ha il supporto dell’Unione Africana e potrebbe facilmente precludere ad altri abbandoni, visto che tanto basta per spegnere i procedimenti. Espediente al quale è possibile ricorrere anche perché l’ICC ormai manca di qualsiasi credibilità all’occhio dei leader dell’Africa sub-sahariana. Non bastassero le considerazioni politiche, rileva anche che in più di 10 anni d’esistenza l’ICC non abbia mai portato alla sbarra un solo bianco, una coincidenza che in Africa disturba non meno della coincidenza tra imputati e oppositori degli interessi delle potenze occidentali nel continente, che sono parse utilizzare la corte come ulteriore strumento di pressione e ingerenza nelle politiche locali. La dimostrazione è tutta nelle frequenti invocazioni dell’ICC da parte delle autorità statunitensi, che pure non hanno firmato lo Statuto, e nei tentativi da parte di Washington di portare alla sbarra all’Aia i cattivi di turno, da quelli della cricca neocon-evangelica contro il dittatore sudanese, fino a quelli che hanno cercato di fare giustizia selettiva degli enormi massacri visti in Congo, dirigendo l’ICC contro chi era d’ostacolo a certi disegni.

Publicato in Giornalettismo