Alle origini, poco note, delle transizioni di genere socialmente riconosciute

Posted on 29 agosto 2013

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Una burnesha è una donna che vive e si veste da uomo e che è un uomo per tutti, una trasformazione che comincia con un giuramento e che si fonda su antichi codici consuetudinari.

Il fenomeno delle burmesha è l’unico fenomeno di transizione formale di genere da donna a uomo riconosciuto socialmente in tutta Europa, prima che il riconoscimento delle transizioni di genere fosse codificato nelle legislazioni moderne, pratiche simili sono state identificate altrove solo in alcune tribù native del Nordamerica.

Nella parte settentrionale dell’Albania e in parti della Macedonia, ma un tempo anche in Bosnia, Dalmazia e altre regioni limitrofe, le donne potevano scegliere di diventare uomini e di vivere da uomini il resto della loro vita. A permetterlo era ed è il Kanuni i Lekë Dukagjinit o più in breve il Kanun, il codice consuetudinario che più meno dal quindicesimo secolo a oggi ha regolato i  rapporti tra le popolazioni della parte montagnosa di quelle regioni, senza differenza tra cristiani, musulmani od ortodossi.
L’Albania è stato tra i primi paesi al mondo a concedere il voto alle donne, nel 1909, ma questo non ha impedito all’antica mentalità patriarcale e pre-moderna di continuare a influenzare una parte del paese, indifferente anche all’affermazione del regime socialista, che tollerò e accettò il fenomeno senza farvi alcun riferimento formale e cercando di conservarne la dimensione locale coprendolo con il silenzio e l’indifferenza. La libertà di voto e poi quella di guidare, fare affari, guadagnare denaro, bere alcolici, fumare, prestare giuramento, possedere un’arma, cantare e fare musica, sedere e interagire socialmente con gli uomini, prendere parti ai consigli locali e indossare pantaloni hanno continuato a rimanere riservate agli uomini, mentre alle donne toccavano matrimoni combinati e la sostanziale subordinazione assoluta alla famiglia patriarcale.

L’unica alternativa possibile era quella di diventare in giovane età “burnesha”, ovvero di giurare di vivere da uomo per il resto della vita. Il giuramento doveva essere pronunciato davanti a 12 testimoni e garantiva alla donna l’elevazione allo status maschile e l’acquisizione degli stessi diritti e possibilità sopra ricordate, persino il “prezzo del sangue” ovvero il risarcimento alle famiglie degli uccisi, diventava quello corrisposto per le morti degli uomini e non quello scontato alla metà previsto per le donne. La transizione comportava il taglio dei capelli, l’indossare abiti maschili e, ma solo a volte, il cambio del nome con uno maschile. Il giuramento comprendeva anche un voto di castità, l’omosessualità non essendo tollerata e così le burmesha giuravano di rimanere caste, e quindi vergini, a vita. Da lì in poi, ogni burmesha viveva da uomo, assumendo gestualità e abitudini da uomo, ottenendo spesso un rispetto superiore a quello concesso a molti uomini.

Burmesha 2

Photocredit Jill Peters

Oggi le burmesha rimaste sono poche, si calcola da un minimo di 50 a un massimo di 400 in tutto ed è successo che alcune burmesha nel frattempo abbiano infranto l’antico giuramento, infrazione che un tempo avrebbe comportato la morte, anche se in generale pare che ben poche si siano pentite con il tempo della scelta, per comprendere la quale è necessario fare mente locale sul tipo di società nella quale si è sviluppato il fenomeno.

Una società arcaica e patriarcale, dove un antico concetto d’onore poteva animare faide infinite, esattamente come accade in alcune parti del nostro paese e nella quale la morte dell’uomo di casa e in casi del genere alle madri che sopravvivevano con sole figlie femmine non restava che sperare nella trasformazione in burmesha di una figlia, un espediente utile a salvare anche i beni della famiglia, che potevano essere trasmessi solo a un uomo. Anche se le burmesha ovviamente non potevano avere figli, la loro presenza era sufficiente a salvare il patrimonio familiare in quanto il loro ruolo di capofamiglia diveniva indiscusso e riconsciuto universalmente.

Gli antropologi che hanno studiato il fenomeno hanno tuttavia rilevato anche altre motivazioni, dal desiderio di non lasciare la famiglia d’origine, alcune perché si sentivano effettivamente più uomini che donne, altra ancora per evitare un matrimonio combinato o sul matrimonio in generale, diventare burmesha era infatti l’unico modo per rompere le promesse di matrimonio fatte dalle famiglie d’origine, spesso alla nascita o in giovanissima età delle spose, senza accendere faide sanguinose. Alle quali peraltro anche le burmesha potevano partecipare e in effetti partecipavano. L’avanzare della modernità anche in quelle regioni remote ha sfumato sia il kanun che l’antico costume delle burmesha, anche in quelle regioni le donne ormai non hanno bisogno del giuramento per sfuggire ai matrimoni combinati o per intraprendere attività un tempo proibito. Il carattere patriarcale, patrilineare e patrilocale di quella società si è estremamente diluito e le particolari condizioni che hanno dato origine al fenomeno sono stare erose dal tempo, le ultime burmesha restano, orgogliose, testimoni di un tempo che fu.

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